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Una vita come tante

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di queste dimensioni e di pensare “vorrei che fosse più lungo”» (Times); «Totalmente
coinvolgente, meravigliosamente romantico, a volte straziante, mi ha tenuto sveglio fino
a tarda notte, una sera dopo l’altra» (Edmund White). Sembrano considerazioni ingenue, o
furbescamente commerciali, ma le fonti di certo non lo sono. Si potrebbe dire che il
romanzo di Hanya Yanagihara è una favola, e ciò spiegherebbe alcune delle reazioni che
ha provocato. Una grande favola contemporanea, a tratti di malinconica dolcezza, spesso
crudele ed efferata. In una New York fervida e sontuosa vivono quattro ragazzi, ex
compagni di college, che da sempre sono stati vicini l’uno all’altro. Si sono trasferiti
nella metropoli da una cittadina del New England, e all’inizio sono sostenuti solo dalla
loro amicizia e dall’ambizione. Willem, dall’animo gentile, vuole fare l’attore. JB,
scaltro e a volte crudele, insegue un accesso al mondo dell’arte. Malcolm è un
architetto frustrato in uno studio prestigioso. Jude, avvocato brillante e di enigmatica
riservatezza, è il loro centro di gravità. Nei suoi riguardi l’affetto e la solidarietà
prendono una piega differente, per lui i ragazzi hanno una cura particolare, una
sensibilità speciale e tormentata, perché la sua vita sempre oscilla tra la luce del
riscatto e il baratro dell’autodistruzione. Intorno a Jude, al suo passato, alla sua
lotta per conquistarsi un futuro, si plasmano campi di forze e tensioni, lealtà e
tradimenti, sogni e disperazione. E la sua storia diventa una disamina, magnifica e
perturbante, della crudeltà umana e del potere taumaturgico dell’amicizia. Come accade
Anno:
2016
Casa editrice:
Sellerio Editore
Lingua:
italian
ISBN:
B01ITNVP8K
File:
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Un giorno solo

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God of Vengeance

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L’uscita di questo imponente romanzo ha suscitato un sentimento quasi unanime di stupore. Il repertorio dei commenti descrive nella maggior parte dei casi una qualità particolare del libro, ossia la capacità di far scaturire una passione trascinante per i suoi personaggi e la loro storia, di far trascorrere il tempo come fosse in accelerazione, di donare la sensazione, ormai desueta, che la lettura di un romanzo possa impadronirsi delle nostre vite. «Non capita spesso di leggere un romanzo di queste dimensioni e di pensare “vorrei che fosse più lungo”» (Times); «Totalmente coinvolgente, meravigliosamente romantico, a volte straziante, mi ha tenuto sveglio fino a tarda notte, una sera dopo l’altra» (Edmund White).

Sembrano considerazioni ingenue, o furbescamente commerciali, ma le fonti di certo non lo sono. Si potrebbe dire che il romanzo di Hanya Yanagihara è una favola, e ciò spiegherebbe alcune delle reazioni che ha provocato. Una grande favola contemporanea, a tratti di malinconica dolcezza, spesso crudele ed efferata.

In una New York fervida e sontuosa vivono quattro ragazzi, ex compagni di college, che da sempre sono stati vicini l’uno all’altro. Si sono trasferiti nella metropoli da una cittadina del New England, e all’inizio sono sostenuti solo dalla loro amicizia e dall’ambizione. Willem, dall’animo gentile, vuole fare l’attore. JB, scaltro e a volte crudele, insegue un accesso al mondo dell’arte. Malcolm è un architetto frustrato in uno studio prestigioso. Jude, avvocato brillante e di enigmatica riservatezza, è il loro centro di gravità.

Nei suoi riguardi l’affetto e la solidarietà prendono una piega differente, per lui i ragazzi hanno una cura particolare, una sensibilità speciale e tormentata, perché la sua vita sempre oscilla tra la luce del riscatto e il baratro dell’autodistruzione. Intorno a Jude, al suo passato, alla sua lotta per conquistarsi un futuro, si plasmano campi di forze e tensioni, lealtà e tradimenti, sogni e disperazione. E la sua storia diventa una disamina, magnifica e pe; rturbante, della crudeltà umana e del potere taumaturgico dell’amicizia.

Come accade di rado, da una inconsueta immaginazione narrativa si è distillato un oggetto singolare: un romanzo classico e al tempo stesso modernissimo, capace di creare un mondo di profonda, coinvolgente umanità.


Hanya Yanagihara, scrittrice statunitense di origini hawaiane, ha pubblicato il suo primo romanzo, The People in the Trees, nel 2013. Ha scritto di viaggi per Traveler e collabora con il New York Times Style Magazine. Una vita come tante, il suo secondo romanzo uscito nel marzo 2015, è un successo mondiale, vincitore del Kirkus Prize, finalista al National Book Award e al Booker Prize, tra i migliori libri dell’anno per il New York Times, The Guardian, The Wall Street Journal, Huffington Post, The Times.





Il contesto

74





Hanya Yanagihara





Una vita come tante


Traduzione di

Luca Briasco

Sellerio editore

Palermo





2015 © Hanya Yanagihara

2016 © Sellerio editore via Enzo ed Elvira Sellerio 50 Palermo





e-mail: info@sellerio.it

www.sellerio.it





Titolo originale: A Little Life





Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.

È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.





EAN 978-88-389-3584-8





Una vita come tante





Per Jared Hohlt

In amicizia; con amore





I


			Lispenard Street





1


			L’appartamento all’undicesimo piano aveva solo un armadio, ma c’era una porta scorrevole che affacciava su un balconcino dal quale poteva vedere un uomo seduto di fronte, all’esterno, in maglietta e pantaloncini anche se era ottobre, che fumava. Willem sollevò una mano a mo’ di saluto, ma l’uomo non rispose.

			Quando rientrò, Jude era in camera e apriva e chiudeva la porta a soffietto. «C’è un solo armadio» disse.

			«Non c’è problema» rispose Willem. «Tanto non avrei niente da metterci».

			«Neanche io». Si sorrisero. L’agente immobiliare che aveva in carico l’edificio entrò dietro di loro. «Lo prendiamo» le disse Jude.

			Ma quando tornarono nel suo ufficio, si sentirono dire che, in fin dei conti, quell’appartamento non lo avrebbero avuto. «Perché no?» le chiese Jude.

			«Non guadagnate abbastanza per coprire sei mesi di affitto, e non avete risparmi da parte» rispose l’agente, in tono improvvisamente brusco. Aveva controllato carte di credito e conti correnti, e aveva finito per rendersi conto che doveva esserci qualcosa che non andava se due uomini di poco più di vent’anni, che non erano una coppia, cercavano comunque di prendere in affitto un appartamento con una sola stanza da letto in un tratto scialbo (ma comunque costoso) della Venticinquesima Strada. «Avete qualcuno che possa farvi da garante? Un datore di lavoro? Un genitore?».

			«I nostri genitori sono morti» si affrettò a rispondere Willem.

			L’agente fece un sospiro. «In tal caso vi suggerisco di rivedere al ribasso le vostre aspettative. Nessuno che amministri un palazzo in ottime condizioni sarebbe disposto ad affittare un appartamento a dei candidati con il vostro profilo finanziario». Poi si alzò in piedi, con l’aria di chi vuol mettere la parola fine a un colloquio, e guardò ostentatamente la porta.

			Quando raccontarono l’accaduto a JB e a Malcolm, lo trasformarono in una commedia: il pavimento dell’appartamento si ricoprì di escrementi di topo, l’uomo sul balcone di fronte si era quasi denudato di fronte a Willem, e l’agente era delusa perché aveva tentato di flirtare con lui, senza venire ricambiata.

			«E comunque, chi mai vorrebbe abitare sulla Venticinquesima, all’altezza della Seconda?» chiese JB. Erano da Pho Viet Huong a Chinatown, dove cenavano insieme due volte al mese. Non era un granché come ristorante – la zuppa di spaghetti era stranamente zuccherosa, il succo di limone sapeva di sapone, e almeno uno di loro si sentiva male dopo ogni pasto – ma continuavano a venirci, un po’ per abitudine e un po’ per necessità. Da Pho Viet Huong si poteva ordinare una porzione di zuppa e un sandwich per cinque dollari, o un’entrée, che costava tra gli otto e i dieci dollari ma era molto abbondante, per cui era possibile conservarne una metà per il giorno dopo o per uno spuntino notturno. Solo Malcolm non vuotava mai il suo piatto e non si faceva neppure incartare gli avanzi; quando finiva di mangiare lo metteva al centro del tavolo in modo che Willem e JB – che avevano sempre fame – completassero l’opera.

			«Non è che vogliamo abitare tra la Venticinquesima e la Seconda, JB» disse Willem in tono paziente, «ma non è che c’è tanto da scegliere. Non abbiamo un soldo, se te lo fossi dimenticato».

			«Non capisco perché non restate dove siete» disse Malcolm, spostando oziosamente con la forchetta i suoi funghi e il suo tofu – ordinava sempre lo stesso piatto: funghi orecchioni e tofu brasato in salsa gravy – sotto lo sguardo attento di Willem e JB.

			«Be’, io non posso» disse Willem. «Non te lo ricordi?». Doveva averlo già spiegato a Malcolm una dozzina di volte, negli ultimi tre mesi. «Il ragazzo di Merritt si trasferisce da lui, perciò devo togliermi di mezzo».

			«E perché devi essere proprio tu ad andartene?».

			«Perché il contratto d’affitto è a nome di Merritt, Malcolm!» intervenne JB.

			«Oh» rispose Malcolm, senza scomporsi. Si dimenticava spesso quelli che considerava dettagli irrilevanti, ma non sembrava se la prendesse quando la gente si spazientiva per questo. «Giusto». Spostò il piatto coi funghi al centro della tavola. «Tu però, Jude...».

			«Non posso restare da te per l’eternità, Malcolm. Prima o poi, i tuoi finiranno per ammazzarmi».

			«I miei ti adorano».

			«Molto carino, da parte tua. Ma smetteranno presto di adorarmi, se non mi tolgo dai piedi».

			Malcolm era l’unico dei quattro che vivesse ancora a casa sua, e JB amava ripetere spesso che, se avesse avuto una casa come quella di Malcolm, anche lui avrebbe fatto lo stesso. Non che fosse un edificio particolarmente bello – in realtà era fatiscente e anche la manutenzione lasciava a desiderare, al punto che Willem si era ferito con una scheggia semplicemente per aver strisciato il palmo sul corrimano – ma era grande: un vero palazzetto dell’Upper East Side. La sorella di Malcolm, Flora, che aveva tre anni più di lui, aveva lasciato di recente il suo appartamento al piano seminterrato, e Jude aveva preso il suo posto, in via temporanea. Prima o poi, i genitori di Malcolm avrebbero chiesto che l’appartamento fosse liberato per farne la sede dell’agenzia letteraria di sua madre, e questo significava che Jude (il quale considerava comunque le scale troppo complicate da gestire) doveva cercarsi una nuova sistemazione.

			Era del tutto naturale che lo facesse insieme a Willem: erano stati compagni di stanza per tutto il periodo del college. Durante il primo anno, avevano condiviso in quattro uno spazio che consisteva in una sala dalle pareti in calcestruzzo, riempita con le loro scrivanie, le sedie e un divano che le zie di JB avevano portato con un furgone da traslochi, e in una seconda stanza molto più piccola, nella quale erano state sistemate due coppie di letti a castello. La camera era così stretta che a Malcolm e Jude, i quali avevano optato per i letti di sotto, bastava sporgersi appena per toccarsi le mani. In seguito, Malcolm e JB si erano presi uno degli alloggi, Jude e Willem l’altro.

			«Bianchi contro neri» commentava JB.

			«Jude non è bianco» ribatteva Willem.

			«E io non sono nero» aggiungeva Malcolm, più per indisporre JB che per vera convinzione.

			«Be’» intervenne JB, spingendo il piatto di funghi verso Willem con i rebbi della forchetta, «vi direi di venire a stare da me, ma credo proprio che lo odiereste, il cazzo di posto in cui vivo». JB abitava in un loft enorme e lercio a Little Italy, pieno di strani corridoi che sfociavano in cul-de-sac inutilizzati o in stanze mai completate, con i divisori di cartongesso lasciati a metà, che apparteneva a un’altra persona che conoscevano dai tempi del college. Ezra era un artista, o meglio, un pessimo artista, ma non aveva alcun bisogno di essere bravo perché, come JB non mancava di sottolineare in ogni occasione, non avrebbe mai dovuto lavorare, in tutta la sua vita. E non solo lui, ma anche i figli dei figli dei suoi figli: avrebbero potuto realizzare opere d’arte brutte, inutili e invendibili per generazioni e sarebbero comunque stati in grado di permettersi i colori a olio delle marche migliori o loft inutilmente grandi al centro di Manhattan, da rovinare con le loro improbabili scelte architettoniche. Quando poi si fossero stancati della vita da artisti – come, JB ne era certo, sarebbe accaduto a Ezra – tutto ciò che avrebbero dovuto fare sarebbe stata una telefonata ai gestori dei loro fondi, per farsi consegnare in contanti una somma che nessuno di loro quattro (a parte forse Malcolm) avrebbe mai potuto sognare per tutta la vita. Per il momento, comunque, Ezra era una conoscenza utile, non solo perché lasciava che JB e altri ex compagni di college vivessero nel suo appartamento – c’erano sempre almeno quattro o cinque di loro rintanati in altrettanti angoli del loft – ma perché era una persona di buon carattere e fondamentalmente generosa, cui piaceva organizzare feste esagerate nelle quali si poteva consumare gratis una quantità quasi illimitata di cibo, droga e alcol.

			«Un momento» disse JB, posando le bacchette. «Me n’ero completamente scordato, ma c’è una ragazza al giornale che affitta l’appartamento di una sua zia. A due passi da Chinatown».

			«E quanto vuole?» chiese Willem.

			«Probabilmente una miseria: non sapeva neppure quanto chiedere. E vuole darlo a qualcuno che conosce».

			«Credi di poterci mettere una buona parola?».

			«Posso fare di meglio: ve la presento. Potete passare dal mio ufficio, domani?».

			Jude fece un sospiro. «Non credo di potermi sganciare». Guardò Willem.

			«Non preoccuparti, io posso. A che ora?».

			«Verso l’ora di pranzo, direi. L’una?».

			«Per me va bene».

			Willem aveva ancora fame, ma lasciò finire i funghi a JB. Poi rimasero tutti in attesa per un po’: a volte Malcolm ordinava un gelato al jackfruit, l’unico piatto davvero buono sul menu, ne mangiava due cucchiai e lui e JB si sbafavano il resto. Ma stavolta non ordinò nient’altro, perciò chiesero il conto in modo da poterlo studiare e dividere in quattro parti, uguali al centesimo.

			Il giorno dopo, Willem raggiunse JB nel suo ufficio. JB lavorava al centralino di una rivista piccola ma influente con sede a Soho, che monitorava la scena artistica di Manhattan. Era un lavoro strategico: il suo piano, come aveva spiegato a Willem una sera, consisteva nel tentare di stringere amicizia con uno degli editor e convincerlo a scrivere un articolo su di lui. Si era dato sei mesi per riuscirci, perciò gliene rimanevano tre.

			Sul posto di lavoro, JB aveva sempre un’espressione leggermente incredula, sia all’idea che stesse veramente lavorando, sia per il fatto che nessuno avesse ancora pensato di riconoscere il suo genio. Non era un buon centralinista. Benché i telefoni squillassero in modo più o meno costante, era raro che rispondesse, e quando qualcuno di loro voleva parlargli (i cellulari non prendevano praticamente mai), doveva rispettare un codice: due squilli, riappendere e richiamare. Anche in quel caso, però, capitava che non rispondesse: aveva le mani occupate sotto il piano della scrivania, a pettinare e intrecciare ciuffi di capelli estratti da una busta nera dell’immondizia che teneva ai suoi piedi.

			JB era nel pieno di quella che definiva la sua fase dei capelli. Recentemente aveva deciso di prendersi una pausa dalla pittura per realizzare delle sculture fatte interamente di capelli neri. Ciascuno di loro aveva trascorso un estenuante weekend seguendo JB da un negozio di barbiere a un centro estetico nel Queens, a Brooklyn, nel Bronx e a Manhattan, e restando fuori mentre lui entrava e chiedeva ai proprietari ogni tipo possibile di capelli, che metteva in una busta per poi uscire e riprendere a trascinarsela dietro, sempre più gonfia e deforme. Le sue prime opere includevano La mazza ferrata, una palla da tennis che aveva spelato, aperto in due e riempito di sabbia, prima di coprirla con uno strato di colla e farla rotolare avanti e indietro in un tappeto di capelli, in modo che le setole si muovessero come alghe sott’acqua, e Il Kuotidiano, nel quale aveva ricoperto con uno strato di capelli diversi oggetti per la casa: una pinzatrice, una spatola, una tazza da tè. Ora stava lavorando a un progetto su larga scala che si rifiutava di discutere nei dettagli con loro, ma che includeva l’atto di stirare e intrecciare vari pezzi in modo da creare una corda apparentemente infinita, tutta fatta di capelli neri e crespi. Il venerdì precedente li aveva attirati con l’inganno, chiedendo loro di aiutarlo in cambio di una pizza e una birra, ma dopo parecchie ore di lavoro noiosissimo si erano resi conto che non c’era alcuna pizza o birra in arrivo e se n’erano andati, un po’ irritati ma non particolarmente sorpresi.

			Erano tutti stufi del progetto dei capelli, anche se Jude – l’unico, fra loro – pensava che le sculture fossero carine e che un giorno sarebbero state considerate importanti. Per ringraziarlo, JB gli aveva regalato una spazzola coperta di capelli, ma poi l’aveva chiesta indietro quando per un attimo era sembrato che un amico del padre di Ezra potesse essere interessato ad acquistarla (non era successo, ma JB non aveva comunque restituito la spazzola a Jude). Il progetto dei capelli si era dimostrato difficoltoso anche da altri punti di vista: una sera in cui si erano ritrovati di nuovo a Little Italy a intrecciare capelli, Malcolm aveva commentato che i capelli puzzavano. Ed era vero: non si trattava di un tanfo vero e proprio, quanto dell’odore pungente e metallico che hanno i capelli quando non sono lavati. Ma JB era montato su tutte le furie, e aveva accusato Malcolm di odiare la propria negritudine, di essere uno zio Tom e un traditore della sua razza. E Malcolm, che si arrabbiava di rado ma non sopportava quel genere di accuse, aveva versato il suo vino nella busta di capelli più vicina a lui, si era alzato ed era uscito a passo deciso. Jude gli era corso dietro, per quanto gli fosse possibile, e Willem era rimasto a vedersela con JB. E sebbene il giorno dopo i due litiganti si fossero riconciliati, Willem e Jude (ingiustamente, lo sapevano bene) avevano finito per avercela più con Malcolm, visto che il weekend successivo si erano ritrovati nel Queens a girare da un negozio di barbiere all’altro, nel tentativo di rimpiazzare la busta di capelli che il loro amico aveva rovinato.

			«Com’è la vita, sul pianeta nero?» chiese Willem a JB.

			«Nera» rispose JB, rimettendo dentro la busta la treccia di capelli che stava tentando di sciogliere. «Andiamo. Ho detto ad Annika che saremmo stati da lei all’una e mezzo». Il telefono sulla sua scrivania cominciò a squillare.

			«Non devi rispondere?».

			«Richiameranno».

			Mentre si incamminavano in direzione sud, JB cominciò a lamentarsi. Fino a quel momento, aveva concentrato i suoi tentativi di seduzione su un senior editor di nome Dean, che loro chiamavano Dee-Ann. Erano andati in tre a una festa organizzata nell’appartamento di uno dei genitori del junior editor, al Dakota: una sequela di stanze con le pareti tappezzate di opere d’arte. Mentre JB chiacchierava in cucina con i suoi colleghi, Malcolm e Willem si erano messi a girare per l’appartamento (dov’era Jude, quella sera? Probabilmente al lavoro), guardando una serie di foto di Edward Burtynsky appese nella stanza degli ospiti, una suite di torri idriche di Bernd e Hilla Becher, montate in quattro file da cinque sopra la scrivania dello studio, un enorme Gursky che fluttuava sopra le mensole della biblioteca e, nella camera da letto, un’intera parete di foto di Diane Arbus, che coprivano quasi tutto lo spazio disponibile, lasciando libere solo due strisce di muro in alto e in basso. Stavano ammirando la foto di due ragazze down dal volto dolcissimo, che si esibivano davanti all’obiettivo con i loro costumi da bagno troppo stretti e troppo infantili, quando Dean si era avvicinato. Era un uomo alto, ma aveva una faccia piccola e butterata, da nutria, che gli dava un’aria crudele e poco affidabile.

			Si presentarono e spiegarono di essere venuti alla festa perché erano amici di JB. Dean disse loro che era uno dei senior editor della rivista, e che si occupava di tutti i pezzi sul mondo dell’arte.

			«Ah» commentò Willem, evitando di guardare Malcolm per paura della reazione che avrebbe avuto. JB gli aveva detto di aver scelto come potenziale obiettivo l’editor della sezione arti figurative: doveva essere lui, quindi.

			«Avete mai visto una cosa così bella?» chiese Dean, indicando le foto.

			«Mai» disse Willem. «Adoro Diane Arbus».

			Dean si irrigidì, e sembrò quasi che i lineamenti si compattassero in un solo nodo, al centro esatto della faccia. «Dee-Ann».

			«Come, scusa?».

			«Dee-Ann. È così che si pronuncia».

			Avevano faticato a uscire dalla stanza senza scoppiare a ridere. «Dee-Ann!» aveva commentato JB, quando gliel’avevano raccontato. «Cristo. Che stronzetto presuntuoso».

			«Ma è lo stronzetto presuntuoso al quale stai facendo il filo» ribatté Jude. E da allora, il soprannome Dee-Ann gli era rimasto attaccato addosso.

			Sfortunatamente, però, nonostante la dedizione con cui aveva coltivato i rapporti con Dee-Ann, JB non sembrava aver fatto alcun passo verso la pubblicazione nella rivista. Aveva lasciato che Dee-Ann gli facesse un pompino nella sauna della palestra, ma non c’erano state conseguenze. Ogni giorno JB trovava un pretesto per fare un salto negli uffici editoriali e fermarsi davanti alla bacheca coperta di foglietti bianchi su cui erano annotate le idee per gli articoli dei tre mesi successivi, e ogni volta si concentrava sulla sezione dedicata agli artisti emergenti, cercando il suo nome. Ma ogni giorno restava deluso. Al posto del suo, trovava scritti i nomi di diversi artisti privi di talento e sopravvalutati, tutta gente cui restituire un favore, o che conosceva altra gente con crediti da riscuotere.

			«Se ci vedo il nome di Ezra, là sopra, mi suicido» diceva sempre JB, al che gli altri rispondevano: «Non succederà mai, JB», e «Non preoccuparti, JB, ci sarai tu là sopra, un giorno», e ancora «A che ti serve, JB? Troverai un’altra strada», e JB replicava, rispettivamente: «Ne siete sicuri?», «Ho i miei dubbi, cazzo» e «Ho investito tutto questo tempo – tre mesi della mia vita del cazzo – quindi sarà meglio che ci finisca davvero, su quella cazzo di bacheca, o sarà stato solo uno spreco di tempo, come tutto il resto», intendendo con il resto, di volta in volta, la scuola di specializzazione, il ritorno a New York, la serie dei capelli o la vita in generale, a seconda di quanto si sentisse nichilista.

			Stava ancora lamentandosi quando arrivarono a Lispenard Street. Per Willem, essendo relativamente nuovo della città – si era stabilito a New York solo da un anno – era normale non aver mai sentito nominare quella strada, che in realtà era poco più di un vicolo, due isolati in lunghezza e uno a sud di Canal Street. Ma JB, che era cresciuto a Brooklyn, non ne sapeva più di lui.

			Trovarono il palazzo e citofonarono al 5C. Rispose una voce femminile, resa stridula e vuota dall’interfono, e li fece entrare. L’atrio era angusto, con i soffitti alti, e le pareti erano dipinte di un lucente marrone cacarella, che li fece sentire come se si trovassero sul fondo di un pozzo.

			La ragazza li aspettava sulla porta dell’appartamento. «Ciao, JB» disse, poi guardò Willem e arrossì.

			«Annika, ti presento il mio amico Willem» disse JB. «Willem, Annika lavora alla sezione arte. È in gamba».

			Annika tese la mano, abbassando gli occhi. «Piacere di conoscerti» disse, rivolta al pavimento. JB diede un calcetto su un piede di Willem, e gli rivolse un sogghigno. Willem scelse di ignorarlo.

			«Piacere mio» rispose.

			«Bene, questo è l’appartamento. È di mia zia. Ci ha vissuto per quarant’anni ma si è trasferita in una casa di riposo». Annika parlava a macchinetta, e doveva aver deciso che la strategia migliore fosse trattare Willem come un’eclissi, limitandosi a non guardarlo. Accelerò ancora, parlando di sua zia, di come dicesse sempre che il quartiere era cambiato, di come lei non avesse mai sentito nominare Lispenard Street finché non si era trasferita Downtown, di quanto fosse spiacente per non aver fatto imbiancare la casa, ma sua zia se n’era andata pochi giorni prima e aveva avuto solo il weekend per far dare una ripulita. Guardava dappertutto fuorché in direzione di Willem, spostando gli occhi dal soffitto (mattonelle di stagno) al pavimento (un po’ rovinato, ma parquet) alle pareti (sulle quali le ombre delle cornici spiccavano come fantasmi), finché Willem non fu costretto a interromperla, con la massima gentilezza, per chiederle se poteva dare un’occhiata al resto dell’appartamento.

			«Oh, fate pure» disse Annika. «Vi lascio soli». Ma poi cominciò a seguirli, parlando a macchinetta a JB di un tipo che si chiamava Jasper e che usava l’Archer letteralmente per qualunque cosa, e non credeva, JB, che fosse un po’ troppo arrotondato e insolito, come carattere tipografico? Ora che Willem le dava le spalle lo fissò, mentre le sue farneticazioni si facevano sempre più inconsulte. JB la fissò a sua volta mentre lei guardava Willem. Non l’aveva mai vista così, nervosa e quasi infantile (normalmente era burbera e silenziosa, e in ufficio era abbastanza temuta, specie dopo che aveva creato, sulla parete sopra la sua scrivania, una scultura elaborata a forma di cuore, fatta solo di lamette X-ACTO), ma aveva visto già tante donne comportarsi in quel modo in presenza di Willem. Anzi, non c’era donna che non reagisse in quel modo. Il loro amico Lionel diceva sempre che in una vita precedente Willem doveva essere stato un pescatore, visto che non poteva fare a meno di attrarre la passera. Eppure, il più delle volte (non sempre), Willem sembrava inconsapevole delle attenzioni che suscitava. Una volta JB aveva chiesto a Malcolm il motivo di quell’assenza di reazioni, e Malcolm gli aveva risposto che secondo lui Willem non si accorgeva di niente. JB si era limitato a un grugnito di assenso, ma in realtà aveva pensato che Malcolm fosse la persona più ottusa che conosceva, e che se perfino Malcolm si era accorto di come reagivano le donne in presenza di Willem, allora era impossibile che Willem non lo avesse notato. In seguito, però, Jude aveva proposto un’interpretazione diversa: aveva suggerito che Willem scegliesse deliberatamente di non reagire alle attenzioni femminili per evitare che gli altri uomini si sentissero minacciati dalla sua presenza. Si trattava di un’ipotesi più sensata: Willem piaceva a tutti e non voleva mai mettere a disagio nessuno, almeno intenzionalmente, perciò era possibile che, a livello inconscio, fingesse una sorta di ignoranza. Comunque, era uno spettacolo affascinante, e loro tre non si stancavano mai di assistervi o di prenderlo in giro, anche se di solito Willem si limitava a sorridere, senza dire niente.

			«L’ascensore funziona bene?» chiese all’improvviso Willem, voltandosi.

			«Come?» ribatté Annika, colta di sorpresa. «Sì, è molto affidabile». Distese le labbra scolorite in un sorriso che, si rese conto JB con una punta di imbarazzo per lei, avrebbe voluto risultare seducente. Oh, Annika, sospirò tra sé e sé. «Cosa pensate di portare nell’appartamento di mia zia, di preciso?».

			«Un nostro amico» rispose JB, precedendo Willem. «Ha dei problemi a salire le scale, perciò è importante che l’ascensore funzioni».

			«Oh» disse lei, arrossendo e tornando a fissare il pavimento. «Mi dispiace. Sì, funziona».

			L’appartamento non era certo imponente. C’era un piccolo atrio, poco più largo di uno zerbino, dal quale si ramificavano la cucina (un cubo piccolo, caldo e unto) sulla destra e una sala da pranzo sulla sinistra nella quale sarebbe potuto entrare tutt’al più un tavolino pieghevole. Una mezza parete separava quello spazio dal soggiorno, con le sue finestre, tutte e quattro con le sbarre e che affacciavano a sud, sul vicolo coperto di immondizia, mentre in fondo a un breve corridoio sulla destra c’era il bagno, con le lampade di vetro opaco e la vasca con lo smalto consumato, e di fronte la camera da letto, lunga e stretta, con un’altra finestra e due reti singole parallele una all’altra, e spinte contro la parete. Su una delle due reti era già stato sistemato un futon, gonfio e sgraziato, pesante come un cavallo morto.

			«Il futon non è mai stato usato» disse Annika. E si lanciò in una lunga spiegazione su come stesse per trasferirsi in quella casa e avesse comprato il futon proprio per quel motivo, ma non lo avesse mai provato perché aveva preferito andare ad abitare con il suo amico Clement, che non era il suo ragazzo ma un semplice amico, e Dio santo, che ritardata era stata, a dirlo. Comunque, se Willem voleva l’appartamento, sarebbe stata lieta di lasciargli il futon, a titolo gratuito.

			Willem la ringraziò. «Che ne pensi, JB?» chiese.

			Che ne pensava? Pensava che fosse un buco schifoso. Ovviamente, anche lui abitava in una casa di merda, ma aveva scelto di sistemarsi lì anche perché non pagava, e i soldi che avrebbe dovuto spendere per l’affitto era libero di utilizzarli per comprare i colori, la roba da mangiare e la droga, oltre che per concedersi un taxi di tanto in tanto. Se però Ezra avesse deciso di chiedergli l’affitto, non sarebbe rimasto per nessun motivo al mondo. La sua famiglia poteva non essere ricca come quella di Ezra, o di Malcolm, ma non gli avrebbe mai permesso di gettar via i soldi abitando in un buco di merda. Gli avrebbe trovato qualcosa di meglio o gli avrebbe passato un piccolo mensile per aiutarlo a tirare avanti. Willem e Jude, però, non avevano scelta: dovevano pagare un affitto e non avevano un centesimo, perciò erano condannati a vivere in un cesso di appartamento. E se questo era il loro destino, tanto valeva che scegliessero quello, di cesso: costava poco, era in centro e la potenziale padrona di casa aveva già una cotta per il cinquanta per cento dei futuri inquilini.

			«Penso che sia perfetto» disse a Willem, il quale si dichiarò d’accordo. Annika si lasciò scappare uno strilletto di approvazione. E dopo una rapida, ulteriore conversazione, si resero conto che tutto era sistemato: Annika aveva un inquilino e Willem e Jude avevano un posto dove vivere. JB non ebbe neppure il tempo di ricordare a Willem che non sarebbe stata una cattiva idea offrirgli una porzione di spaghetti per pranzo, prima che fosse costretto a rientrare in ufficio.

			JB non era particolarmente portato per l’introspezione, ma quella domenica, a bordo del treno che lo avrebbe portato a casa di sua madre, non poté esimersi dal provare una sorta di autocompiacimento, unito a uno stato d’animo molto vicino alla gratitudine, per la vita e la famiglia che aveva avuto in dono.

			Suo padre, che era emigrato a New York da Haiti, era morto quando JB aveva tre anni, e benché a JB piacesse credere di ricordarne il viso – buono e gentile, con una strisciolina di baffi e le guance che si gonfiavano e arrotondavano come susine quando sorrideva – non avrebbe mai saputo con certezza se quel ricordo fosse reale o solo un’impressione che derivava dal fatto di essere cresciuto guardando la foto del padre, appoggiata sul comodino in camera di sua madre. In ogni caso, la morte del padre era stato l’unico motivo di tristezza della sua infanzia, e per giunta, in un certo senso, più obbligatorio che davvero sentito: era orfano di padre, e sapeva che i bambini senza padre soffrono la sua assenza per tutta la vita. In realtà, non aveva mai provato quel senso doloroso di nostalgia. Dopo la morte del padre, sua madre, che era una haitiana americana di seconda generazione, aveva ottenuto un dottorato in pedagogia, mentre insegnava già nella scuola pubblica vicino casa che considerava troppo scadente per JB. E quando JB aveva cominciato gli studi superiori in una costosa scuola privata a un’ora di treno dalla loro casa di Brooklyn, che frequentava grazie a una borsa di studio, lei era preside in un istituto professionale di Manhattan e professore associato al Brooklyn College. Le era anche stato dedicato un articolo sul New York Times che parlava dei suoi metodi di insegnamento innovativi, e benché non lo avrebbe mai ammesso con i suoi amici, JB era fiero di sua madre.

			Aveva sempre avuto un sacco di cose da fare durante la sua crescita, ma JB non si era mai sentito trascurato, e non aveva mai avuto la sensazione che la madre amasse i suoi studenti più di lui. A casa c’era la nonna, che gli cucinava tutto quello che voleva, gli cantava le canzoni in francese e gli diceva letteralmente ogni giorno che era il suo tesoro, un genio, l’uomo della sua vita. Poi c’erano le zie: la sorella della madre, che faceva la detective a Manhattan, e la sua compagna, una farmacista, a sua volta americana di seconda generazione (ma di origine portoricana, non haitiana), che non avevano figli e perciò lo trattavano come se fosse una loro creatura. La sorella della madre era un tipo sportivo e gli aveva insegnato come lanciare o bloccare una palla (un’attività che, già allora, non lo interessava particolarmente, ma che si sarebbe dimostrata molto utile a fini sociali) e la sua compagna era appassionata di arte: uno dei suoi primi ricordi era una gita con lei al Museo d’Arte Moderna, dove era rimasto a guardare Uno (Numero 31, 1950) stupefatto e senza quasi ascoltare la zia che gli spiegava la tecnica con la quale Pollock aveva realizzato l’opera.

			Alle superiori, dove gli era parsa necessaria una certa dose di revisionismo per spiccare e, soprattutto, per mettere a disagio i ricchi compagni di classe bianchi, aveva alterato leggermente le circostanze della sua vita, ed era diventato l’ennesimo ragazzo di colore cresciuto senza padre, con una madre che aveva finito gli studi solo dopo che lui era nato (si era guardato dal precisare che si trattava degli studi post-universitari, e la gente ne aveva dedotto che si riferisse alle superiori), e una zia che lavorava per strada (anche in questo caso, tutti avevano immaginato che si prostituisse, senza rendersi conto che lui alludeva al mestiere di detective). La sua foto di famiglia preferita era stata scattata dal suo migliore amico alle superiori, un ragazzo di nome Daniel al quale aveva rivelato la verità subito prima di farlo entrare in casa. Daniel stava lavorando a una serie di ritratti di famiglie che erano salite «dalle stalle alle stelle», e JB si era dovuto affrettare a correggere la convinzione dell’amico che sua zia si guadagnasse da vivere battendo e la madre sapesse appena leggere e scrivere. Daniel aveva spalancato la bocca senza spiccicare parola, ma poi la madre di JB era venuta alla porta e li aveva invitati a entrare, prima che si congelassero per il freddo, e a Daniel non era rimasto che obbedire.

			Ancora stupefatto, li aveva fatti mettere in posa nel salotto: la nonna di JB, Yvette, sulla sua sedia preferita, con lo schienale alto, la zia Christine e la sua compagna, Silvia, da un lato, e JB e sua madre dall’altro. Ma poi, subito prima che Daniel potesse scattare la foto, Yvette aveva chiesto che JB prendesse il suo posto. «È lui il re della casa» aveva detto a Daniel, tra le proteste delle figlie. «Jean-Baptiste! Siediti!». JB aveva obbedito. Nella foto, stringe i braccioli con le mani grassocce (già a quei tempi era in carne), mentre su entrambi i lati le donne lo guardano dall’alto, piene d’amore. Lui invece guarda direttamente verso l’obiettivo, con un gran sorriso, seduto sulla sedia che avrebbe dovuto essere occupata da sua nonna.

			La loro fiducia in lui, e nel fatto che avrebbe finito per trionfare, era rimasta incrollabile, in modo quasi sconcertante. Erano convinte – perfino quando le convinzioni dello stesso JB erano state messe alla prova così tante volte che gli riusciva ormai difficile alimentarle – che un giorno sarebbe stato un grande artista, che le sue opere sarebbero state esposte nei musei più importanti e che se qualcuno non gli aveva dato le possibilità che meritava era perché non sapeva apprezzarne il talento. A volte credeva a quello che dicevano e si lasciava rinfrancare dalla loro fiducia. Altre volte era sospettoso: le loro opinioni sembravano talmente opposte a quelle del resto del mondo da spingerlo a chiedersi se non stessero cercando di assecondarlo, o se non fossero pazze. O magari avevano semplicemente cattivo gusto. Come poteva il giudizio di quattro donne differire così profondamente da quello di tutti gli altri? Una cosa era certa: le probabilità che fossero loro ad aver ragione non erano molto elevate.

			Ma era comunque sollevato di tornare in gran segreto tutte le domeniche a casa, dove il cibo era abbondante e gratuito, dove la nonna gli lavava i panni e dove ogni parola che pronunciava e ogni disegno che mostrava erano soppesati e accolti da un mormorio di approvazione. La casa di sua madre era un terreno famigliare, un luogo dove sarebbe sempre stato riverito, dove ogni consuetudine o tradizione sembrava modellata a sua misura e per soddisfare le sue necessità più minute. In un preciso momento della sera – dopo cena ma prima del dessert, mentre riposavano tutti insieme in salotto, davanti alla televisione, con il gatto di sua madre che gli si acciambellava in grembo, scaldandolo – JB guardava le sue donne e sentiva qualcosa che gli si gonfiava dentro. Pensava a Malcolm, con un padre spietatamente intelligente e una madre affettuosa ma sempre con la testa altrove; poi a Willem, che aveva perso entrambi i genitori (JB li aveva incontrati una volta sola, al primo anno di college, durante il weekend del trasloco, ed era rimasto sorpreso da quanto fossero taciturni e formali, l’esatto opposto di Willem); infine, ovviamente, a Jude, con i suoi genitori completamente inesistenti (un autentico mistero: conoscevano Jude da dieci anni, ormai, e non sapevano ancora con certezza se e quando ci fossero stati dei genitori; l’unica cosa certa era che si trattava di una faccenda penosa, della quale era meglio evitare di parlare), e sentiva un’ondata calda di felicità e gratitudine, come se un oceano gli si sollevasse nel petto. Sono fortunato, pensava, e subito dopo, vista la sua natura competitiva e la tendenza a confrontarsi con i suoi pari su ogni aspetto dell’esistenza, aggiungeva, sono il più fortunato di tutti. Ma non pensava mai di non meritare quella fortuna, o di dover lavorare più sodo per esprimere il proprio apprezzamento: la sua famiglia era felice quando lui era felice, perciò l’unico obbligo che aveva nei loro confronti era, appunto, essere felice, vivere esattamente la vita che desiderava e nel modo che preferiva.

			«Non abbiamo le famiglie che ci meritiamo» aveva detto Willem una volta che erano tutti belli stonati. Ovviamente, si riferiva a Jude.

			«Sono d’accordo» aveva risposto JB. Ed era così. Nessuno di loro – che si trattasse di Willem, di Jude o di Malcolm – aveva la famiglia che meritava. Ma in segreto, si considerava l’eccezione. Lui ce l’aveva eccome, la famiglia che meritava. Erano tutte persone semplicemente magnifiche, e lo sapeva. Cosa ancor più importante, sapeva di meritarle.

			«Ecco il mio ragazzo brillante» esclamava Yvette ogni volta che lo vedeva entrare in casa.

			Non gli era mai venuto in mente che potesse anche solo lontanamente essere in errore.

			Il giorno del trasloco, l’ascensore si ruppe.

			«Maledizione» disse Willem. «Lo avevo chiesto personalmente, ad Annika. Hai il suo telefono, JB?».

			Ma JB non lo aveva. «Pazienza» disse Willem. In ogni caso, a che cosa sarebbe servito, mandarle un sms? «Mi dispiace, ragazzi, ma dovremo fare le scale» disse ai presenti.

			Nessuno sembrava particolarmente turbato dalla cosa. Era una bella giornata di fine autunno, fredda e ventosa, ed erano in otto per spostare qualche scatola e pochi mobili: oltre a Willem, JB, Jude e Malcolm, un amico di JB, Richard, un’amica di Willem, Caroline, e due amici comuni che si chiamavano entrambi Henry Young e che, per distinguerli, erano stati ribattezzati Asian Henry Young e Black Henry Young.

			Fu Malcolm, che sapeva tirare fuori doti organizzative quando meno te lo saresti aspettato, a suddividere i compiti. Jude sarebbe salito nell’appartamento per dirigere il traffico e sistemare gli scatoloni. Caroline e Black Henry Young, entrambi robusti ma bassi di statura, si sarebbero occupati delle scatole con i libri, che erano le più maneggevoli. Willem, JB e Richard avrebbero portato su i mobili. E lui, insieme a Asian Henry Young, avrebbe provveduto al resto. A ogni viaggio, ciascuno di loro avrebbe dovuto prendere i cartoni che Jude aveva aperto e ripiegato, e depositarli sul marciapiede, vicino ai bidoni dell’immondizia.

			«Hai bisogno di aiuto?» sussurrò Willem a Jude mentre gli altri cominciavano a mettersi all’opera.

			«No» rispose Jude, e Willem rimase a guardarlo mentre saliva a passo incerto gli scalini, che erano particolarmente alti e ripidi, fino a sparire dalla sua vista.

			Fu un trasloco semplice, rapido e senza incidenti, e dopo essersi fermati per un po’ ad aprire le scatole di libri e a mangiucchiare tranci di pizza, gli altri se ne andarono tutti, lasciando Willem e Jude soli nel loro nuovo appartamento. Il caos regnava sovrano, ma l’idea di dover mettere tutto a posto era troppo faticosa. Decisero di prendere tempo, stupiti dalla rapidità con cui si era fatto buio e dal mero fatto di avere un posto dove vivere, a Manhattan e a portata delle loro tasche. A nessuno dei due era sfuggita l’aria cortesemente distaccata con cui gli amici avevano guardato il loro appartamento (i commenti si erano concentrati soprattutto sulla camera da letto con le due minuscole brandine, che Willem, descrivendola a Jude, aveva definito «da manicomio vittoriano»), ma non importava: era casa loro, avevano un contratto biennale e nessuno avrebbe potuto portargliela via. Sarebbero addirittura riusciti a mettere da parte un po’ di soldi, e a che scopo cercare qualcosa di più spazioso? Certo, amavano entrambi la bellezza, ma avrebbe dovuto attendere. O meglio, toccava a loro aspettare ancora, prima di poterla ottenere.

			Stavano parlando, ma gli occhi di Jude erano chiusi, e Willem sapeva – dal modo in cui sbatteva le palpebre come un colibrì e dalla forza con cui stringeva le mani a pugno, con l’intrico verde oceano delle vene in rilievo – che il suo amico stava soffrendo. E intuiva dalla rigidità delle gambe, stese sopra uno scatolone di libri, che il dolore doveva essere particolarmente intenso, e che non c’era niente che potesse fare per alleviarlo. Se avesse detto: «Jude, vuoi che ti porti un’aspirina?», Jude avrebbe risposto: «Sto bene, Willem. Non ho bisogno di niente». E se avesse detto: «Perché non ti stendi per un po’, Jude?», Jude avrebbe ribadito: «Willem, ti ho detto che sto bene. Non ti preoccupare». Perciò, finì per comportarsi come tutti loro avevano imparato a fare nel corso degli anni, ogni volta che il dolore alle gambe si ripresentava: alzarsi con una scusa e uscire dalla stanza, in modo che Jude potesse restare disteso, perfettamente immobile, e aspettare che la crisi passasse senza dover sostenere una conversazione o sprecare energie fingendo che tutto andasse bene e che era solo stanco o aveva i crampi, o inventando una qualunque altra scusa adatta alla situazione.

			In camera da letto, Willem trovò il sacco nero dell’immondizia con dentro le loro lenzuola e preparò prima il suo futon e poi quello di Jude (che avevano comprato la settimana prima dalla ormai quasi ex ragazza di Caroline, per pochi dollari). Divise i suoi vestiti tra camicie, pantaloni, mutande e calzini, assegnando a ogni capo di vestiario uno degli scatoloni di libri appena svuotati, e mettendo il tutto sotto il letto. Non toccò i vestiti di Jude ma si spostò in bagno, pulendo e disinfettando ovunque prima di sistemare dentifricio, sapone, rasoi e shampoo. Si interruppe un paio di volte per andare a sbirciare in soggiorno, dove Jude era rimasto nella medesima posizione, gli occhi ancora chiusi, la mano sempre stretta a pugno e la faccia voltata in modo che Willem non potesse vedere la sua espressione.

			I suoi sentimenti nei confronti di Jude erano complessi. Gli voleva bene – su questo non c’era il minimo dubbio –, si preoccupava per lui e a volte assumeva un ruolo di fratello maggiore e di protettore, più ancora che di amico. Sapeva che Jude se la sarebbe cavata anche senza di lui, come aveva già fatto in passato, ma a volte vedeva nel suo coinquilino delle cose che lo turbavano e lo facevano sentire al contempo impotente e, paradossalmente, ancor più determinato a essergli di sostegno (benché Jude chiedesse raramente aiuto, in qualsiasi forma). Tutti adoravano Jude, e lo ammiravano, ma Willem aveva spesso la sensazione che il suo amico gli avesse svelato qualcosa di sé che gli altri ignoravano, e non era sicuro di sapere come avrebbe dovuto mettere a frutto quella superiore conoscenza.

			I dolori alle gambe, per esempio: fin da quando lo avevano conosciuto, tutti loro erano al corrente del problema. Era difficile ignorarlo, d’altronde: in tutti gli anni del college aveva sempre usato un bastone, e quando era più giovane – aveva due anni meno di loro, era così piccolo che quando lo avevano incontrato per la prima volta non aveva ancora completato lo sviluppo – riusciva a camminare solo con l’ausilio di una stampella ortopedica, e aveva le gambe steccate. I perni dei due tutori, avvitati alle ossa, gli impedivano di piegare le ginocchia. Ma non si era mai lamentato, non una sola volta, e d’altro canto non si era mai infastidito se qualcun altro non seguiva il suo esempio: al primo anno di college, JB era scivolato su una lastra di ghiaccio, era caduto e si era rotto un polso, e tutti ricordavano la baraonda che ne era seguita, le lamentele teatrali e i pianti di JB, il suo rifiuto di lasciare l’infermeria universitaria prima che fosse trascorsa una settimana dall’ingessatura, e le file di visitatori, che avevano indotto il giornalino del college a scrivere un articolo su di lui. Nella loro stessa residenza c’era un altro tizio, un calciatore che si era rotto il menisco e che sottolineava di continuo come JB non avesse la minima idea di cos’era il vero dolore, ma Jude era andato a trovare JB ogni giorno, proprio come Willem e Malcolm, dimostrandogli tutta la comprensione di cui aveva bisogno.

			Una notte, subito dopo che JB si era degnato di lasciare la clinica universitaria ed era tornato alla residenza per godere di una nuova ondata di attenzioni, Willem si era svegliato e aveva scoperto che la stanza era deserta. Non era così insolito, in realtà: JB era dal suo ragazzo, e Malcolm, che durante quel semestre seguiva un corso di astronomia a Harvard, si era fermato nel laboratorio dove trascorreva la notte ogni martedì e giovedì. Anche Willem dormiva spesso altrove, di solito nella stanza della sua ragazza. Lei aveva l’influenza, perciò, per una volta, era rimasto in camera sua. Jude, però, c’era sempre. Non aveva mai avuto una ragazza o un ragazzo, e trascorreva tutte le notti in camera loro, al punto che la sua presenza nella brandina sotto quella di Willem era famigliare e costante come il mare.

			Non sapeva con certezza che cosa lo avesse indotto a scendere dal letto e a restare per un minuto al centro della stanza, assonnato, guardandosi intorno nel silenzio assoluto come se Jude potesse penzolare dal soffitto come un ragno. Ma poi si accorse che in camera non c’era neanche la stampella e cominciò a cercarlo, sussurrando il suo nome nella sala comune e, non avendo avuto risposta, uscendo dal loro miniappartamento e imboccando il corridoio, in direzione dei bagni. Dopo l’oscurità della loro stanza, la luce dei bagni, con i neon che emettevano il consueto, incessante sfrigolio, aveva qualcosa di nauseante, e Willem era così disorientato che non si stupì più di tanto quando vide un piede di Jude spuntare da sotto la porta dell’ultima toilette, con la punta della stampella accanto.

			«Jude?» bisbigliò, bussando alla porta, per poi aggiungere, non avendo ottenuto risposta: «Adesso apro». Spalancò la porta e trovò Jude steso sul pavimento, con una gamba premuta contro il petto. Aveva vomitato: c’era una chiazza accanto al suo corpo e una striscia color albicocca scendeva dalle labbra sul mento. Gli occhi erano chiusi ed era madido di sudore, mentre stringeva l’impugnatura della stampella con una forza che, come Willem avrebbe compreso col trascorrere del tempo, si manifestava nelle fasi di massima sofferenza.

			Sul momento, però, era spaventato e confuso, perciò cominciò a tempestare Jude di domande, a nessuna delle quali l’amico era in grado di rispondere, e solo quando tentò di sollevarlo in piedi Jude lanciò un urlo e Willem capì quanto fosse acuta la sua sofferenza.

			Riuscì in qualche modo a riportare Jude in camera, trascinandolo e caricandoselo sulle spalle, lo mise a letto e lo ripulì alla meno peggio. Quando il dolore parve diminuire, e Willem gli chiese se doveva chiamare un medico, Jude scosse il capo.

			«Ma Jude» sussurrò Willem, «tu stai male. Dobbiamo trovare qualcuno che ti aiuti».

			«Non c’è niente che possa aiutarmi» rispose, per poi aggiungere, dopo qualche istante di silenzio, «devo solo aspettare che passi». La sua voce era fioca, ridotta a un bisbiglio. Non l’aveva mai sentito così.

			«Che cosa posso fare?» chiese Willem.

			«Niente» rispose Jude. Poi, dopo un lungo silenzio: «Però, Willem... puoi restare qui con me, per un po’?».

			«Ma certo» rispose. Accanto a lui, Jude cominciò a tremare come se avesse freddo, e Willem prese il piumone dal suo letto e lo usò per avvolgerlo. A un certo punto infilò una mano sotto la coperta e cercò quella di Jude, costringendolo ad aprirla per potergliela stringere, calli e tutto. Era da tanto che non teneva un altro maschio per mano – dall’operazione chirurgica di suo fratello, molti anni prima – e rimase sorpreso da quanto fosse forte la stretta di Jude, e quanto robuste le sue dita. Jude continuò a tremare e a battere i denti per ore, finché Willem non si stese al suo fianco e si addormentò.

			La mattina dopo si svegliò sul letto di Jude, con la mano che gli pulsava, e quando ne esaminò il dorso vide dei lividi nei punti in cui l’amico gliel’aveva stretta. Si alzò, lievemente barcollante, e si spostò nella sala comune, dove trovò Jude che leggeva alla sua scrivania, i tratti del viso indistinti nella luce di quella tarda mattinata.

			Quando Willem entrò, Jude alzò gli occhi dal libro e si alzò in piedi. Per un istante restarono a fissarsi, in silenzio.

			«Willem, mi dispiace tanto» disse infine Jude.

			«Jude» rispose, «non c’è niente di cui dispiacersi». E ne era assolutamente convinto.

			Ma Jude continuò a ripetere: «Mi dispiace, mi dispiace tanto» e per quanto Willem tentasse di rassicurarlo, non trovava pace.

			«Non dire niente a Malcolm e JB, d’accordo?» gli chiese infine.

			«Non aprirò bocca» rispose Willem. E mantenne la promessa, anche se alla fine non avrebbe fatto nessuna differenza, perché anche Malcolm e JB avrebbero assistito alle crisi di Jude, benché non sempre acute come quella che Willem si era appena trovato a dover fronteggiare.

			Non ne aveva mai parlato con Jude, ma negli anni a venire lo avrebbe visto alle prese con ogni sorta di dolore, grande e piccolo; lo avrebbe visto strizzare gli occhi per una fitta improvvisa e ogni tanto, quando la sofferenza era troppo profonda, lo avrebbe visto vomitare, stendersi a terra piegato su se stesso, o semplicemente perdere i sensi e restare a lungo disteso, inerte, proprio come stava succedendo in quell’istante, nel loro nuovo appartamento. Ma benché fosse un uomo che manteneva le sue promesse, c’era una parte di lui che si chiedeva sempre perché non avesse sollevato l’argomento con Jude, perché non lo avesse costretto a spiegargli cosa provava, perché non avesse mai osato fare ciò che l’istinto gli aveva dettato centinaia di volte: sedersi accanto all’amico e massaggiargli le gambe, tentando di rimettere in moto le terminazioni nervose inceppate. E invece, ecco che ancora una volta si era nascosto in bagno, trovando qualcosa da fare mentre, a pochi metri di distanza, uno dei suoi amici più cari se ne stava solo su un disgustoso sofà, immerso nel lento e triste viaggio che lo avrebbe riportato tra i vivi, senza nessuno che gli stesse accanto.

			«Sei un vigliacco» disse alla sua immagine riflessa nello specchio del bagno. La sua faccia gli restituì lo sguardo, stanca e disgustata. Il salotto era immerso nel silenzio, ma Willem tornò sulla soglia, senza farsi vedere, aspettando che Jude facesse ritorno.

			«Una vera topaia» gli aveva detto JB, e benché non avesse torto – gli era bastata un’occhiata all’atrio del palazzo per sentirsi accapponare la pelle – Malcolm era tornato a casa di umore melanconico, chiedendosi per l’ennesima volta se continuare a vivere a casa dei genitori fosse davvero preferibile a un buco dove abitare da solo.

			La logica, inutile dirlo, gli suggeriva di restare dov’era. Guadagnava poco e lavorava fino a tardi, e la casa dei genitori era così grande che in teoria, volendo, avrebbe potuto evitare ogni contatto. Oltre a occupare per intero il secondo piano (che, a voler essere onesti, non era molto meglio di una topaia, visto il caos che vi regnava sovrano: la madre aveva rinunciato a mandare la cameriera a pulire dopo che Malcolm si era messo a sbraitare accusando Inez di aver rotto uno dei suoi modellini di casa), poteva accedere alla cucina, alla lavatrice e all’intero repertorio di giornali e riviste cui i genitori erano abbonati, e una volta la settimana ficcava i suoi vestiti nella borsa di tela traboccante che la madre portava in lavanderia andando al lavoro e che Inez era incaricata di ritirare il giorno successivo. Non andava orgoglioso di quella sistemazione, ovviamente, né del fatto che, a ventisette anni suonati, sua madre lo chiamasse ancora in ufficio prima di ordinare la spesa a domicilio, per chiedergli se gli andava una dose extra di fragole o se preferiva spigola o orata per cena.

			Le cose sarebbero comunque state più semplici se i suoi genitori avessero rispettato la stessa suddivisione degli spazi e dei tempi cui Malcolm si atteneva rigorosamente. Oltre ad aspettarsi che facesse colazione con loro tutti i giorni e pranzo la domenica, capitava spesso che facessero un salto al secondo piano e che per annunciarsi bussassero e aprissero la porta simultaneamente, benché Malcolm avesse detto e ripetuto che il secondo gesto rendeva automaticamente inutile e privo di senso il primo. Sapeva che pensarlo era impertinente e da ingrati, ma a volte esitava a tornare a casa, per paura delle chiacchiere oziose che si sarebbe dovuto sorbire prima di poter sgattaiolare nei suoi appartamenti come un adolescente. E l’idea di vivere in quella casa senza Jude lo spaventava ancora di più. Benché l’appartamento del seminterrato fosse più isolato dal corpo centrale rispetto al suo, i genitori avevano preso l’abitudine di andare a trovare l’amico senza troppi scrupoli, al punto che quando Malcolm scendeva di sotto per salutare Jude si imbatteva spesso in suo padre, seduto e impegnato a sproloquiare su qualche argomento privo di importanza. Il padre aveva un’autentica predilezione per Jude – diceva spesso a Malcolm che era un ragazzo di grande solidità e ricchezza intellettuale, a differenza degli altri suoi amici, che erano sostanzialmente dei farfalloni –, e ora che se n’era andato era sullo stesso Malcolm che sarebbe tornato a riversare le sue teorie complicate sul mercato, sulle trasformazioni globali della realtà finanziaria e su vari altri argomenti privi di qualunque interesse, ai suoi occhi. A volte sospettava addirittura che suo padre avrebbe preferito di gran lunga Jude, come figlio: tanto più che aveva frequentato la sua stessa facoltà di legge. Il giudice cui Jude aveva fatto da assistente era stato il mentore di suo padre, nel primo studio legale in cui aveva lavorato. E ora Jude era assistente procuratore nella divisione penale dell’ufficio del procuratore generale: lo stesso, identico incarico ricoperto da suo padre agli inizi della carriera.

			«Ricordatevi quello che vi dico: quel ragazzo farà strada», oppure «È raro imbattersi in qualcuno che diventerà famoso per meriti esclusivamente propri, e vederlo muovere i suoi primi passi», annunciava spesso, rivolgendosi a Malcolm e a sua madre subito dopo aver parlato con Jude. La sua voce era piena di compiacimento, come se, in qualche modo, fosse lui l’artefice del genio di Jude, e Malcolm evitava accuratamente di guardare in faccia la madre, per non cogliere nella sua espressione il consueto, disperato tentativo di consolarlo.

			Le cose sarebbero state più facili anche se Flora avesse abitato ancora con loro. Quando si stava preparando al trasloco, Malcolm aveva tentato indirettamente di proporle di dividere i costi del suo nuovo appartamento di due stanze in Bethune Street, ma lei non aveva colto le sue numerose allusioni, o forse aveva finto di non coglierle. Non si era mai mostrata infastidita dalla quantità eccessiva di attenzioni che i genitori le chiedevano di dedicare a loro, il che aveva permesso a Malcolm di trascorrere ore e ore in camera, trafficando con i suoi modellini di case ed evitando di passare troppo tempo nello studio, costretto a sorbirsi una interminabile sequenza di film di Ozu insieme al padre. Quando era più piccolo, Malcolm aveva provato un grande risentimento per la preferenza che suo padre accordava a Flora, così evidente da attirarsi i commenti di diversi amici di famiglia. «Flora la Favolosa», la chiamava (o anche, in diverse fasi della sua adolescenza, «Flora la Forte», «Flora la Feroce» o «Flora la Fiera», ma sempre in tono di approvazione), e perfino adesso, benché la figlia avesse praticamente superato la trentina, continuava a tenerla nelle sue grazie. «Oggi la Favolosa ne ha tirata fuori una davvero buffa», diceva a cena, come se Malcolm e la madre non si sentissero con Flora quasi tutti i giorni. Oppure, subito dopo un pranzo Downtown, vicino all’appartamento di Flora: «Perché la Favolosa è dovuta andare ad abitare così lontano?», anche se si trovava a meno di un quarto d’ora d’auto da casa loro. (Malcolm trovava tutto questo particolarmente irritante, perché suo padre non faceva che raccontargli, con grande dovizia di particolari, come si fosse trasferito dalle Grenadine nel Queens quando era bambino, aggiungendo che si era sempre sentito come un uomo intrappolato tra due paesi e che un giorno anche Malcolm avrebbe dovuto scegliere l’espatrio, perché quell’esperienza lo avrebbe arricchito come persona e gli avrebbe consentito di guardare la realtà da una prospettiva differente, ecc. ecc. Se invece Flora avesse lasciato non il paese, ma anche solo Manhattan, Malcolm era assolutamente certo che suo padre sarebbe crollato in mille pezzi).

			A differenza della sorella, Malcolm non aveva nomignoli. Di tanto in tanto il padre gli affibbiava i cognomi di altri Malcolm famosi – «X», «McLaren» o «McDowell», oltre che «Muggeridge», il celebre giornalista cristiano dal quale era discesa la decisione di chiamarlo così – ma più che un gesto di affetto sembrava un modo di rimproverarlo, ricordandogli ciò che sarebbe dovuto essere ma chiaramente non era mai riuscito a diventare.

			A volte – spesso – Malcolm pensava che fosse sciocco preoccuparsi ancora, o addirittura avvilirsi per il fatto di non piacere molto a suo padre. Perfino sua madre la pensava allo stesso modo. «Sai bene che papà non lo dice per un motivo particolare» commentava a volte, dopo uno dei tanti soliloqui nei quali suo padre si soffermava sulla superiorità di Flora. E Malcolm – che voleva crederle, ma al contempo notava con irritazione come la madre si riferisse ancora al padre chiamandolo «papà» – grugniva o bofonchiava qualcosa per farle capire che, quali che fossero le ragioni per cui il padre diceva certe cose, a lui importava poco. E a volte – anche in questo caso, sempre più spesso – tendeva a irritarsi per il fatto di sprecare tanto tempo pensando ai suoi genitori. Era normale, farlo? Non c’era qualcosa di leggermente patetico, in quell’atteggiamento? Aveva ventisette anni, dopotutto! Era questo che succedeva quando continuavi a stare a casa tua? O si trattava di un problema tutto suo? In ogni caso era quello l’argomento principale a favore di un trasloco immediato: il fatto che avrebbe dovuto piantarla di essere così infantile. La sera tardi, mentre al piano di sotto i suoi genitori completavano la loro routine, e il clangore delle vecchie tubature quando si lavavano il viso, seguito dal silenzio improvviso del radiatore spento in salotto, gli indicava meglio di qualunque orologio che erano le undici, le undici e mezza, mezzanotte, Malcolm stilava una lista di tutte le cose che doveva risolvere, e in fretta, l’anno successivo: il lavoro (a un punto morto), la vita sentimentale (inesistente), il suo orientamento sessuale (irrisolto) e il suo futuro (incerto). I temi di riflessione erano sempre questi quattro, anche se a volte l’ordine delle priorità cambiava. E altrettanto costante era la sua capacità di diagnosticare la propria condizione, unita alla totale impotenza nell’individuare una soluzione qualunque.

			La mattina dopo si sarebbe svegliato pieno di determinazione: avrebbe traslocato il giorno stesso, e avrebbe detto ai suoi genitori di non cercarlo. Ma scendendo al piano di sotto avrebbe trovato sua madre che gli preparava la colazione (il padre era andato al lavoro già da un pezzo) e gli comunicava di voler comprare i biglietti per il consueto viaggio annuale a St Barts: poteva perciò farle sapere quando li avrebbe raggiunti, e per quanti giorni? (I genitori gli pagavano ancora le vacanze, anche se lui era abbastanza furbo da non dirlo ai suoi amici).

			«Va bene, mamma» rispondeva. Dopodiché faceva colazione e usciva di casa, immergendosi in un mondo nel quale nessuno lo conosceva, e perciò poteva permettersi di essere chiunque.





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			Alle cinque del pomeriggio durante la settimana e alle undici del mattino nei weekend, JB prendeva la metropolitana e andava nel suo studio a Long Island City. Il tragitto infrasettimanale era il suo preferito. Saliva a Canal e guardava il treno riempirsi e svuotarsi di un misto cangiante di genti e di etnie, che si ricompattava ogni dieci fermate circa in costellazioni provocatorie e improbabili di polacchi, cinesi, coreani e senegalesi; senegalesi, domenicani, indiani e pachistani; pachistani, irlandesi, salvadoregni e messicani; messicani, cingalesi, nigeriani e tibetani: tutti uniti dall’unico fatto di essere appena arrivati in America e dalle stesse espressioni esauste, quel combinato di determinazione e rassegnazione che solo gli immigrati possiedono.

			In quei momenti provava gratitudine per la propria fortuna e un sentimento d’amore per la sua città: due stati d’animo che gli appartenevano di rado. Non era tipo da celebrare la propria città natale in quanto glorioso mosaico di popoli, e si faceva beffe di chiunque ne parlasse in quei termini. Ma ammirava – come avrebbe potuto essere altrimenti? – la quantità di fatica che i suoi compagni di viaggio avevano sicuramente accumulato nel corso di quella giornata. Ciò nonostante, anziché vergognarsi della propria indolenza, si sentiva sollevato.

			L’unica persona con la quale avesse discusso, seppure in modo ellittico, di quella sua sensazione, era stata Asian Henry Young. Erano diretti a Long Island City – era stato proprio Henry a trovargli posto nello studio – quando un cinese, magro, con i tendini in rilievo e una busta di plastica vermiglia che gli pendeva dall’ultima falange dell’indice destro, come se non avesse più la forza o la volontà di portarla con maggior determinazione, salì sul vagone e si sedette di fronte a loro, incrociando le gambe, stringendosi le braccia al petto e addormentandosi all’istante. JB conosceva Henry dai tempi del liceo, che anche il suo amico, figlio di una sarta di Chinatown, aveva frequentato grazie a una borsa di studio. E quando Henry lo aveva guardato e, con la bocca, aveva mimato l’espressione «Per l’amor di Dio», JB aveva capito perfettamente quale misto di piacere e senso di colpa vi fosse, dietro quella reazione.

			L’altro aspetto del tragitto infrasettimanale che adorava era la luce: il modo in cui invadeva il suo vagone come qualcosa di vivo e vitale mentre il treno attraversava il ponte, e cancellava la stanchezza dai volti dei suoi compagni di viaggio, rivelandoli come dovevano essere stati al momento di fare il loro ingresso nel paese, quando erano giovani e l’America sembrava ancora una terra di conquista. Restava a guardare mentre la luce soffondeva l’intera carrozza come sciroppo, cancellando le rughe dalle loro fronti, tingendo d’oro i capelli ingrigiti, trasformando il luccichio aggressivo e fasullo dei tessuti da quattro soldi in qualcosa di davvero luminoso ed elegante. Poi il sole sfilava via, il treno piegava in un’altra direzione, indifferente, e il mondo tornava alle sue consuete e tristi forme e colori e la gente alla sua condizione altrettanto consueta e triste: un cambiamento crudele e subitaneo come un colpo di bacchetta magica.

			Gli piaceva fingere di essere uno di loro, ma sapeva che la realtà era ben altra. A volte sul treno c’erano degli haitiani, e JB – aguzzando l’orecchio per cogliere, nel mormorio che lo circondava, la rumorosa cantilena del loro creolo – si ritrovava a fissarli: i due uomini con la faccia tonda come quella di suo padre, o le due donne con il naso camuso di sua madre. Sperava sempre che gli si presentasse un’occasione per rivolgere loro la parola – che si ritrovassero a discutere sulla loro destinazione, permettendogli di inserirsi e fornire le indicazioni giuste –, ma non accadeva mai. A volte, mentre parlavano ancora tra di loro, lasciavano scorrere lo sguardo tra i sedili, e JB si drizzava, preparandosi a sorridere, ma non sembrava mai che lo riconoscessero come uno di loro.

			Del resto, non lo era. Anche lui sapeva bene di avere molte più cose in comune con Asian Henry Young, con Malcolm, con Willem o perfino con Jude, di quante non ne avesse con loro. Bastava seguirne gli spostamenti, per capirlo: a Court Square scendeva e camminava per tre isolati, fino alla ex fabbrica di bottiglie dove condivideva uno studio con altre tre persone. I veri haitiani disponevano di uno studio? Ai veri haitiani sarebbe mai venuto in mente di lasciare il loro grande appartamento per il quale non pagavano neppure l’affitto, e dove, almeno in teoria, potevano facilmente organizzare lo spazio loro riservato per dipingere o scarabocchiare, salire su una metropolitana e sorbirsi un tragitto di mezz’ora (e quanto lavoro si sarebbe potuto fare, in quei trenta minuti!) fino a uno stanzone pieno di polvere e inondato di sole? No di certo. Bisognava avere una mentalità americana, per concepire un simile lusso.

			Il loft, che si trovava al terzo piano e al quale si accedeva da una scala di metallo che tintinnava ogni volta che ci poggiavi i piedi, aveva pareti e pavimenti bianchi, questi ultimi ricoperti di tacche al punto che in alcune aree sembrava quasi vi fosse stato steso sopra un tappeto a pelo lungo. Su ogni lato c’erano vecchie e alte finestre a battente, che gli inquilini si occupavano di tenere pulite – a ciascuno era assegnata una parete in modo che se ne prendesse personalmente cura – perché la luce era troppo buona per disperderla sotto strati di polvere, e in fondo era l’unica ragione per la quale avevano scelto quello spazio per lavorare. C’erano un bagno (incommentabile), una cucina (appena meno indecente) e, al centro esatto del loft, un tavolo ingombrante che consisteva in una grossa lastra di marmo grezzo montata su tre cavalletti. Il tavolo rappresentava una sorta di area comune, che ognuno dei quattro inquilini poteva utilizzare per lavorare su un progetto per il quale fosse necessario dello spazio extra, e col trascorrere dei mesi il marmo si era ricoperto di striature color lillà e calendula, e di goccioline di un prezioso rosso cadmio. Quel giorno il tavolo era ricoperto di lunghe strisce di organza tinta a mano, fermate alle due estremità da altrettanti libri tascabili, con le punte che tremolavano nell’aria smossa dalle pale del ventilatore a soffitto. Al centro campeggiava un cartoncino piegato, sul quale c’era scritto: DEVONO ASCIUGARE. NON SPOSTATE NIENTE. SGOMBERO IO DOMANI POMERIGGIO. GRAZIE PER LA PAZIENZA. H.Y.

			Non c’erano pareti interne, ma lo spazio era stato suddiviso in quattro sezioni di centocinquanta metri quadri ciascuna con strisce di nastro isolante azzurro che correvano sul pavimento e lungo le pareti. Tutti prestavano la massima attenzione a non violare i confini, e fingevano di non sentire quello che accadeva nei settori altrui, anche quando un coinquilino litigava al telefono con la sua ragazza ed era possibile udire ogni sillaba della diatriba. E quando volevano entrare nello spazio riservato a un collega si fermavano a pochi centimetri dalla striscia di nastro isolante e lo chiamavano per nome, a voce bassa e solo se non lo vedevano troppo immerso nel suo lavoro, prima di chiedere permesso.

			Alle cinque e mezzo la luce era perfetta: cremosa, densa e quasi grassa, come nella carrozza del treno poco prima, si espandeva ovunque, sprigionando ottimismo. Era solo. Richard, che aveva lo spazio accanto al suo, la sera serviva in un bar, perciò utilizzava lo studio la mattina, come del resto Ali, che occupava lo spazio di fronte. Restava il quarto inquilino, Henry, che lavorava sul lato opposto e in diagonale rispetto al suo spazio e che di solito arrivava alle sette, subito dopo aver staccato dalla galleria d’arte dove era impiegato. JB si tolse il giubbotto, gettandolo nel suo angolo, scoprì la tela e le si sedette di fronte, su uno sgabello, sospirando.

			Era il suo quinto mese allo studio, e gli piaceva più di quanto avrebbe mai creduto. Apprezzava il fatto che i suoi colleghi fossero tutti artisti autentici: non avrebbe mai potuto lavorare a casa di Ezra, non solo perché condivideva ciò che il suo professore preferito gli aveva detto una volta – che non si dovrebbe mai dipingere nello stesso posto dove si scopa – ma anche perché avrebbe significato venire costantemente circondati e interrotti da dei dilettanti. Per Ezra e i suoi accoliti, l’arte era solo uno dei tanti accessori a uno stile di vita. Dipingevano, scolpivano o producevano installazioni senza capo né coda per giustificare un guardaroba fatto di magliette sbiadite e jeans sporchi di vernice, e una dieta paradossale a base di birre americane economiche e di costose sigarette rollate a mano. Lì nello studio, invece, loro quattro producevano arte perché era l’unica cosa per la quale fossero portati e l’unica intorno alla quale ruotassero i loro pensieri, fatta eccezione per brevi e sporadiche incursioni in zone di interesse più comune come il sesso, il cibo, il sonno, gli amici, i soldi e la fama. Ma anche quando rimorchiavano nei bar o cenavano con gli amici, in qualche angolo della loro mente c’era sempre l’opera cui stavano lavorando, e una sequela di forme e possibilità che prendevano corpo, fluttuando come embrioni dietro il velo delle pupille. C’erano periodi – attesi quasi con ansia – in cui la vita del quadro o del progetto cui stavi lavorando diventava più autentica della vita reale: dovunque ti trovassi, sognavi solo di tornare allo studio, e ti capitava, senza nemmeno che te ne rendessi conto, di versare un’intera saliera sul tavolo apparecchiato e di metterti a tracciare i tuoi disegni o progetti, con i granelli bianchi che si muovevano come limo sotto le tue dita.

			Gli piaceva anche il clima sorprendentemente cameratesco che regnava nello studio. Il fine settimana, quando erano presenti tutti e quattro contemporaneamente, gli capitava di riemergere dalle nebbie del quadro cui stava lavorando e di rendersi conto che respiravano allo stesso ritmo, quasi con affanno, per lo sforzo di concentrarsi al massimo. In quegli istanti sentiva l’energia collettiva che colmava l’aria come gas, dolce e infiammabile al tempo stesso, e avrebbe voluto riuscire a imbottigliarla, per attingervi nei momenti in cui l’ispirazione latitava, o nei giorni in cui restava seduto di fronte alla tela letteralmente per ore, come se, a furia di fissarla, potesse esplodergli davanti, trasformandosi in qualcosa di brillante e carico di emozioni. Gli piaceva l’atto cerimoniale di attendere a pochi centimetri dal nastro azzurro e schiarirsi la gola, per poi attraversare il confine che lo separava da Richard e studiare il suo lavoro, in silenzio, accanto al collega, senza bisogno di scambiare molte parole per comprendersi alla perfezione. Passavi così tanto tempo a spiegare te stesso e il tuo lavoro agli altri – cosa significava, cosa stavi cercando di realizzare, perché avevi scelto quei colori, quel soggetto e quella tecnica, e non altri – che era un autentico sollievo ritrovarti con una persona alla quale non dovevi spiegare nulla: ti era sufficiente guardare, e se avevi qualche domanda da rivolgere era sempre diretta e letterale, concentrata su minuzie tecniche. Potevi discutere di meccanica o di idraulica: tutte questioni così circoscritte e dettagliate da comportare al massimo un paio di possibili risposte.

			Lavoravano tutti in ambiti e con tecniche diverse, e questo azzerava ogni forma di competizione. Non c’era alcun rischio che un videoartista traducesse in immagini l’opera del suo dirimpettaio, ed era se non altro meno probabile che un gallerista o un curatore venisse a dare un’occhiata alle tue opere e si innamorasse di quelle del tuo vicino di parete. D’altro canto – e questo non era meno importante – JB rispettava il lavoro di tutti gli altri. Henry realizzava quelle che lui stesso aveva definito sculture decostruite: strane ed elaborate combinazioni in stile ikebana di fiori e rami ricavati da varie sete diverse. Dopo aver completato una delle sue sculture, però, rimuoveva i sostegni di fil di ferro e lasciava che l’opera cadesse a terra, appiattendosi in una macchia astratta di colori della quale il solo Henry conosceva l’origine tridimensionale.

			Ali era un fotografo, e stava lavorando a una serie intitolata «La storia degli asiatici in America», con una sola foto per decennio a partire dal 1890. Per ogni immagine realizzava un diorama differente dedicato a un evento o a un tema epocale, e lo incastonava in una delle scatole di legno di pino che Richard realizzava per lui e che Ali popolava di figurine di plastica acquistate nelle botteghe artigiane e dipinte a mano, e di alberi e strade di terracotta modellati sempre a mano, mentre il fondale era decorato con pennelli così fini da sembrare ciglia. Completata l’opera, fotografava i diorami e realizzava stampe cromogeniche. Ali era l’unico dei quattro che avesse già esposto, e tra sette mesi aveva in calendario una personale sulla quale i colleghi sapevano di non dover fare domande, perché il minimo accenno sarebbe bastato a scatenare le sue ansie. Non procedeva in ordine cronologico: aveva già le foto per gli anni duemila (un tratto della Broadway pieno di coppie composte da uomini bianchi e donne asiatiche che li seguivano a pochi passi di distanza) e per gli anni Ottanta (un piccolo cinese picchiato da due teppistelli bianchi a colpi di chiave inglese, con il fondo della scatola verniciato per riprodurre l’asfalto picchettato di pioggia di un parcheggio), e stava lavorando sull’immagine per gli anni Quaranta: cinquanta tra uomini, donne e bambini, prigionieri nel campo di internamento di Tule Lake. Il lavoro di Ali era il più complesso e impegnativo in assoluto, e a volte, quando i loro progetti languivano, si radunavano nel suo spazio e gli si sedevano accanto. E Ali, senza quasi sollevare il capo dalla grande lente di ingrandimento sotto la quale teneva una statuina da cinque centimetri, dipingendole addosso una gonna a spina di pesce e un paio di scarpe bianche e nere, porgeva loro un groviglio di lana d’acciaio dal quale ricavare altrettante piante rotolacampo, o del fil di ferro sottile che voleva punteggiato di minuscoli lacci, in modo che somigliasse al filo spinato.

			L’artista che JB ammirava di più, però, era Richard. Era anche lui uno scultore, ma lavorava soltanto con materiali effimeri. Disegnava su carta le forme più inverosimili per poi realizzarle in ghiaccio, burro, cioccolato o lardo, e filmarle mentre svanivano. Assisteva alla disintegrazione delle sue opere con una sorta di allegria, ma il mese precedente JB, guardando una scultura massiccia e alta più di due metri che Richard aveva appena realizzato – una sorta di piramide a forma di vela fatta di succo d’uva congelato che faceva pensare a un gigantesco coagulo di sangue – e vedendola gocciolare fino a sciogliersi e crollare a terra in una pozza, si era inopinatamente scoperto sull’orlo delle lacrime, senza sapere con certezza se la ragione stesse nella distruzione di un oggetto così bello o nella semplice e profonda quotidianità della sua sparizione. Negli ultimi tempi, più che alle liquefazioni, Richard si mostrava interessato alle sostanze che avrebbero richiamato l’attenzione di un disinfestatore, prime fra tutte le falene, che a quanto pareva erano particolarmente attratte dal miele. Come ebbe modo di dire a JB, gli sembrava già di vedere una scultura con la superficie ricoperta di falene al punto che era impossibile comprendere la forma dell’oggetto che veniva divorato. Sui davanzali delle sue finestre aveva allineato tanti barattoli di miele, sui quali le ali porose fluttuavano come feti sospesi nella formaldeide.

			Dei quattro inquilini, JB era l’unico classicista. Dipingeva. Peggio ancora: era un artista figurativo. Ai tempi della specializzazione non c’era uno solo dei suoi compagni di studi che manifestasse il minimo interesse per il figurativo: tutto, dalla videoarte all’arte performativa alla fotografia, era più eccitante della pittura, e la pittura figurativa era l’ultima ruota del carro. «È sempre stato così, dagli anni Cinquanta in avanti» aveva risposto con un sospiro uno dei suoi professori, quando JB si era lamentato con lui. «Hai presente quello slogan dei marines? “I pochi e i coraggiosi”? Ecco, noi invece siamo i perdenti, abbandonati da tutti».

			Nel corso degli anni aveva cercato altre vie, e altri media (quello stupido, fasullo progetto dei capelli, alla Meret Oppenheim! Impossibile pensare a qualcosa di più dozzinale. Tra lui e Malcolm era scoppiata una delle loro liti più feroci quando l’amico aveva definito la serie «un surrogato di Lorna Simpson», e il guaio era che aveva ragione da vendere), ma per quanto non avrebbe mai ammesso con nessun altro di vedere qualcosa di fiacco, di effeminato, quasi, e certo di ben poco virile, nel fatto di essere un pittore figurativo, aveva da poco dovuto prendere atto di essere proprio questo: amava la pittura e in particolare i ritratti, e a quelli si sarebbe dedicato.

			Bene: e allora? Aveva conosciuto persone – e ne conosceva tuttora – che, tecnicamente, gli erano superiori. Disegnavano meglio, avevano un senso migliore della composizione e del colore, erano più disciplinate. Ma non avevano un’idea degna di questo nome. Un artista, come del resto uno scrittore o un compositore, aveva bisogno di temi, di idee. E per un lungo periodo, JB non era riuscito a trovarne una. Tentava di ritrarre soltanto neri, ma erano in tanti a farlo, e non sentiva di avere niente di nuovo da aggiungere. Per un po’ si era concentrato sul mondo della prostituzione, ma ben presto si era stancato anche di quello. Si era messo a dipingere solo le donne della sua famiglia, ma aveva finito per ritrovarsi di fronte alla questione della razza. Era passato a una serie di scene tratte dai libri di Tintin, con i personaggi ritratti realisticamente, come veri esseri umani, ma l’esperimento gli era parso fin troppo ironico e vacuo, e aveva mollato. E così aveva continuato a passare da un dipinto all’altro, ritraendo la gente per strada o sulla metropolitana, o a una delle tante feste organizzate da Ezra (erano quelli i quadri peggiori: tutti i partecipanti si vestivano e si atteggiavano come se fossero costantemente sotto osservazione, e finiva per riempire pagine su pagine di ragazze in posa e maschi che si pavoneggiavano, senza mai incrociare il suo sguardo), finché una sera si ritrovò nel deprimente appartamento di Willem e Jude, seduto sul loro deprimente sofà, a guardarli mentre preparavano la cena, muovendosi a fatica nella minuscola cucina come una coppia lesbica immersa nelle faccende di casa. Era una delle rare volte in cui, di domenica sera, non si trovava a casa di sua madre, che era partita insieme alla nonna e alle zie per una pacchianissima crociera sul Mediterraneo alla quale JB si era rifiutato di partecipare. Ma ormai aveva preso l’abitudine di vedere gente e di farsi servire una vera cena, la domenica, perciò si era autoinvitato da Jude e Willem, sapendo perfettamente che sarebbero stati entrambi in casa perché non avevano i soldi per mangiare fuori.

			Aveva con sé l’album da disegno, come sempre, e quando Jude si sedette davanti al tavolino pieghevole per affettare una cipolla (dovevano preparare gli ingredienti sul tavolino perché la cucina non aveva un bancone da lavoro), si mise a ritrarlo, senza quasi rendersene conto. Si sentì un clangore venire dalla cucina, accompagnato da un odore di olio d’oliva che friggeva, e quando entrò e scoprì Willem che batteva una padella sopra un pollo aperto a ventaglio, il braccio sollevato come se volesse sculacciare quel pezzo di carne, ritrasse anche lui.

			Mentre lo faceva non era affatto certo di agire seguendo un disegno, ma il weekend successivo, quando andarono tutti insieme da Pho Viet Huong, portò con sé una delle vecchie macchine di Ali e fotografò tutti e tre i suoi amici mentre mangiavano e, più tardi, passeggiavano per la strada innevata. Andavano particolarmente piano per deferenza verso Jude, visto che i marciapiedi erano scivolosi. Li vide allineati nell’obiettivo della fotocamera: Malcolm e Willem a sinistra e a destra di Jude, vicini quanto occorreva (JB lo sapeva bene, avendo occupato la stessa posizione in passato) per poterlo afferrare al volo nel caso in cui avesse perso l’equilibrio, ma non al punto da indurlo a sospettare che prevedessero una sua caduta. Non ne avevano mai parlato assieme: la cosa era semplicemente cominciata, in modo quasi spontaneo.

			Scattò la foto. «Che cosa stai facendo, JB?» gli chiese Jude, nello stesso istante in cui Malcolm gli intimava: «Piantala, JB».

			Quella sera la festa era in Centre Street, nel loft di una loro conoscenza, una donna di nome Mirasol la cui sorella gemella, Phaedra, era stata una compagna di college. Una volta entrati, si dispersero ciascuno col proprio capannello di amici, e JB, dopo aver salutato con la mano Richard che si trovava dall’altra parte della sala e aver notato con irritazione che Mirasol aveva organizzato un vero e proprio rinfresco, e che perciò aveva appena sprecato quattordici dollari da Pho Viet Huong quando avrebbe potuto mangiare gratis, si trovò ad avvicinarsi a Jude, che stava chiacchierando con Phaedra, con un tipo grassoccio che poteva essere il suo ragazzo e con un altro tizio magro con la barba nel quale JB riconobbe un collega di lavoro del suo amico. Jude era appollaiato sullo schienale di uno dei divani, con Phaedra accanto, ed entrambi erano concentrati sul tizio grasso e su quello barbuto, mentre tutti e quattro ridevano. Scattò subito una foto.

			Di solito alle feste si agganciava o si faceva agganciare da un gruppetto di persone, e trascorreva la serata passando da un capannello all’altro, parlando con tutti, raccogliendo pettegolezzi, diffondendo voci inoffensive, fingendo di essere in vena di confidenze e confessando le proprie antipatie per indurre gli altri a fare altrettanto. Ma quella sera si aggirò per la sala, attento, deciso e quasi completamente sobrio, fotografando i suoi tre amici che si muovevano ciascuno seguendo il proprio schema, e ignorando di essere osservati. A un certo punto, dopo un paio d’ore, li trovò tutti insieme a una finestra. Malcolm e Willem erano protesi verso Jude, che stava parlando, e un istante dopo si piegarono indietro tutti e tre, ridendo di cuore. E benché per un breve momento si fosse sentito triste e leggermente geloso, JB provò una sensazione di trionfo, per essere riuscito a immortalare entrambe le pose. Stanotte sono una fotocamera, si disse, e domani tornerò a essere JB.

			In un certo senso non si era mai divertito tanto, a una festa, e nessuno sembrava aver notato i suoi pellegrinaggi a parte Richard, che un’ora più tardi, quando stavano per andarsene Uptown (i genitori di Malcolm erano in campagna, e Malcolm era convinto di sapere dove sua madre teneva nascosta l’erba), gli diede una pacca sulla spalla insolitamente affettuosa. «Stai lavorando a un progetto?».

			«Credo proprio di sì».

			«Buon per te».

			Il giorno dopo si sedette al computer per guardare allo schermo le foto della sera precedente. La macchina fotografica non era granché, e le immagini erano offuscate da una luce giallognola che, unita alla sua scarsa perizia nella messa a fuoco, aveva avvolto i soggetti in un’atmosfera calda, ricca e lievemente sfumata, come se fossero stati immortalati attraverso un bicchiere pieno di whisky. Si soffermò su una foto di Willem che sorrideva a qualcuno fuori dall’inquadratura (sicuramente una ragazza) e su quella di Jude e Phaedra sul sofà: Jude indossava un maglione blu marina che poteva appartenere tanto a lui quanto a Willem, visto che JB lo aveva visto ripetutamente addosso a entrambi, e Phaedra, con un vestito di lana color vinaccia, piegava il capo verso di lui. I capelli neri di lei facevano sembrare per contrasto ancor più chiari quelli di Jude, ed entrambi, stagliandosi contro il tessuto ruvido del sofà, splendevano come gioielli, con i loro colori freschi di pennello e la pelle perfetta. Erano colori che chiunque avrebbe desiderato di poter stendere su una tela, e JB non esitò a farlo, partendo da uno schizzo a matita sul suo quaderno da disegno per poi passare a un acquerello su tavola e infine agli acrilici.

			Erano trascorsi quattro mesi da allora, e aveva quasi completato l’undicesimo quadro – una produzione incredibilmente copiosa, per lui –, che raffigurava, come tutti gli altri, una delle tante scene di vita dei suoi tre amici. C’era Willem in attesa di salire sul palco per un’audizione, che studiava il copione per l’ultima volta, la suola di una scarpa piantata sulla parete rossa e appiccicosa alle sue spalle; Jude che assisteva a uno spettacolo, con il viso per metà in ombra, colto nell’istante preciso in cui sorrideva (quando JB aveva scattato la foto, c’era mancato poco che lo cacciassero dal teatro); Malcolm, seduto sul sofà, rigido, a pochi metri dal padre, con la schiena dritta e le mani sulle ginocchia, mentre entrambi guardavano un film di Buñuel sul televisore fuori inquadratura. Dopo alcuni esperimenti, aveva optato per delle tele grandi come una stampa cromogenica, venti pollici per ventiquattro, tutte orientate in senso orizzontale, e che un giorno, già lo immaginava, avrebbero potuto venire esposte in un’unica fila lievemente ondeggiante, lungo la parete di una galleria, come altrettanti fotogrammi di una pellicola. La resa pittorica era, più ancora che realistica, fotorealistica: non aveva mai rimpiazzato la macchina fotografica di Ali con una migliore, e aveva tentato di catturare nei dipinti la stessa consistenza lievemente sfocata delle foto, come se qualcuno avesse tirato via lo strato esterno, in cui tutto era chiaro e definito, per rivelare qualcosa di più affascinante rispetto a ciò che l’occhio umano era in grado di cogliere.

			Nei suoi momenti di insicurezza gli capitava di chiedersi se il progetto non fosse troppo eccentrico e personale – a questo, in fondo, serviva essere esposti in una galleria: a ricordarti, se non altro, che qualcuno ammirava le tue opere, che le considerava importanti o quanto meno belle – ma non poteva nascondere a se stesso il piacere che ne traeva, il senso di soddisfazione nell’aver realizzato qualcosa che sentiva profondamente suo. A volte gli dispiaceva non essere mai entrato nelle inquadrature: in fondo, quella che stava realizzando era la storia delle vite dei suoi migliori amici, e la sua assenza pesava come piombo. D’altro canto, il ruolo di divinità assente nel quale si era calato lo gratificava. Si trovava nella condizione di dover studiare i suoi amici sotto una luce diversa, non solo come appendici della sua vita, ma come personaggi distinti e dotati di esistenza propria: a tratti, benché li conoscesse da anni, gli sembrava di vederli per la prima volta.

			A un mese dall’avvio del suo progetto, quando capì di volersi concentrare su di esso, dovette spiegare a tutti e tre perché continuasse a seguirli dappertutto con una macchina fotografica, immortalando i momenti più mondani delle loro vite, e perché fosse di cruciale importanza che lo lasciassero fare e gli concedessero la massima libertà. Erano andati a cena in una spaghetteria vietnamita in Orchard Street che speravano potesse succedere a Pho Viet Huong, e quando ebbe finito il suo discorsetto – scandito da segni di nervosismo insoliti, per JB – tutti si voltarono verso Jude, che, come lui stesso era il primo a sapere, poteva rappresentare un problema serio. Gli altri due non avrebbero fatto obiezioni, ma non sarebbe bastato. Dovevano accettare tutti e tre perché la cosa funzionasse, e Jude era senza dubbio alcuno il più a rischio: ai tempi del college, voltava il capo o si irrigidiva ogni volta che qualcuno cercava di fotografarlo, e quando rideva o accennava anche solo un sorriso si portava una mano alla bocca, un tic che i suoi amici avevano sempre trovato inquietante e del quale era riuscito a sbarazzarsi solo da qualche anno.

			Come JB aveva temuto, Jude si era mostrato sospettoso. «Che cosa comporta, questo progetto?» continuava a chiedere, e JB, facendo appello a tutta la sua pazienza, aveva dovuto rassicurarlo ripetutamente, spiegandogli che ovviamente il suo scopo non era umiliarlo o sfruttarlo, ma solo rappresentare in una sequenza di quadri il corso quotidiano delle loro vite. Gli altri non dissero niente, lasciando che fosse lui a occuparsi della faccenda, e alla fine Jude acconsentì, anche se non sembrava particolarmente entusiasta.

			«Quanto durerà, questa cosa?» aveva chiesto.

			«Per sempre, almeno spero!». Ed era proprio così. L’unico rimpianto di JB era non aver cominciato prima, quando erano ancora giovani.

			Mentre uscivano dal ristorante, si era affiancato a Jude. «Jude» aveva sussurrato, per non farsi sentire dagli altri, «ogni volta che in un quadro ci sei anche tu, te lo lascerò vedere in anticipo. E se non mi autorizzi, non lo mostrerò a nessuno».

			Jude lo guardò. «Promesso?».

			«Te lo giuro su Dio».

			Si pentì dell’offerta subito dopo averla fatta, perché Jude era nettamente il suo soggetto preferito: il più bello, quello che aveva il viso più interessante e il colorito più insolito. Oltre tutto era anche il più riservato, e questo rendeva i quadri che lo raffiguravano più preziosi di tutti gli altri.

			La domenica successiva, tornato a casa di sua madre, frugò tra gli scatoloni del college, che aveva ammucchiato nella sua vecchia camera da letto, cercando una foto che sapeva di avere. Finalmente la trovò: era una fotografia di Jude, che risaliva al primo anno di università. A scattarla e svilupparla era stato qualcun altro, ma era finita in suo possesso. Jude era in piedi nel soggiorno del loro appartamento, di profilo rispetto all’obiettivo. Aveva il braccio sinistro ripiegato sul petto, una posizione che faceva risaltare la cicatrice liscia e a forma di stella sul dorso della mano, mentre con la destra stringeva senza troppa convinzione una sigaretta spenta. Indossava una maglietta a maniche lunghe e a strisce bianche e azzurre che non doveva essere sua, visto quanto gli stava larga (ma forse in realtà lo era: allora tutti i vestiti di Jude erano più grandi almeno di due taglie, perché, come si era scoperto in seguito, era lui stesso a comprarli così, in modo da poterli indossare negli anni successivi, quando sarebbe cresciuto), e i capelli, che portava più lunghi per nascondere meglio il viso, scendevano sul collo. Ma la cosa che JB ricordava meglio di quella foto era l’espressione sul volto di Jude: una diffidenza dalla quale a quei tempi non si distaccava mai. Erano anni che non vedeva quel ritratto e ora, ritrovandoselo davanti, aveva provato un senso di vuoto, per ragioni che non sarebbe stato in grado di spiegare.

			Era questo il ritratto al quale stava lavorando, e per realizzarlo aveva fatto un’eccezione alla regola, optando per una tela da un metro quadrato. Aveva sperimentato per giorni, cercando la precisa sfumatura verde smeraldo per le iridi di Jude e ritoccando il colore dei capelli più volte, prima di essere soddisfatto. Era il suo quadro migliore, e lo sapeva con quella certezza assoluta che a volte capita di provare, perciò non aveva alcuna intenzione di mostrarlo a Jude prima che fosse esposto in una galleria e il suo amico non potesse più avere voce in capitolo. Sapeva che Jude non avrebbe sopportato di vedersi esposto in tutta la sua fragilità femminea, vulnerabile ed efebica, e avrebbe trovato un mucchio di altri motivi immaginari per odiare quel quadro: motivi che JB non poteva prevedere in anticipo perché non era autodistruttivo e fuori di testa come il suo amico. Ma per lui, in quel ritratto emergeva al meglio tutto ciò che sperava di realizzare con la sua serie: era una lettera d’amore, un documento, una saga, e soprattutto era profondamente suo. Quando ci lavorava sopra, gli sembrava a tratti di poter spiccare il volo, come se il mondo delle gallerie d’arte, delle feste, degli altri artisti e delle loro ambizioni si riducesse a una punta di spillo distante chilometri da lui, qualcosa di così piccolo che avrebbe potuto allontanarlo da sé con una pedata, quasi fosse un pallone da calcio, per poi guardarlo allontanarsi, come un’orbita che non aveva niente a che spartire con lui.

			Erano quasi le sei. Tra non molto la luce sarebbe cambiata. Per ora, lo spazio attorno a lui era avvolto nel silenzio, anche se poteva sentire in lontananza il rombo del treno sulle rotaie. Di fronte, il ritratto lo attendeva. E così, prese in mano il pennello e si rimise all’opera.

			C’era poesia, nella metropolitana. Sopra le file di sedili concavi di plastica, a colmare gli spazi tra le pubblicità di centri dermatologici e di istituti che offrivano diplomi per corrispondenza, c’erano lunghi fogli laminati sui quali erano stampati dei versi: variazioni di seconda, terza o quarta mano su Stevens, Roethke e Lowell, avevano l’unico scopo di non mettere in agitazione nessuno, e non esitavano a trasformare la bellezza e la rabbia in vuoti aforismi.

			O almeno, questo era quanto sosteneva JB. Era sempre stato contro quelle poesie. Erano apparse per la prima volta quando frequentava il ginnasio, e negli ultimi quindici anni non aveva fatto che lamentarsi e contestarne la presenza. «Invece di finanziare la vera arte e i veri artisti, pagano un branco di bibliotecarie zitelle e di finocchi in cardigan per selezionare questa merda» sbraitò all’indirizzo di Willem su un vagone della linea F, per sovrastare lo stridio dei freni. «E scelgono sempre queste cagate in stile Edna St. Vincent Millay. Oppure roba migliore, che però trovano il modo di svuotare. Tra l’altro, gli autori sono sempre bianchi, lo hai notato? Che cazzo credono di fare?».

			La settimana successiva, Willem aveva visto un poster con dei versi di Langston Hughes, e chiamò JB per dirglielo. «Langston Hughes?» gemette JB. «Aspetta, lasciami indovinare... “Un sogno rinviato”, vero? Lo sapevo! Quella merda non conta. E comunque sarebbe la prima a sparire, se qualcosa esplodesse sul serio».1

			Davanti a sé, quel pomeriggio, Willem aveva una poesia di Thom Gunn: «La loro relazione consisteva / Nel discutere se esistesse». Subito sotto, qualcuno aveva scritto con un pennarello nero: «Non preoccuparti, amico. Sono a corto di fica anch’io». Willem chiuse gli occhi.

			Non è certo promettente che sia così stanco, visto che sono appena le quattro e il suo turno al lavoro deve ancora cominciare. Non avrebbe dovuto andare con JB a Brooklyn, la sera prima, ma nessun altro era disposto ad accompagnarlo, e JB gli aveva ricordato che era in debito con lui, visto che un mese prima lo aveva costretto a sorbirsi quell’orrendo monologo teatrale.

			Ovviamente, aveva finito per andare. «Di chi è la band?» aveva chiesto, mentre aspettavano la metro. Il soprabito di Willem era troppo leggero e aveva perso un guanto, perciò aveva cominciato ad assumere la tipica postura di chi cerca di preservare il proprio calore corporeo – le braccia strette al petto e le mani ficcate sotto le ascelle, mentre dondolava sui talloni – ogni volta che era costretto a fermarsi in piedi al freddo.

			«Di Joseph» aveva risposto JB.

			«Oh» si era limitato a commentare Willem. Non aveva idea di chi fosse Joseph. Ammirava la capacità di JB di tenere sotto controllo la vasta cerchia delle sue conoscenze, nella quale, proprio come in un film di Fellini, ogni comparsa si distingueva per un costume particolarmente brillante, mentre lui, Malcolm e Jude erano accessori cruciali ma al contempo docili strumenti nelle sue mani: capi macchinisti o art director il cui compito consisteva nell’oliare in silenzio i meccanismi più nascosti della sua grande opera.

			«È un gruppo hard-core» spiegò gentilmente JB, come se quell’informazione potesse aiutarlo a inquadrare meglio Joseph.

			«E come si chiama, la band?».

			«E va bene, te lo dico» rispose JB sorridendo. «Si chiamano Smegma Cake 2».

			«Che cosa?» esclamò Willem, scoppiando a ridere. «Smegma Cake 2? Perché? Che cosa è successo alla Smegma Cake numero uno?».

			«Si è beccata un’infezione da stafilococco» gridò JB, per farsi sentire sopra il frastuono del treno in arrivo. Una donna più anziana che si trovava lì accanto lanciò loro un’occhiataccia.

			Cosa tutt’altro che sorprendente, gli Smegma Cake 2 non erano granché. Non erano neppure hard-core, a dir la verità. La loro musica, ritmata e zigzagante, faceva piuttosto pensare allo ska. («Il loro sound è cambiato!» gli aveva gridato in un orecchio JB durante uno dei loro pezzi più lunghi, Phantom Snatch 3000. «Già» gli aveva risposto, sempre urlando. «Fa veramente schifo!»). A metà del concerto (sembrava che ogni pezzo durasse almeno venti minuti) cominciò a sentirsi frastornato dall’assurdità della musica e dall’acciaccapesta che gli impediva quasi di respirare, e si mise a pogare goffamente con JB, rimbalzando addosso ai vicini e a chi avevano davanti finché tutti cominciarono a fare lo stesso, urtandosi ma con allegria, come un branco di ragazzini mezzi sbronzi. JB lo prese per le spalle e scoppiarono a ridere entrambi. Era in questi momenti che adorava il suo amico, per quella capacità di essere deliberatamente sciocco e frivolo che Malcolm e Jude non avrebbero mai avuto: Malcolm perché, per quanto cercasse di sostenere il contrario, ci teneva troppo alle buone maniere, e Jude perché era una persona fondamentalmente seria.

			Naturalmente, quella mattina aveva sofferto come un cane. Si era svegliato nell’angolo del loft di Ezra occupato da JB, steso sul materasso disfatto (accanto a lui, sul pavimento, JB russava sonoramente sopra una pila di vestiti che puzzavano di torba), senza sapere di preciso come avessero attraversato il ponte per tornare a Manhattan. Di solito Willem non amava bere all’eccesso o stonarsi, ma quando era con JB gli capitava di comportarsi diversamente. Era stato un sollievo rientrare a Lispenard Street e al suo appartamento silenzioso e pulito, con la luce del sole che riscaldava il suo lato della camera da letto tra le undici e l’una e che quindi cominciava già a filtrare dalla finestra, e Jude che era già uscito da un pezzo per andare al lavoro. Aveva caricato la sveglia e si era addormentato all’istante, svegliandosi appena in tempo per farsi una doccia e mandar giù un’aspirina, prima di correre a prendere la metropolitana.

			Il ristorante dove lavorava si era fatto una reputazione sia per il cibo – che era complicato senza tuttavia rappresentare una sfida per il palato – che per l’avvenenza e la disponibilità del personale. Ai camerieri dell’Ortolan veniva richiesto di essere gentili ma senza eccedere in confidenze, amichevoli ma mai informali. «Non siamo mica da Friendly’s» diceva sempre il suo capo, Findlay, il direttore del ristorante. «Sorridete sempre, ma non dite alla gente come vi chiamate». C’erano diverse regole come questa da rispettare: le donne potevano tenere la fede al dito, ma dovevano togliersi qualunque altro gioiello. Gli uomini dovevano portare i capelli corti, in modo che non arrivassero oltre il lobo dell’orecchio. E ancora, niente smalto sulle unghie. La barba massimo di due giorni. I baffi venivano valutati caso per caso, come anche i tatuaggi.

			Willem faceva il cameriere all’Ortolan da quasi due anni. Prima dell’Ortolan, aveva servito pranzi durante la settimana e brunch nei weekend in un ristorante rumoroso e popolare di Chelsea che si chiamava Digits, dove i clienti (quasi sempre uomini e quasi sempre più grandi di lui: sulla quarantina, come minimo) gli chiedevano se fosse incluso nel menu e poi scoppiavano in una risata maliziosa e compiaciuta, come se fossero i primi a fargli quella domanda, e non gli undicesimi o i dodicesimi, e solo durante quel turno di lavoro. Lui però sorrideva comunque, e rispondeva: «Solo come antipasto»; quelli ribattevano: «In realtà, pensavo a un pasto completo», lui sorrideva di nuovo e lo scambio di battute si concludeva con una mancia sostanziosa.

			Era stato un amico dell’università, un altro attore che si chiamava Roman, a raccomandarlo a Findlay dopo aver ottenuto una parte per alcune puntate di una soap opera ed essersi licenziato. (Ci aveva pensato a lungo, prima di accettare l’offerta, aveva spiegato a Willem. Ma come rifiutare? La paga era troppo buona). Willem gli era stato grato per la raccomandazione, visto che l’altra cosa per la quale l’Ortolan era famoso (oltre al cibo e alla qualità del servizio) era la flessibilità degli orari, soprattutto se riuscivi a entrare nelle grazie di Findlay. A Findlay piacevano le more, piccoline e con poco seno, e praticamente tutti gli uomini, purché fossero alti, magri e – così si vociferava – non di razza asiatica. A volte Willem si fermava sulla soglia delle cucine e guardava le improbabili coppie di cameriere piccole e more e di uomini alti e magri come grissini che giravano in cerchio per la sala, pattinando in una strana serie di minuetti.

			Non tutti i camerieri dell’Ortolan erano attori. O per essere più precisi, non tutti i camerieri dell’Ortolan lo erano ancora. C’erano dei ristoranti, a New York, dove esordivi nelle vesti di cameriere e aspirante attore per poi trasformarti, in un momento imprecisato, in un ex attore che serviva ai tavoli. E se il ristorante era abbastanza buono e rispettato, questa transizione nella propria carriera era non solo perfettamente accettabile, ma quasi da auspicare. Un cameriere in un ristorante di nome poteva prenotare per i propri amici, fare in modo che il personale addetto alla cucina preparasse loro dei piatti speciali e gratuiti (anche se, come Willem aveva dovuto sperimentare di persona, ingraziarsi il cuoco era meno facile di quanto si potesse credere). Un attore che serviva ai tavoli, invece, che cosa avrebbe potuto fare, per i suoi amici? Procurar loro dei biglietti per l’ennesimo spettacolo off-off-Broadway, nel quale recitava con un abito che s