Principale Elon Musk. Tesla, SpaceX e la sfida per un futuro fantastico

Elon Musk. Tesla, SpaceX e la sfida per un futuro fantastico

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Anno:
2017
Casa editrice:
Hoepli
Lingua:
italian
Pagine:
346
ISBN 13:
9788820381660
File:
EPUB, 547 KB
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1

La leggenda nera dei Templari

Год:
2016
Язык:
italian
Файл:
EPUB, 1,42 MB
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2

The Joy of X: The Architecture of the X Window System

Год:
2010
Язык:
english
Файл:
DJVU, 5,68 MB
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  APPENDICE 1


  [image: Image]


  


  IL SETTORE DELLA TECNOLOGIA ADORA LE AZIENDE DALLA STORIA DIFFICILE. Intrighi, trabocchetti, pugnalate alle spalle? Niente di meglio. Eppure la stampa non ha mai approfondito la vicenda del presunto complotto alla base della fondazione di Zip2 da parte di Musk e le gravi accuse di irregolarità nel suo curriculum di studi.


  Ad aprile 2007 un fisico di nome John O’Reilly accusò Musk di avergli rubato l’idea di Zip2. Secondo la causa, intentata alla Corte superiore della California a Santa Clara, O’Reilly conobbe Musk nell’ottobre 1995. O’Reilly aveva fondato un’azienda chiamata Internet Merchant Channel, o IMC, per consentire alle aziende di creare inserzioni online semplici ma ricche di informazioni. Un ristorante, per esempio, poteva creare un’inserzione contenente il menù e magari anche le indicazioni stradali per raggiungerlo. Le idee di O’Reilly restavano perlopiù teoriche, ma Zip2 aveva finito per offrire un servizio molto simile. O’Reilly affermava che Musk aveva sentito parlare per la prima volta di quel tipo di tecnologie mentre cercava lavoro come venditore in IMC. Lui e Musk si incontrarono in almeno tre occasioni, stando alla causa legale, per parlare di quell’impiego. Poi O’Reilly partì per un viaggio all’estero e al suo ritorno non riuscì più a mettersi in contatto con Musk.


  O’Reilly non ha voluto parlarmi della vicenda, ma nella causa sosteneva di aver scoperto per caso l’esistenza di Zip2 molti anni dopo aver conosciuto Musk. Mentre leggeva un libro sull’economia di Internet, nel 2005, si imbatté in un passo che menzionava Musk e la fondazione di Zip2, e la successiva vendita dell’azienda a Compaq Computer nel 1999 per 307 milioni di dollari in contanti. Il fisico restò di stucco quando vide che Zip2 somigliava molto a IMC, un business che non aveva mai riscosso grande successo. O’Reilly ripensò ai suoi incontri con Musk e iniziò a sospettare che Musk l’avesse evitato di proposito e che, anziché diventare un venditore di IMC, avesse deciso di s; viluppare in proprio la stessa idea. O’Reilly voleva essere compensato per la sua originaria idea di business. Impiegò circa due anni a montare il suo caso contro Musk: il fascicolo ammonta a centinaia di pagine. O’Reilly poteva contare su deposizioni giurate di persone che confermano almeno in parte la sua versione dei fatti. Un giudice, tuttavia, ritenne che a O’Reilly mancassero le prove necessarie per intentare la causa contro Musk, a causa di questioni riguardanti la dissoluzione delle sue aziende. Il giudice ordinò nel 2010 a O’Reilly di pagare le spese legali di Musk, 125.000 dollari. Dopo tutti questi anni, Musk non ha ancora richiesto quei soldi a O’Reilly.


  Mentre giocava al detective, O’Reilly scoprì alcune informazioni sul passato di Musk che appaiono più interessanti delle accuse mosse nella causa legale. Appurò che le lauree alla University of Pennsylvania erano datate 1997: due anni dopo rispetto a quando Musk afferma di essersi laureato. Ho telefonato agli archivi dell’ateneo per avere conferma di questi dati. Gli archivi mostrano che Musk ricevette una doppia laurea in economia e fisica a maggio del 1997. O’Really richiese anche un mandato per Stanford, per confermare l’iscrizione di Musk al dottorato in fisica nel 1995. «Sulla base delle informazioni da lei fornite, non siamo in grado di rintracciare informazioni su Elon Musk nei nostri archivi», scrisse il direttore delle iscrizioni ai programmi post-laurea. Quando, nell’ambito della causa legale, gli fu chiesto di presentare un documento per confermare l’iscrizione di Musk a Stanford, il suo avvocato si rifiutò di fornirlo e definì la richiesta «eccessivamente onerosa.» Ho contattato alcuni docenti di fisica che insegnavano a Stanford nel 1995, e quelli che mi hanno risposto non si ricordavano di Musk. Doug Osheroff, premio Nobel e all’epoca direttore del dipartimento, mi ha detto: «Non penso di aver conosciuto Elon, e sono sicuro che non fosse nel dipartimento di Fisica.»


  Negli anni successivi i nemici di Musk sono tornati sul tema delle ambiguità relative alla sua iscrizione a Stanford. Quando Martin Eberhard fece causa a Musk, il suo avvocato presentò alla corte le ricerche condotte da O’Reilly. E durante le mie interviste, vari detrattori di Musk dai tempi di Zip2, da PayPal e dai primi anni di Tesla mi hanno detto esplicitamente di ritenere che Musk abbia mentito sull’iscrizione a Stanford per migliorare le proprie credenziali di imprenditore promettente, e che poi, dopo il successo di Zip2, avesse dovuto continuare a mentire.


  All’inizio pensavo anch’io che ci fossero molti punti oscuri nel curriculum accademico di Musk, in particolare nel periodo di Stanford. Ma studiando meglio la questione ho trovato spiegazioni convincenti per tutte le incoerenze e molti elementi contrari alle affermazioni dei detrattori di Musk.


  Per esempio ho trovato prove che contraddicevano la ricostruzione cronologica degli eventi operata da O’Reilly. Peter Nicholson, il banchiere per cui Musk aveva lavorato in Canada, fece una passeggiata con Musk sul lungolago di Toronto prima che Musk partisse per Stanford, e parlarono della possibilità di fondare un’azienda come Zip2. Musk aveva già iniziato a scrivere il software per realizzare l’idea che aveva presentato a Kimbal. «Cercava di decidere se fare un dottorato a Stanford o prendere quel software che aveva programmato nel tempo libero e costruirci su un’azienda», ricorda Nicholson. «Lo chiamava Virtual City Navigator. Gli dissi che c’era quella nuova moda di Internet, un settore in crescita nel quale la gente era disposta a sborsare un mucchio di soldi per qualsiasi cosa. Quel software era una gallina dalle uova d’oro. Avrebbe sempre avuto tempo per prendersi un dottorato in seguito.» Kimbal e altri familiari di Musk hanno ricordi simili.


  Musk, parlando per la prima volta dell’argomento, respinge al mittente tutte le accuse di O’Reilly e non ricorda neppure di averlo conosciuto. «È un furfante. È un fisico fallito che ora fa causa alla gente per mestiere. E gli ho detto: “Senti, non ho intenzione di patteggiare per accuse infondate. Quindi non ci provare nemmeno.” Ma lui è andato avanti. Il suo ricorso è stato rigettato due volte per eccezioni: e questo significa che, anche se tutte le sue accuse fossero vere, perderebbe lo stesso.


  «Aveva fatto del suo meglio per torturarmi attraverso i miei amici e di persona [facendogli causa]. E poi siamo arrivati al giudizio abbreviato, e ha perso lui. È ricorso in appello, e vari mesi dopo ha perso anche l’appello, e io mi sono detto: “Be’, ora sono stufo: gli chiederò di pagare le spese processuali.” E le abbiamo ottenute: quelle relative all’appello. Ed è stato allora che gli abbiamo messo alle calcagna lo sceriffo, e lui in pratica si è detto nullatenente. Che lo fosse o no, non lo so. Di sicuro ha detto di esserlo. Quindi avremmo dovuto pignorargli la macchina o il reddito della moglie. Non mi sembravano grandi idee. Perciò abbiamo stabilito che non è tenuto a restituirmi i soldi che mi deve, purché non faccia causa a nessun altro con accuse infondate. Eppure ci ha provato lo stesso, alla fine dell’anno scorso o all’inizio di questo [2014]. Ma la persona a cui ha fatto causa era a conoscenza della causa intentata a me, e si è rivolta al mio stesso avvocato, il quale ha detto a O’Reilly: “Senti, devi lasciar cadere le accuse, altrimenti tutti ti chiederanno i soldi. È inutile far causa a Tizio e Caio per futili motivi, perché anche se vinci dovrai dare tutti i soldi a Elon.” Insomma, gli ha consigliato di dedicarsi a qualcosa di più produttivo.»


  Quanto al curriculum di studi, Musk mi ha mostrato un documento datato 22 giugno 2009 e proveniente da Judith Haccou, direttrice delle ammissioni ai corsi post-laurea di Stanford. Diceva: «In seguito a una richiesta speciale dei miei colleghi del Dipartimento di Ingegneria, ho compiuto una ricerca nel database delle ammissioni di Stanford e confermo che lei ha fatto domanda ed è stato ammesso al corso post-laurea in Ingegneria e scienza dei materiali nel 1995. Poiché non ha presentato l’iscrizione, Stanford non può fornirle una certificazione ufficiale.»


  Musk aveva una spiegazione anche per le strane date delle sue lauree alla Penn. «Avevo un credito di storia e inglese e mi sono messo d’accordo con la Penn per completarlo a Stanford. Poi ho chiesto una proroga a Stanford. In seguito i requisiti della Penn sono cambiati e il credito in storia e inglese non serviva più. Quindi mi hanno rilasciato la laurea nel 1997, quando si è capito che non mi sarei iscritto ai corsi post-laurea e il requisito non era più in vigore.


  «Nel 1994 ho finito di sostenere tutti gli esami necessari per la laurea alla Wharton. Mi avevano addirittura spedito il diploma per posta. Ho deciso di restare un altro anno per terminare il corso di laurea in fisica, ma poi è sorta quella questione del credito in storia e inglese. Me ne sono ricordato solo quando ho provato a ottenere un visto H-1B e ho chiamato l’università per farmi mandare una copia del certificato di laurea, e mi hanno risposto che non mi ero laureato. Poi hanno esaminato i nuovi requisiti e hanno detto che andava tutto bene.»


  APPENDICE 2


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  MUSK AVEVA GIÀ RILASCIATO DICHIARAZIONI SULLA SUA ESTROMISSIONE da PayPal, ma durante una delle nostre interviste più lunghe è sceso molto più nel dettaglio. Erano passati anni da quei giorni tumultuosi, e Musk era riuscito a riflettere più a fondo sui lati positivi e negativi della vicenda. Ha iniziato il suo racconto da quel viaggio all’estero per recuperare la luna di miele mai fatta e ha concluso spiegandomi che il settore finanziario non ha ancora risolto i problemi che X.com si prefiggeva di affrontare.


  «Il problema era che, essendo in viaggio, non ero lì per rassicurare il Cda su alcuni punti. Per esempio il cambiamento del brand: penso ancora che fosse la decisione giusta, ma non era necessario prenderla proprio in quel momento. All’epoca avevamo un brand strano, quasi ibrido, con X.com e PayPal. Penso che X fosse il brand migliore a lungo termine, per una realtà che intendeva porsi come fulcro di tutte le transazioni. La lettera X rappresentava visivamente il concetto di transazione. Il nome “PayPal” non ha senso in questo contesto, se parliamo di qualcosa in più rispetto a un sistema di pagamenti da persona a persona. Penso che “X” fosse l’approccio più ragionevole, ma non era necessario prendere quella decisione in quel momento. Probabilmente sarebbe stato meglio aspettare.


  «Quanto al cambiamento di tecnologia, i termini del problema non sono stati ben compresi. Può sembrare illogico che io volessi scrivere il codice del front-end in Microsoft C++ anziché in Linux. Ma il motivo è che gli strumenti di Microsoft per i programmatori e per il pc sono molto potenti. Sono stati sviluppati per il settore dei videogiochi. Sembrerà un’eresia alle orecchie della Silicon Valley, ma nel mondo del pc e di C++ si può programmare più velocemente, ottenere nuove funzionalità più in fretta. Tutti i giochi per la Xbox sono scritti in Microsoft C++. Lo stesso vale per i giochi sul pc, che sono incredibilmente sofisticati e difficilissimi da programmare. Grazie al settore dei videogame sono stati sviluppati questi strumenti fantastici. C’erano più programmatori intelligenti nel settore dei videogame che altrove. Non sono sicuro che l’opinione pubblica se ne renda conto. Era anche il 2000, e non c’erano le enormi librerie software per Linux che si troverebbero oggi. Microsoft aveva gigantesche librerie di supporto, quindi ci si poteva procurare un DLL capace di fare qualsiasi cosa, ma non era così per le librerie di Linux.


  «Due dei tizi che hanno lasciato PayPal sono andati in Blizzard e hanno contribuito alla creazione di World of Warcraft. È un gioco di una complessità incredibile, gira su pc ed è fatto con Microsoft C++. È mille volte più complesso di qualsiasi sito web.


  «Col senno di poi, avrei fatto meglio a rimandare la transizione del brand e avrei dovuto passare molto più tempo con Max per consentirgli di prendere familiarità con la tecnologia. Insomma, è stato un po’ difficile perché il sistema Linux creato da Max si chiamava Max Code, e ovviamente Max sentiva una forte affinità con il suo codice. Era un gruppo di librerie che aveva creato insieme ai suoi amici. Il problema è che rendevano molto difficile lo sviluppo di nuove funzionalità: e se guardiamo PayPal com’è oggi, capiamo che uno dei motivi per cui non hanno sviluppato nuove funzionalità è che faticano anche a mantenere quelle che hanno.


  «In ultima analisi non ero in disaccordo con la scelta compiuta dal Cda nel caso di PayPal, nel senso che, con le informazioni di cui disponeva il Cda, forse avrei preso anch’io la stessa decisione. Probabilmente sì; mentre nel caso di Zip2 non l’avrei presa. Penso che abbiano semplicemente preso una pessima decisione sulla base delle informazioni che avevano. Non credo che il Cda di X.com abbia preso una pessima decisione, sulla base delle informazioni disponibili. Ma quell’esperienza mi ha indotto a fare più attenzione a chi avrebbe investito nelle mie aziende successive.


  «Ho pensato di provare a riprendermi PayPal, ma sono troppo indaffarato su altri fronti. Quasi nessuno capisce come funzionasse davvero PayPal o perché abbia avuto successo, mentre altri sistemi di pagamento prima e dopo PayPal sono falliti. Quasi nessuno lo capisce, anche dentro l’azienda. Il motivo per cui funzionava era che i costi delle transazioni erano inferiori a quelli di ogni altro sistema. E il motivo per cui il costo delle transazioni era inferiore è che riuscivamo a svolgere un numero maggiore di transazioni sotto forma di ACH, o automated clearinghouse; transazioni elettroniche e, soprattutto, transazioni interne. Le transazioni interne erano sostanzialmente a prova di frode e non ci costavano nulla. Una transazione ACH costa, non so, venti centesimi o giù di lì. Ma era lenta, ed era quello il problema. Dipende dai tempi di elaborazione automatica della banca. E poi la transazione con carta di credito era veloce ma costosa in termini di competenze da pagare e molto vulnerabile alle frodi. È il problema che ha oggi Square.


  «Square sta facendo la stessa cosa di PayPal nel modo sbagliato. La cosa più importante è riuscire a offrire le transazioni interne, che sono istantanee, a prova di frode e non richiedono il pagamento di commissioni. Se sei un venditore e hai varie possibilità tra cui scegliere, e PayPal ha le tariffe più basse ed è il servizio più sicuro, è chiaramente quello che sceglierai.


  «Se prendi un’azienda qualunque, vedrai che ha una redditività di… mettiamo il 10 per cento. Ottiene il 10 per cento di profitti ragionare nei termini di ciò che va a vantaggio dell’economia. Se gli utenti possono condurre le transazioni in modo rapido e sicuro, è un bene per loro. Se è più facile gestire i propri soldi, è un bene per loro. Allora, se tutti i tuoi movimenti di denaro sono accentrati e integrati in modo fluido, sarà molto facile condurre transazioni e le commissioni saranno basse. Sono tutti vantaggi. Perché non lo stanno facendo? È assurdo.»


  APPENDICE 3


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  Da: Elon Musk


  Data: 7 giugno 2013, 12:43:06 AM PDT


  A: Tutti All@spaceX.com


  Oggetto: quotazione


  Come ho già detto, sono sempre più preoccupato all’idea che SpaceX si quoti prima di aver predisposto i sistemi per il trasporto su Marte. Creare la tecnologia necessaria per portare la vita su Marte è ed è sempre stato l’obiettivo ultimo di SpaceX. Se essere un’azienda quotata fa diminuire quella probabilità, allora non dobbiamo quotarci finché Marte non sarà una certezza. Potrei cambiare idea, ma alla luce delle mie esperienze con Tesla e SolarCity sono restio a imporre la quotazione a SpaceX, soprattutto a causa della prospettiva a lungo termine della nostra mission.


  Alcune persone che lavorano in SpaceX e non hanno vissuto l’esperienza della quotazione possono ritenerla auspicabile, ma non è così. Il titolo di un’azienda quotata va soggetto a un’estrema volatilità, soprattutto se ci sono di mezzo grandi innovazioni tecnologiche, sia per motivi legati ai meccanismi interni sia per ragioni puramente economiche. Di conseguenza la gente si lascia distrarre dalla natura maniaco-depressiva del mercato azionario anziché concentrarsi sulla creazione di ottimi prodotti. È importante sottolineare che Tesla e SolarCity si sono quotate perché non hanno avuto scelta. La loro struttura di capitale privata stava diventando ingestibile e hanno dovuto indebitarsi pesantemente, al tasso d’interesse più basso possibile, per finanziare i prestiti per il solare. Le banche pretendevano che SolarCity si sottoponesse ai controlli aggiuntivi e severissimi ai quali devono sottostare le aziende quotate. Quelle regole, che portano il nome di Sarbanes-Oxley, determinano in sostanza l’imposizione di una tassa sulla conduzione dell’azienda attraverso la richiesta di rapporti il cui livello di dettaglio scende fino alle spese per i vostri pasti durante le trasferte di lavoro; e si rischia di essere penalizzati anche per errori di modesta entità.


  «Sì, ma potrei guadagnare di più se fossimo quotati.»


  Per chi si crede così intelligente da poter battere in astuzia gli investitori sul mercato, e pensa che riuscirebbe a vendere le azioni SpaceX «al momento giusto», lasciatevi dire che non è così. Se davvero siete più bravi della maggioranza dei gestori di hedge fund, allora non dovete preoccuparvi del valore delle vostre azioni SpaceX, perché vi basterà investire in altre aziende quotate per guadagnare miliardi di dollari sul mercato.


  Se pensate: «Be’, ma io so cosa succede davvero in SpaceX e questo mi darà un vantaggio», anche in questo caso vi sbagliate. È illegale vendere azioni di un’azienda quotata sulla quale si possiedono informazioni riservate. Di conseguenza, la vendita di azioni su mercati pubblici è limitata a brevi finestre temporali, alcune volte all’anno. Anche allora rischiate di finire in tribunale per insider trading. In Tesla abbiamo avuto un dipendente e un investitore sottoposti a un’indagine del gran giurì per aver venduto azioni un anno fa, benché avessero rispettato la lettera e lo spirito della legge. Non è stato divertente.


  Un’altra cosa che succede alle aziende quotate è che si diventa bersaglio di avvocati che intentano una class action convincendo qualcuno a comprare qualche centinaio di azioni e poi fingendo di far causa all’azienda per conto di tutti gli investitori al primo calo del prezzo delle azioni. Tesla ci sta passando proprio ora, anche se il prezzo delle azioni è relativamente alto, perché il calo in questione è avvenuto l’anno scorso. Inoltre non è corretto pensare che, poiché al momento le azioni di Tesla e SolarCity hanno un prezzo piuttosto alto, allora lo avrebbero anche le azioni di SpaceX.


  Le aziende quotate vengono giudicate sulla base delle prestazioni trimestrali. Solo perché alcune aziende se la passano bene, non vuol dire che sia così per tutte. Entrambe quelle aziende (Tesla in particolare) hanno avuto ottimi risultati nel primo trimestre. SpaceX no. Anzi, dal punto di vista finanziario il primo trimestre è stato pessimo. Se fossimo quotati, gli short seller ci starebbero prendendo a bastonate in testa.


  Inoltre verremmo bastonati ogni volta che si verificasse un’anomalia in un razzo o un veicolo, com’è accaduto nel volo 4 con il motore in panne e nel volo 5 con le prevalvole della Dragon. Rimandare il lancio della V1.1, ormai in ritardo di un anno, ci metterebbe ancora più nei guai, perché è la fonte principale del nostro fatturato. Anche un piccolo intoppo, come il rinvio di un lancio che lo fa sforare al trimestre successivo, comporta sonore sculacciate. La produzione dei veicoli Tesla nel quarto trimestre dell’anno scorso era in ritardo di sole tre settimane, eppure la reazione del mercato è stata violenta.


  Il meglio dei due mondi


  Il mio obiettivo in SpaceX è offrirvi i vantaggi di un’azienda privata e quelli di un’azienda quotata. Quando svolgiamo un giro di finanziamenti, il prezzo delle azioni è fissato approssimativamente al prezzo che avrebbero se fossero scambiate sui mercati pubblici, al netto dell’esuberanza irrazionale o della depressione, ma senza le pressioni e le distrazioni di chi si trova sotto i riflettori. Anziché stare a guardare il titolo che sale durante una finestra di liquidità e scende durante un’altra, l’obiettivo è puntare sempre verso l’alto e non lasciare mai che il prezzo diventi inferiore a com’era nell’ultimo giro. Il risultato finale per voi (o per un investitore in SpaceX) dal punto di vista finanziario sarà lo stesso che se fossimo quotati, e ogni anno avrete venduto una quantità costante di azioni.


  Nel caso voleste una cifra precisa, posso dirmi fiducioso che il prezzo delle nostre azioni nel lungo periodo supererà i 100 dollari, se lavoriamo bene sul Falcon 9 e sulla Dragon. Per ottenere questo risultato dobbiamo effettuare lanci con costanza e rapidità, molto più di quanto abbiamo fatto in passato. Non sono sicuro che vi rendiate conto di quanto lavoro ci aspetta. Lasciate che vi dia un’idea della situazione: le spese di SpaceX quest’anno ammonteranno grossomodo a 800-900 milioni di dollari (che, a proposito, mi sembra una cifra pazzesca). Dato che fatturiamo 60 milioni per ogni volo F9, e il doppio per un FH o un F9-Dragon, dobbiamo fare circa dodici voli all’anno di cui quattro con la Dragon o l’Heavy solo per ottenere una redditività del 10 per cento!


  Per i prossimi anni riceveremo finanziamenti dal ramo commerciale della NASA che aiuteranno a far crescere quei numeri, ma da lì in poi dovremo farcela da soli. Non ci resta molto tempo per finire l’F9, l’FH, la Dragon V2 e raggiungere una media di almeno un lancio al mese. E tenete a mente che si tratta di una media: quindi, se perdiamo tre settimane in più per lanciare un razzo, per qualsiasi motivo (magari anche per colpa del satellite) ci resterà una sola settimana per il volo successivo.


  Il mio consiglio


  Ecco i miei suggerimenti sulla vendita di azioni o opzioni SpaceX. Non servono analisi complicate, perché le regole sono molto semplici.


  Se pensate che SpaceX otterrà risultati migliori dell’azienda quotata media, allora il prezzo delle nostre azioni continuerà a crescere a un tasso superiore a quello del mercato azionario, che sarebbe il secondo investimento dal rendimento migliore nel lungo periodo. Dunque dovreste vendere solo la quantità di cui avete bisogno per migliorare il vostro tenore di vita nel breve-medio termine. In realtà vi consiglio di vendere una parte delle azioni anche se siete sicuri che cresceranno di valore, perché la vita è breve e un po’ di liquidità in più fa vivere meglio e riduce lo stress in famiglia (purché le vostre spese correnti non crescano in modo proporzionale).


  Per massimizzare il rendimento al netto delle tasse, probabilmente vi conviene esercitare le vostre opzioni per convertirle in azioni (se ve lo potete permettere) e poi conservare le azioni per un anno prima di venderle ai nostri eventi di liquidità, che cadono circa ogni sei mesi. Questo vi permetterà di pagare le tasse sulle plusvalenze finanziarie anziché le imposte sul reddito. In ultimo, vi comunico che prevediamo di organizzare un evento di liquidità appena la qualificazione del Falcon 9 sarà completa, tra un mese o due. Non so di preciso quale sarà il prezzo delle azioni, ma sulla base delle prime conversazioni con gli investitori stimo che possa oscillare fra i 30 e i 35 dollari. Il valore di SpaceX sarebbe quindi tra i 4 e i 5 miliardi, cioè più o meno quello che sarebbe se fossimo quotati ora, e francamente mi sembra una cifra eccellente considerando che i nuovi F9, FH e Dragon V2 non sono ancora stati lanciati.


  Elon


  


  CIRCA L’AUTORE


  ASHLEE VANCE (www.ashleevance.com) è uno dei più noti giornalisti di tecnologia. Dopo aver scritto per vari anni di informatica e della Silicon Valley per il “New York Times”, è passato a “Bloomberg Businessweek”, dove ha condotto decine di inchieste e reportage su una vasta gamma di temi, dallo spionaggio informatico al sequenziamento del DNA e all’esplorazione dello spazio.


  


  INFORMAZIONI SUL LIBRO


  LA STORIA DELL’IMPRENDITORE PIÙ VISIONARIO DELLA NOSTRA EPOCA


  Moderno epigono di Thomas Edison, Henry Ford, Howard Hughes e Steve Jobs, Elon Musk è il fondatore di aziende come PayPal, Tesla, SpaceX e SolarCity, ciascuna delle quali ha generato onde d’urto nel business e nell’industria americana. Più di ogni altro imprenditore contemporaneo, Musk ha investito le sue energie e il suo vasto patrimonio per immaginare un futuro ricco e luminoso, come i geni visionari dell’età dell’oro della fantascienza.


  In questo ritratto avvincente e documentato, Ashlee Vance racconta con una completezza senza precedenti la carriera straordinaria del businessman più audace della Silicon Valley – un autentico Iron Man – e conduce un’analisi attenta del nuovo corso dell’imprenditoria americana e della sua nuova generazione di “creatori”.


  Grazie al rapporto in esclusiva con Musk, la sua famiglia e i suoi amici, il libro ripercorre le varie tappe della sua vita: dall’infanzia difficile in Sudafrica fino alle vette del business mondiale. Vance ha conversato con Musk per oltre cinquanta ore e ha intervistato quasi trecento persone per ricostruire le turbolente vicissitudini delle aziende rivoluzionarie fondate da Musk e per dipingere il ritratto di un uomo dalla personalità complessa che ha trasformato l’industria americana, innescando nuove ondate di innovazione e facendosi anche molti nemici.


  In un’epoca in cui molte aziende sono più interessate a inseguire guadagni facili che a rischiare sviluppando tecnologie rivoluzionarie, Musk è l’unico imprenditore dotato di sufficiente dinamismo e visionarietà per affrontare – e stravolgere – più settori in un colpo solo. E due delle sue ultime “invenzioni” come Hyperloop o le autostrade sotterranee vanno esattamente in questa direzione.


  Elon Musk è un’indagine brillante e approfondita su un mondo tecnologico che sta vivendo trasformazioni sempre più radicali, e offre un ritratto vero ed entusiasmante dell’uomo che sta creando il futuro.


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  IL MONDO DI ELON


  «SECONDO TE SONO PAZZO?»


  Elon Musk mi ha fatto questa domanda al termine di una lunga cena in un lussuoso ristorante di pesce della Silicon Valley. Ero arrivato per primo e mi ero seduto ad aspettare con un gin tonic, sapendo che Musk sarebbe stato in ritardo come sempre. Si è presentato dopo circa un quarto d’ora: portava scarpe di pelle, jeans griffati e una camicia scozzese. È alto un metro e ottantacinque, ma chiunque lo conosca vi dirà che sembra molto più alto. Ha le spalle larghissime ed è molto muscoloso. Potreste immaginare che sfrutti questo aspetto fisico a suo vantaggio e che irrompa sempre in ogni stanza con lunghe falcate da maschio alfa. Invece sembra quasi timido. Cammina a testa bassa, mi saluta con una rapida stretta di mano e si siede. Gli ci vuole ancora qualche minuto per rilassarsi e sentirsi a suo agio.


  Mi ha invitato a cena per intavolare una specie di trattativa. Un anno e mezzo prima l’avevo informato che progettavo di scrivere un libro su di lui, e lui mi aveva informato che progettava di non collaborare. Quel rifiuto mi aveva rattristato ma mi aveva anche spinto ad attivare la modalità «reporter d’assalto». Se necessario avrei scritto questo libro anche senza di lui. Sapevo che molti ex dipendenti delle sue aziende, Tesla Motors e SpaceX, erano disposti a parlare con me; e conoscevo già molti suoi amici. Ho continuato a condurre interviste per mesi, e dopo circa duecento persone Musk si è rifatto vivo. Mi ha telefonato a casa e ha dichiarato che le opzioni erano due: poteva rendermi la vita molto difficile oppure poteva aiutarmi. Era disposto a collaborare a patto di poter leggere il libro prima che andasse in stampa e aggiungere qualche nota a piè di pagina. Non avrebbe interferito con il mio testo, ma voleva poter ristabilire la verità dove gli sembrava che ci fossero errori. Capivo perché lo chiedeva: voleva esercitare un minimo di controllo sulla storia della sua vita. Ha un cervello da scienziato: le affermazioni errate gli provocano insofferenza. Un errore su una pagina stampata gli avrebbe tormentato l’anima in eterno. Capivo il suo punto di vista, ma non intendevo permettergli di leggere il libro, per motivi professionali, personali e pratici. Musk possiede la sua versione della verità, e non è sempre la versione condivisa dal resto del mondo. Inoltre tende a dare risposte lunghe e contorte alle domande più semplici, e la possibilità di ritrovarmi con note a piè di pagina lunghe trenta pagine mi sembrava un rischio concreto. Tuttavia abbiamo deciso di cenare insieme per discuterne e cercare un compromesso.


  Abbiamo iniziato parlando delle persone che lavorano nelle relazioni pubbliche. Musk è noto per l’elevato tasso di ricambio dei suoi PR, e in quel periodo Tesla stava cercando un nuovo direttore delle comunicazioni. «Chi è la persona più brava al mondo nelle relazioni pubbliche?» mi ha chiesto: una domanda tipicamente muskiana. Poi abbiamo parlato di alcune nostre conoscenze comuni, di Howard Hughes e dello stabilimento di Tesla. Quando il cameriere è venuto a prendere l’ordinazione, Musk gli ha chiesto di suggerirgli qualcosa di adatto per la sua dieta low-carb. Ha scelto aragosta fritta in pezzi in inchiostro di calamaro. Le trattative non erano ancora iniziate, ma Musk si stava già aprendo con me. Mi ha rivelato la sua paura più grande: che il cofondatore e Ad di Google, Larry Page, stesse costruendo un esercito di robot con intelligenza artificiale capaci di annientare l’umanità. «È una cosa che mi preoccupa molto», mi ha detto. Eppure i due erano molto amici, e Musk riteneva Page una persona fondamentalmente benintenzionata e non il Dottor Male. Ma in un certo senso era proprio quello il problema. La natura affabile di Page gli faceva credere che quei robot avrebbero obbedito ai nostri ordini in eterno. «Non sono ottimista quanto lui», ha detto Musk. «Potrebbe dar vita per sbaglio a creature malvagie.» Quand’è arrivata la nostra cena, Musk l’ha consumata. Ovvero, più che mangiarla, l’ha fatta sparire in un soffio, con poche enormi forchettate. Per tenerlo buono e farlo continuare a parlare, gli ho offerto un pezzo della mia bistecca. Il piano ha funzionato… per novanta secondi. La bistecca è sparita in un solo boccone.


  Ci ho messo un po’ a distogliere Musk dal pensiero dell’apocalisse dei robot e a portarlo sull’argomento che volevo discutere. Poi, mentre iniziavamo a parlare del libro, Musk ha cominciato a sondare le mie intenzioni: cercava di capire esattamente perché volessi scrivere su di lui. Quando si è presentata l’occasione giusta, mi sono fatto avanti e ho preso il controllo della conversazione. Ho sentito l’adrenalina mescolarsi al gin e ho iniziato quello che doveva essere un sermone di tre quarti d’ora su tutti i motivi per cui Musk doveva permettermi di scavare a fondo nella sua vita, e senza pretendere di controllare il risultato. Ho parlato dei limiti intrinseci delle note a piè di pagina, ho spiegato che Musk avrebbe fatto la figura di un maniaco del controllo e la mia integrità come giornalista sarebbe stata compromessa. Con mia grande sorpresa, dopo un paio di minuti mi ha interrotto dicendo semplicemente: «Okay». Una dote per cui Musk nutre la massima stima è la determinazione: apprezza le persone che insistono anche dopo aver ricevuto un no. Decine di altri giornalisti gli avevano chiesto di collaborare a biografie autorizzate ma io ero l’unico cretino irritante che aveva continuato dopo il primo rifiuto, e sembravo piacergli per questo.


  La cena e la conversazione sono proseguite senza intoppi, e Musk ha abbandonato la dieta low-carb. Un cameriere ci ha portato una gigantesca scultura di zucchero filato giallo e Musk ci si è avventato, staccando manciate di zucchero. La decisione era presa: Musk mi ha concesso di parlare con i dirigenti delle sue aziende e con i suoi amici e parenti. Avremmo cenato insieme una volta al mese per tutto il tempo necessario. Per la prima volta avrebbe permesso a un giornalista di osservare i meccanismi interni del suo mondo. Due ore e mezzo dopo l’inizio della conversazione, Musk ha posato le mani sul tavolo, ha fatto per alzarsi e poi si è fermato, mi ha guardato negli occhi e ha fatto quella domanda incredibile: «Secondo te sono pazzo?» Sono rimasto ammutolito per un istante: ogni sinapsi del mio cervello si è attivata per capire se fosse una domanda trabocchetto e, in tal caso, quale fosse la risposta migliore. Solo dopo aver trascorso molto tempo con Musk ho capito che la domanda era rivolta più a lui che a me. La mia risposta non importava. Musk aveva esitato un’ultima volta, per domandarsi a voce alta se c’era da fidarsi di me, e poi mi aveva guardato negli occhi per emettere la sua sentenza. Mezzo secondo dopo ci siamo stretti la mano e Musk se n’è andato al volante di una berlina Tesla Model S.


  Per comprendere Elon Musk non si può che iniziare dal quartier generale di SpaceX, a Hawthorne, in California: un sobborgo di Los Angeles a pochi chilometri dall’aeroporto internazionale. I visitatori si imbattono in due giganteschi manifesti che ritraggono il pianeta Marte, appesi uno accanto all’altro sulla parete che porta alla scrivania di Musk. Il poster sulla sinistra raffigura Marte così com’è oggi: una sfera rossa, fredda e desolata. Il poster sulla destra mostra una gigantesca massa di terra verdeggiante circondata da oceani: il pianeta è stato riscaldato e modificato per adattarsi agli umani. Musk è fermamente intenzionato a tradurre in realtà quell’immagine. Trasformare gli umani in colonizzatori dello spazio è la missione dichiarata della sua vita. «Alla mia morte vorrei lasciare il mondo pensando che l’umanità abbia un futuro luminoso», ha dichiarato. «Se riusciamo a risolvere il problema dell’energia sostenibile e a imboccare la strada giusta per diventare una specie multiplanetaria costruendo una civiltà autosufficiente su un altro pianeta – per essere in grado di reagire allo scenario peggiore, in cui la coscienza umana dovesse estinguersi – allora…» e qui ha fatto un momento di pausa, «penso che sarebbe molto bello.»


  Se alcune affermazioni e azioni di Musk appaiono assurde, è perché in un certo senso lo sono. In quell’occasione, per esempio, la sua assistente gli aveva appena portato un gelato con pezzetti di biscotto: e mentre parlava in tono serio dell’umanità da salvare, gli penzolava dalle labbra una goccia di dessert.


  La determinazione con cui Musk affronta missioni impossibili ha fatto di lui una divinità nella Silicon Valley, dove altri amministratori delegati come Page parlano di lui con un timore reverenziale e i giovani imprenditori si prefiggono di «essere come Elon», come negli anni passati si sforzavano di imitare Steve Jobs. La Silicon Valley, tuttavia, opera sulla base di una versione distorta della realtà; e fuori dai suoi confini Musk appare spesso come una figura molto più controversa. È quel tizio delle auto elettriche, dei pannelli solari e dei razzi: quello che vende false speranze. Lasciamo stare i paragoni con Steve Jobs: Musk è una versione fantascientifica di P.T. Barnum, un uomo che è diventato straordinariamente ricco facendo leva sulle paure della gente e sull’odio delle persone per se stesse. Comprate una Tesla e dimenticatevi per un po’ del male che avete fatto al pianeta.


  Da tempo appartenevo a questa seconda scuola di pensiero. Musk mi era sempre sembrato un sognatore pieno di buone intenzioni, membro a pieno titolo del club dei tecno-utopisti della Silicon Valley, una miscela di devoti di Ayn Rand e assolutisti dell’ingegneria che vedono nelle loro idee iper-razionali la Risposta giusta per tutti. Se solo ci togliessimo dai piedi e li lasciassimo lavorare, risolverebbero tutti i nostri problemi. Un giorno, molto presto, potremo depositare i nostri cervelli in un computer, rilassarci e lasciare che gli algoritmi si prendano cura di tutto. Spesso l’ambizione di queste persone è confortante e le loro parole si rivelano utili. Ma i tecno-utopisti tendono a stancare con le loro banalità: sono capaci di parlare per ore senza dire niente di concreto. Più sconcertante ancora è il messaggio di fondo secondo cui gli umani sono difettosi e la nostra umanità è un peso fastidioso di cui a tempo debito bisognerà sbarazzarsi. Quando incontravo Musk a qualche evento nella Silicon Valley, i suoi discorsi ampollosi mi sembravano perfettamente in linea con quelli dei tecno-utopisti. E la cosa più irritante era che le sue aziende, fondate per salvare il mondo, non sembravano neanche andare a gonfie vele.


  Eppure, all’inizio del 2012, anche i cinici come me hanno dovuto ammettere che Musk stava davvero combinando qualcosa di buono. Le sue aziende non erano più in crisi ma, anzi, stavano riscuotendo nuovi successi. SpaceX aveva inviato una capsula piena di forniture alla Stazione spaziale internazionale e l’aveva riportata sana e salva sulla Terra. Tesla Motors aveva presentato la Model S, un’elegante berlina elettrica che aveva mozzato il fiato all’industria automobilistica e assestato uno schiaffo in pieno volto a Detroit. Queste due imprese hanno sospinto Musk fino alle altezze rarefatte dei titani del business. Solo Steve Jobs poteva vantare successi simili in due settori così diversi, quando presentava un nuovo prodotto Apple e un film Pixar di successo nello stesso anno. Eppure Musk non aveva ancora finito. Era anche il presidente e il principale azionista di SolarCity, un’azienda in forte crescita che si occupava di energia solare e stava per quotarsi in borsa. Era riuscito, chissà come, a presentare contemporaneamente le innovazioni più radicali da decenni a quella parte nel settore aerospaziale, in quello automobilistico e in quello energetico.


  Nel 2012 ho deciso di vederlo coi miei occhi e di scrivere un articolo su di lui per Bloomberg Businessweek. In quella fase della vita di Musk, tutto passava per il tramite della sua fedelissima assistente Mary Beth Brown, che mi ha invitato a visitare quella che ormai chiamo Musk Land.


  Chiunque arrivi per la prima volta a Musk Land non può che sentirsi spiazzato. Vi viene detto di parcheggiare all’One Rocket Road di Hawthorne, il quartier generale di SpaceX. Sembra impossibile che possa nascere qualcosa di buono a Hawthorne, una brutta zona della contea di Los Angeles in cui case diroccate, vecchi negozi e squallide tavole calde circondano enormi complessi industriali che sembrano partoriti da un movimento architettonico ispirato al Rettangolo della Noia. Davvero Elon Musk aveva piazzato la sua azienda in quel postaccio? Ma le cose iniziano ad acquistare senso quando si vede apparire all’orizzonte un parallelepipedo di cinquantamila metri quadrati, dipinto di un vistoso color bianco che porta il nome di «Unità di Corpo, Anima e Mente». È l’edificio principale di SpaceX.


  Solo dopo aver varcato la soglia di SpaceX mi è apparsa chiara la grandezza di ciò che quest’uomo aveva realizzato. Aveva costruito una fabbrica di razzi in piena regola nel bel mezzo di Los Angeles. E quella fabbrica non produceva un razzo alla volta: no, ne produceva molti, e partendo da zero. Era un gigantesco open space. Verso il fondo c’erano enormi zone di scarico in cui arrivavano grandi lastre di metallo che venivano trasportate verso macchine saldatrici alte come un palazzo di due piani. Su un lato c’erano tecnici in camice bianco che producevano schede madri, radio e altri apparecchi elettronici. Altre persone erano chiuse in una speciale camera di vetro pressurizzata, dove costruivano le capsule che i razzi avrebbero inviato alla Stazione spaziale. Uomini tatuati con bandane in testa ascoltavano i Van Halen a tutto volume mentre collegavano fili elettrici ai motori. C’erano razzi già costruiti e allineati, pronti per essere caricati sui camion. Altri razzi, in un’altra parte dell’edificio, aspettavano di essere verniciati di bianco. Era difficile osservare a colpo d’occhio l’intero stabilimento. C’erano centinaia di esseri umani in perenne movimento intorno a una varietà di macchinari bizzarri.


  Ed è solo l’edificio numero uno di Musk Land. SpaceX aveva comprato vari fabbricati che in passato avevano fatto parte di uno stabilimento di Boeing in cui venivano costruite le fusoliere dei 747. Uno di essi ha il tetto ricurvo e somiglia a un hangar: è il centro di ricerca, sviluppo e progettazione di Tesla. È qui che l’azienda ha ideato l’aspetto della berlina Model S e del suo successore, il Suv Model X. Nel parcheggio lì davanti Tesla ha costruito una delle sue stazioni di ricarica, dove gli automobilisti di Los Angeles possono fare gratuitamente il pieno di elettricità. È facile da trovare, perché Musk ha fatto installare un obelisco bianco e rosso con il logo di Tesla che sorge al centro di una piscina a sfioro.


  Durante la mia prima intervista a Musk, che si è svolta nello studio di progettazione, ho iniziato a capire il suo modo di parlare e comportarsi. È un uomo sicuro di sé, ma non è sempre bravo a dimostrarlo. Al primo incontro può apparire timido e quasi imbarazzato. L’accento sudafricano si va attenuando col passare degli anni e il carisma personale non basta a compensare la cadenza della voce, che procede a scatti. Come molti ingegneri e fisici, Musk si interrompe spesso per cercare la parola giusta; e tende a infilarsi in monologhi tecnici incomprensibili senza fornire alcun appiglio all’ascoltatore e senza cercare di spiegarsi con parole semplici: si aspetta che gli altri seguano il suo ragionamento. Nulla di ciò risulta irritante: anzi, Musk sa essere spiritoso e affascinante. È solo che in ogni conversazione con lui aleggia un senso di urgenza e tensione. Non parla mai per il solo gusto di parlare. (Ci sarebbero volute circa trenta ore di interviste perché Musk si rilassasse davvero e mi permettesse di accedere a un livello più profondo della sua psiche e della sua personalità.)


  Di solito gli imprenditori di successo sono circondati da un esercito di assistenti. Musk, invece, si aggira per Musk Land da solo. Non è il tipo d’uomo che entra di soppiatto nel ristorante; è il tipo d’uomo che possiede il ristorante e vi entra a lunghi passi e a testa alta. Abbiamo continuato a parlare mentre lo accompagnavo in un giro dello studio di progettazione, dove doveva ispezionare prototipi di varie parti e veicoli. A ciascuna stazione i dipendenti correvano da lui e snocciolavano informazioni. Lui ascoltava attentamente, ci rifletteva su e annuiva se era soddisfatto. I collaboratori si allontanavano e Musk procedeva verso il successivo diluvio di informazioni. A un certo punto il direttore della progettazione di Tesla, Franz von Holzhausen, voleva l’opinione di Musk su certi nuovi pneumatici e cerchioni che erano arrivati per la Model S e sulla disposizione dei sedili nel Model X. Dopo aver parlato per un po’ sono andati in una stanza sul retro, dove un gruppo di dirigenti di un’azienda che vendeva un software grafico specializzato aveva preparato una presentazione per Musk. Volevano mostrargli una nuova tecnologia di rendering in 3D che avrebbe permesso a Tesla di perfezionare il prototipo virtuale della Model S analizzando fin nei minimi dettagli l’effetto delle ombre e della luce dei lampioni sulla carrozzeria dell’auto. I progettisti di Tesla volevano assolutamente quel software e avevano bisogno dell’approvazione di Musk. Gli uomini hanno fatto del loro meglio per convincere Musk, mentre il rumore dei trapani e dei giganteschi ventilatori industriali sovrastava le loro voci. Musk, che indossava quella che in pratica è la sua uniforme di lavoro – scarpe in pelle, jeans firmati e t-shirt nera – ha dovuto inforcare un paio di occhiali 3D per la dimostrazione, e al termine non è sembrato molto convinto. Ha detto loro che ci avrebbe pensato e poi si è diretto verso la fonte del rumore più assordante: un laboratorio nelle profondità dello studio dove i progettisti di Tesla stavano costruendo l’impalcatura per le torri decorative alte dieci metri da montare accanto alle stazioni di ricarica. «Quel coso sembra in grado di resistere a un uragano di categoria cinque», ha commentato Musk. «Facciamolo dimagrire un po’.» Alla fine io e Musk siamo saliti sulla sua macchina – una Model S nera – e siamo tornati all’edificio principale di Space X. «Penso che ci siano troppe persone intelligenti che si occupano di Internet, finanza e giurisprudenza», mi ha detto durante il tragitto. «È uno dei motivi per cui non abbiamo visto così tanta innovazione.»


  MUSK LAND È STATA UNA RIVELAZIONE.


  Ero arrivato nella Silicon Valley nel 2000 e avevo trovato casa nel quartiere Tenderloin di San Francisco. È l’unica parte della città che la gente di quelle parti ti implora di evitare. Senza cercare troppo ci si può imbattere in persone che si tirano giù i pantaloni e si accovacciano tra le auto parcheggiate, o incontrare un matto che prende a testate la pensilina alla fermata dell’autobus. Nei locali accanto agli strip club i travestiti adescano manager incuriositi e gli ubriachi si addormentano sui divani e se la fanno addosso: il loro pigro rituale della domenica. Sono i quartieri malfamati di San Francisco, quelli in cui volano coltelli: e si è rivelato un ottimo punto d’osservazione per la morte del sogno delle dot-com.


  San Francisco ha una lunga tradizione di avidità. La città è nata con la corsa all’oro, e neppure un terremoto catastrofico ha potuto frenare a lungo l’inseguimento della ricchezza. Non lasciatevi ingannare dagli hippie: il ritmo di questo posto è scandito dallo scoppio delle bolle. E nel 2000 San Francisco era stata travolta dalla madre di tutti i boom e prosciugata dall’avidità. Era un gran bel momento per essere vivi, quando l’intera popolazione, o quasi, si era abbandonata alla stessa fantasia: una corsa folle ai soldi facili di Internet. L’energia pulsante di quell’illusione collettiva era palpabile, produceva un ronzio incessante che rintronava in tutta la città. E poi c’ero io, al centro del quartiere più depravato di San Francisco, a scoprire quanto si può cadere in basso quando ci si lascia consumare dagli eccessi.


  Oggi gli aneddoti sulla follia del business di quei tempi sono ben noti. Per fondare un’azienda di successo non era più necessario inventare un prodotto che la gente volesse comprare. Bastava avere un’idea vagamente legata a Internet e annunciarla al mondo perché gli investitori si precipitassero a finanziare l’ennesimo esperimento mentale. L’obiettivo ultimo era fare più soldi possibile nel più breve tempo possibile, perché tutti sapevano, almeno a livello inconscio, che prima o poi avrebbero dovuto fare i conti con la realtà.


  Gli abitanti della Valley prendevano alla lettera il cliché del «lavorare sodo e divertirsi sodo». Ventenni, trentenni, quarantenni e cinquantenni erano tenuti a passare la notte in ufficio. Le scrivanie diventavano campeggi e l’igiene personale veniva abbandonata. Stranamente, serviva molto lavoro per trasformare il Nulla nella parvenza di Qualcosa. Ma quando arrivava il momento di rilassarsi, le occasioni non mancavano. Le aziende più alla moda e i grandi media dell’epoca sembravano fare a gara a chi organizzava la festa più lussuosa. Aziende della vecchia guardia che volevano mostrarsi al passo coi tempi noleggiavano spazi ai concerti e ci piazzavano ballerini e acrobati, un open bar e i Barenaked Ladies. Giovani programmatori accorrevano a bere whisky e cola gratis e a sniffare cocaina nei bagni chimici. Avidità ed egoismo erano gli unici moventi possibili.


  Di quei bei tempi sono state compilate cronache esaustive, ma i brutti tempi che seguirono sono stati ignorati: e non c’è da stupirsi. È più divertente ricordare l’esuberanza irrazionale piuttosto che il caos che rimane alla fine.


  Sia messo agli atti, dunque, che l’implosione della fantasticheria internettiana ha lasciato San Francisco e la Silicon Valley in una depressione profonda. I party infiniti sono finiti. Le prostitute sono sparite dalle strade di Tenderloin, dove alle sei del mattino offrivano amore ai pendolari in partenza. («Vieni, bello, è meglio del caffè!») Al posto dei Barenaked Ladies c’era qualche tribute band di Neil Diamond a una fiera di settore, qualche maglietta omaggio e un groppo di vergogna in gola.


  Il settore della tecnologia non sapeva più che pesci prendere. Gli stupidi investitori in venture capital che erano stati travolti dalla bolla non volevano sembrare ancora più stupidi, quindi hanno smesso di finanziare nuove imprese. Le grandi idee degli imprenditori sono state rimpiazzate da ideuzze. Era come se la Silicon Valley fosse entrata in massa in una clinica di disintossicazione. Sembrerà melodrammatico, ma è la verità. Una popolazione di milioni di persone intelligenti si era convinta di poter inventare il futuro. E poi… puf! La nuova moda era andare sul sicuro.


  Le aziende e le idee nate in quel periodo testimoniano questo malessere. Google aveva iniziato a crescere davvero intorno al 2002, ma era un’eccezione. Tra Google e la nascita dell’iPhone di Apple nel 2007 c’è di mezzo una landa incolta abitata solo da aziende mediocri. E le novità promettenti di quegli anni – Facebook e Twitter – certamente non somigliavano a predecessori come Hewlett-Packard, Intel, Sun Microsystems, che creavano prodotti fisici e davano lavoro a decine di migliaia di persone. Negli anni successivi l’obiettivo è cambiato: dalla volontà di rischiare grosso per inventare nuovi settori e realizzare idee grandiose, si è passati a inseguire soldi facili intrattenendo i consumatori e proponendo semplici app e pubblicità. «Le menti migliori della mia generazione si stanno chiedendo come convincere la gente a cliccare sulle inserzioni. È uno schifo», mi ha detto Jeff Hammerbacher, uno dei primi programmatori di Facebook. La Silicon Valley ha iniziato a somigliare molto a Hollywood, mentre i consumatori dei suoi prodotti si ripiegano sempre più su se stessi, ossessionati dalle loro vite virtuali.


  Una delle prime persone a ipotizzare che questo stallo dell’innovazione potesse essere il sintomo di un problema molto più grosso è stato Jonathan Huebner, un fisico che lavora al Naval Air Warfare Center del Pentagono a China Lake, California. Per essere un mercante di morte, Huebner ha un’aria piuttosto ordinaria. Di mezz’età, magro e stempiato, ama indossare i colori della sporcizia: pantaloni cachi, una camicia a righe marroni, un giubbotto di tela verde militare. Progetta armi dal 1985, un lavoro che lo mantiene all’avanguardia della scienza dei materiali, dell’energia e del software. Dopo lo scoppio della bolla delle dot-com era sconfortato dalla scarsa attrattiva delle presunte innovazioni che gli arrivavano sulla scrivania. Nel 2005 ha pubblicato un articolo intitolato «A Possible Declining Trend in Worldwide Innovation» (Una possibile tendenza negativa dell’innovazione mondiale) che levava un autentico j’accuse contro la Silicon Valley o, quantomeno, un monito severo.


  Huebner ha scelto di usare la metafora dell’albero per descrivere il panorama dell’innovazione. L’uomo si è già arrampicato sul tronco dell’albero e si è spinto sui rami principali, sfruttando gran parte delle idee davvero rivoluzionarie: la ruota, l’elettricità, l’aereo, il telefono, il transistor. Ora penzoliamo dai rami più alti dell’albero e in sostanza non facciamo altro che perfezionare le invenzioni del passato. Per giustificare questa affermazione, nell’articolo Huebner evidenziava che la frequenza delle invenzioni capaci di cambiare la vita delle persone aveva iniziato a rallentare. Dimostrava anche, dati alla mano, che il numero di richieste di brevetto pro capite era calato nel corso del tempo. «Credo che la probabilità di una nuova invenzione degna della Top 100 diventi sempre più piccola», mi ha detto in un’intervista. «L’innovazione è una risorsa limitata.»


  Huebner calcolava che ci sarebbero voluti circa cinque anni perché la gente iniziasse a pensarla come lui, e la sua previsione si è dimostrata quasi esatta. Intorno al 2010 Peter Thiel, il cofondatore di PayPal e uno dei primi investitori di Facebook, ha iniziato ad affermare che il settore tecnologico aveva deluso l’umanità: «Volevamo macchine volanti e invece abbiamo ricevuto 140 caratteri» è diventato lo slogan del suo fondo di venture capital, Founders Fund. In un saggio intitolato «What Happened to the Future» (Cosa ne è stato del futuro), Thiel e i coautori spiegavano in che modo Twitter e i suoi messaggi da 140 caratteri, e invenzioni analoghe, avessero deluso l’opinione pubblica. La fantascienza, che un tempo celebrava il futuro, è diventata distopica perché la gente non crede più che la tecnologia possa cambiare il mondo.


  Anch’io la pensavo più o meno così, fino a quella prima visita a Musk Land. Musk non era certo restio a parlare dei suoi progetti, ma al di fuori delle sue aziende erano in pochi a poter vedere coi propri occhi le fabbriche, i centri di ricerca e sviluppo, i macchinari, e a comprendere le proporzioni del suo lavoro. Era un uomo che si era ispirato all’etica della Silicon Valley, aziende agili e libere dalle gerarchie e dalla burocrazia, e l’aveva applicata alla creazione di macchinari giganteschi e straordinari e alla ricerca di invenzioni potenzialmente rivoluzionarie: quelle che fin lì erano mancate.


  A rigor di logica Musk avrebbe dovuto far parte del problema, non della soluzione. Si era tuffato nella frenesia del dot-com nel 1995, quando, appena laureato, aveva fondato un’azienda di nome Zip2: una versione primitiva di Google Maps o Yelp. Quella prima impresa aveva riscosso molto successo molto in fretta ed era stata venduta a Compaq nel 1999 per 307 milioni di dollari. Musk aveva ricavato 22 milioni e li aveva riversati quasi tutti nell’impresa successiva, una startup che sarebbe diventata PayPal. Come principale azionista di PayPal, Musk era diventato ricchissimo quando, nel 2002, eBay aveva rilevato l’azienda per 1,5 miliardi di dollari.


  Anziché restare nella Silicon Valley e piombare nella stessa depressione dei colleghi, Musk si era trasferito a Los Angeles. All’epoca si pensava che la cosa migliore da fare fosse trarre un respiro profondo e aspettare la successiva grande innovazione, che prima o poi sarebbe arrivata. Musk aveva smentito quella logica investendo 100 milioni di dollari in SpaceX, 70 milioni in Tesla e 10 milioni in Solar City. A meno di costruire una macchina tritasoldi, non avrebbe potuto trovare un modo più rapido per distruggere il suo patrimonio. Era diventato una società unipersonale di venture capital disposta a correre i rischi più irrazionali, e si era dedicato alla produzione di beni fisici ipercomplessi in due dei luoghi più costosi al mondo, Los Angeles e la Silicon Valley. Ogni volta che ne avevano la possibilità, le aziende di Musk creavano da zero i loro prodotti, stravolgendo tutte le prassi dei rispettivi settori: aerospaziale, automobilistico e solare.


  Con SpaceX, Musk scende in battaglia contro i giganti del complesso militare-industriale americano, tra cui Lockheed Martin e Boeing. Combatte anche contro altre nazioni, in particolare Russia e Cina. SpaceX si è fatta un nome nel settore come fornitore low-cost, ma non è sufficiente per vincere. Il business dello spazio richiede di affrontare un groviglio di politica, scambi di favori e protezionismo che mina le fondamenta stesse del capitalismo. Steve Jobs ha dovuto vedersela con avversari analoghi quando si è messo contro l’industria discografica per portare sul mercato l’iPod e iTunes. Ma avere a che fare con i capricciosi luddisti del settore musicale era un piacere in confronto ai nemici di Musk, che di mestiere costruiscono armi e Paesi. SpaceX ha collaudato razzi riutilizzabili che possono portare carichi nello spazio e tornare sulla Terra, atterrando con precisione sulla rampa di lancio da cui sono partiti. Se l’azienda riuscirà a perfezionare questa tecnologia, assesterà un colpo devastante a tutti i competitor e quasi sicuramente farà fallire alcuni dei grandi nomi del settore aerospaziale, oltre a fare degli Stati Uniti il leader mondiale del trasporto di merce e passeggeri nello spazio. È una minaccia che, secondo Musk, gli ha fruttato molti nemici agguerriti. «La lista delle persone a cui non dispiacerebbe se io sparissi si sta allungando», ha detto. «La mia famiglia teme che i russi vogliano ammazzarmi.»


  Con Tesla Motors, Musk ha cercato di innovare la produzione e la vendita delle auto, costruendo allo stesso tempo una rete mondiale di distribuzione del carburante. Al posto delle auto ibride, che nel gergo di Musk sono «compromessi subottimali», Tesla si prefigge di produrre auto totalmente elettriche capaci di affascinare i consumatori e di sondare i limiti della tecnologia. Non le vende attraverso una rete di concessionarie, ma online e nei suoi showroom in stile Apple all’interno di centri commerciali di lusso. Inoltre Tesla non prevede di guadagnare molto con la manutenzione dei suoi veicoli, dato che le auto elettriche non hanno bisogno dei cambi d’olio e di altre procedure necessarie per le auto tradizionali. Il modello di vendita diretta scelto da Tesla rappresenta un grande affronto per i concessionari abituati a trattare sul prezzo con i clienti e a trarre il loro profitto dalle esorbitanti spese di manutenzione. Le stazioni di ricarica Tesla sorgono ormai lungo le principali autostrade negli Stati Uniti, in Europa e in Asia, e possono fornire a un’auto centinaia di chilometri di autonomia in circa venti minuti. Questi cosiddetti «Supercharger» sono alimentati a energia solare, e i proprietari di auto Tesla non pagano nulla per il rifornimento. Mentre gran parte delle infrastrutture americane va deteriorandosi, Musk sta costruendo un avveniristico sistema di trasporti end-to-end che garantirebbe agli Stati Uniti il dominio del mercato mondiale. La visione di Musk, e negli ultimi tempi anche i risultati, sembrano unire il meglio di Henry Ford e John D. Rockefeller.


  Con SolarCity, Musk ha finanziato la più grande azienda installatrice di pannelli solari per consumatori e aziende. Ha contribuito a sviluppare l’idea alla base di SolarCity ed è presidente dell’azienda, diretta dai suoi cugini Lyndon e Peter Rive. SolarCity è riuscita a battere sul prezzo decine di compagnie elettriche e a diventare a sua volta una grande utility. In un periodo in cui le aziende di cleantech fallivano con allarmante frequenza, Musk ha costruito due delle aziende di cleantech di maggior successo del mondo. Il suo impero di fabbriche, con decine di migliaia di operai, e la sua potenza industriale spaventano i leader del settore e hanno fatto di Musk uno degli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio netto che si aggira sui 10 miliardi di dollari.


  Visitando Musk Land ho iniziato a capire come Musk sia riuscito a fare tutto ciò. Il progetto di «portare l’uomo su Marte» può suonare folle a qualcuno, ma ha fornito a Musk una piattaforma comune per le sue aziende. È il grande traguardo che rappresenta un principio unificante per tutte le sue iniziative. I dipendenti di tutte e tre le aziende lo sanno bene, e sanno che ogni giorno cercano di realizzare l’impossibile. Quando Musk fissa obiettivi irrealistici, quando insulta i dipendenti e li fa ammazzare di fatica, è chiaro a tutti che in ultima analisi lo fa per portarci su Marte. Alcuni dipendenti lo amano per questo. Altri lo detestano ma gli rimangono stranamente leali, perché rispettano la sua determinazione e la missione che si è dato. Ciò che Musk possiede, e che manca a tanti imprenditori della Silicon Valley, è una visione del mondo imbevuta di senso. È il genio invasato che si lancia nella missione più ambiziosa della storia dell’umanità. Non è un Ad che insegue i guadagni, ma un generale che conduce le truppe alla vittoria. Se Mark Zuckerberg vuole aiutarvi a condividere le foto dei vostri figli, Musk invece vuole… be’, salvare la razza umana dall’annientamento autoinflitto o accidentale.


  La vita che Musk è costretto a condurre per gestire tutte queste imprese è a dir poco ridicola. Una settimana-tipo inizia nella sua villa di Bel Air. Il lunedì lavora tutto il giorno in SpaceX. Il martedì inizia in SpaceX e poi sale sul suo jet e vola nella Silicon Valley. Passa un paio di giorni a lavorare in Tesla, che ha gli uffici a Palo Alto e la fabbrica a Fremont. Musk non possiede una casa nella California settentrionale, e si ferma a dormire a casa di amici o nel lussuoso hotel Rosewood. Per organizzare i soggiorni dagli amici, l’assistente di Musk invia un’email in cui chiede: «C’è spazio per una persona?» e se l’amico risponde di sì Musk si presenta a casa sua a tarda sera. Quasi sempre dorme nella camera degli ospiti, ma è capitato che dormisse sul divano dopo aver giocato ai videogame per rilassarsi. Poi, al giovedì, torna a Los Angeles e a SpaceX. Ha l’affidamento congiunto dei cinque figli piccoli – due gemelli e altri tre, tutti maschi – con l’ex moglie Justine, e i bambini stanno con lui quattro giorni alla settimana. Ogni anno calcola le ore di volo settimanali per farsi un’idea di quanto la situazione gli stia sfuggendo di mano. Quando gli chiedono come faccia a sopravvivere con questi ritmi, risponde: «Ho avuto un’infanzia difficile, che forse mi ha aiutato.»


  Durante una delle mie visite a Musk Land, ha potuto concedermi meno tempo del solito per la nostra intervista perché doveva partire per un campeggio al parco nazionale di Crater Lake in Oregon. Erano quasi le otto di sera di un venerdì, quindi ben presto Musk avrebbe fatto salire i bambini e le tate sul suo jet privato per poi farsi venire a prendere dall’autista che doveva portarlo dagli amici al campeggio; gli amici avrebbero poi aiutato il clan dei Musk a disfare i bagagli in piena notte. Durante il weekend avrebbero fatto qualche escursione in montagna. Poi il relax sarebbe finito: Musk avrebbe rispedito i bambini a Los Angeles in aereo la domenica pomeriggio, poi sarebbe partito per New York. Avrebbe dormito. Lunedì sarebbe apparso sui talk show del mattino. Riunioni. Email. Sonno. Un altro aereo per Los Angeles, martedì mattina. Lavoro in SpaceX. Aereo per San Jose martedì pomeriggio, per visitare lo stabilimento Tesla Motors. Un aereo per Washington quella sera, per incontrare il presidente Obama. Un aereo per Los Angeles mercoledì sera. Un paio di giorni al lavoro in Space X. Poi, nel weekend, un convegno di settore organizzato dal presidente di Google, Eric Schmidt, a Yellowstone. In quel periodo Musk si era appena separato dalla seconda moglie, l’attrice Talulah Riley, e stava cercando di calcolare se fosse possibile conciliare tutto ciò con una vita privata. «Penso che il tempo allocato alle aziende e ai figli sia adeguato», commenta. «Mi piacerebbe però dedicare più tempo alla vita sentimentale. Devo trovarmi una ragazza. Ecco perché devo riuscire a ritagliarmi un po’ di tempo. Forse altre cinque o dieci… quanto tempo vuole una donna ogni settimana? Forse dieci ore? È il minimo sindacale? Non saprei.»


  Musk trova raramente il tempo per rilassarsi; ma quando lo trova, le feste sono concitate quanto il resto della sua vita. Per il suo trentesimo compleanno ha noleggiato un castello in Inghilterra per una ventina di persone. Dalle due alle sei del mattino gli invitati hanno giocato a una variante del nascondino chiamata sardines, in cui una persona corre a nascondersi e tutti gli altri lo cercano. Un’altra festa si è tenuta a Parigi: Musk, suo fratello e i cugini si sono ritrovati ancora svegli a mezzanotte e hanno deciso di girare la città in bicicletta fino alle sei del mattino. Hanno dormito per tutto il giorno e alla sera sono saliti a bordo dell’Orient Express, dove hanno passato di nuovo la notte in bianco. Il lussuoso treno ospitava la Lucent Dossier Experience, una performance d’avanguardia con chiromanti e acrobati. Quando il treno è arrivato a Venezia, l’indomani, Musk e famiglia hanno cenato e sono rimasti fino alle nove di mattina sulla terrazza dell’albergo, affacciata sul Canal Grande. Musk ama anche le feste in costume, e una volta si è presentato vestito da cavaliere e ha duellato con un nano travestito da Darth Vader a colpi di ombrellino parasole.


  Per uno degli ultimi compleanni ha invitato cinquanta persone in un castello, o quantomeno la migliore approssimazione di un castello che si potesse trovare negli Stati Uniti, a Tarrytown, nello Stato di New York. Quella festa era a tema «japanese steampunk», una specie di sogno proibito degli appassionati di fantascienza: una miscela di corsetti, cuoio e macchinari a vapore. Musk era vestito da samurai.


  A un certo punto tutti gli invitati si sono trasferiti in un piccolo teatro nel cuore della città, dove si è tenuta una rappresentazione del Mikado, un’opera comica vittoriana di Gilbert e Sullivan ambientata in Giappone. «Non sono sicura che gli americani l’abbiano capita», commenta Riley, che Musk ha sposato nuovamente dopo il fallimento del suo progetto di dedicare alle donne dieci ore alla settimana. Anche gli americani, però, hanno apprezzato ciò che è venuto dopo. Di ritorno al castello, Musk si è bendato gli occhi, si è appoggiato a una parete e ha preso un palloncino in ciascuna mano e uno tra le gambe. A quel punto è arrivato il lanciatore di coltelli. «L’avevo già visto all’opera, ma temevo di beccarlo in una giornata storta», ha commentato Musk. «Ma mi sono detto che al massimo avrebbe colpito una gonade, non tutte e due.» Gli astanti erano sbalorditi e preoccupati per l’incolumità di Musk. «È stato bizzarro», commenta Bill Lee, un investitore in tecnologia e buon amico di Musk. «Ma Elon crede nella scienza delle cose.» Uno dei più noti campioni di sumo ha partecipato alla festa insieme ad alcuni compatrioti. Nel castello era stato allestito un ring, dove Musk si è battuto contro il campione. «Pesava centosessanta chili, e non erano chili flaccidi», ricorda Musk. «Mi è scattata l’adrenalina e sono riuscito a sollevarlo da terra. Mi ha lasciato vincere quel primo round e poi mi ha battuto. Mi fa ancora male la schiena.»


  Riley ha trasformato in un’arte l’organizzazione di queste feste per Musk. L’ha conosciuto nel 2008, quando le sue aziende stavano collassando. L’ha visto perdere tutto il suo patrimonio e diventare lo zimbello della stampa. Sa che quei brutti ricordi sono ancora vivi in lui e si sono sommati agli altri traumi del passato – la tragica perdita di un figlio neonato e un’infanzia difficile in Sudafrica – creando un’anima torturata. Riley si è impegnata molto per far sì che i momenti in cui Musk può fuggire dal lavoro e da quel passato lo aiutino a rigenerarsi, se non a guarire. «Cerco di farmi venire in mente cose divertenti che non ha mai fatto prima, e che siano rilassanti per lui. Cerchiamo di recuperare il tempo perduto in quell’infanzia orribile.»


  Per quanto sinceri, gli sforzi di Riley non sono stati pienamente efficaci. Poco tempo dopo la festa del sumo, ho trovato Musk nuovamente al lavoro negli uffici Tesla di Palo Alto. Era sabato, ma il parcheggio era pieno di auto. Negli uffici erano al lavoro centinaia di giovani uomini: alcuni progettavano parti di automobili al computer, altri conducevano esperimenti di elettronica sulle loro scrivanie. A intervalli di pochi minuti la squillante risata di Musk riecheggiava in tutto il piano. Quand’è entrato nella sala riunioni in cui lo aspettavo, gli ho detto che trovavo impressionante che così tanti dipendenti venissero in ufficio di sabato. Musk la vedeva diversamente: si è lamentato che negli ultimi tempi sempre meno persone lavoravano nel weekend. «Ci siamo rammolliti. Stavo giusto per scrivere un’email a tutti: siamo delle pappemolle, cazzo.» (Un avvertimento: in questo libro ricorrerà spesso la parola «cazzo». Musk la adora, e così molte persone nella sua cerchia.)


  Dichiarazioni di questo tipo sembrano in linea con l’immagine che abbiamo di altri imprenditori visionari. Non è difficile immaginare Howard Hughes o Steve Jobs che rimproverano i dipendenti in modo analogo. Costruire cose – soprattutto cose grandi – è un lavoro complicato. Nei vent’anni che Musk ha trascorso a fondare aziende, si è lasciato indietro una scia di persone che lo adorano o lo disprezzano. Nel corso della mia inchiesta queste persone si sono messe in fila per comunicarmi le loro opinioni su Musk e sui dettagli più sporchi del suo operato e del funzionamento delle sue aziende.


  Le mie cene con Musk e le visite periodiche a Musk Land hanno rivelato un’altra serie di possibili verità sul suo conto. Ciò che si prefigge di costruire potrebbe essere molto più ambizioso di qualsiasi prodotto mai creato da Hughes o da Jobs. Musk è entrato in settori come quello aerospaziale e quello automobilistico, a cui l’America sembrava aver rinunciato, e li ha riplasmati dando vita a qualcosa di nuovo e fantastico. Al cuore di questa trasformazione ci sono le abilità di Musk come sviluppatore di software e la sua capacità di applicarle alle macchine. Ha fuso atomi e bit in modi che pochi credevano possibili, con risultati spettacolari. È vero che non ha ancora riscosso un successo commerciale paragonabile all’iPhone e non ha ancora toccato più di un miliardo di persone come Facebook. Per il momento produce ancora giocattoli per ricchi, e per far crollare il suo impero potrebbe bastare un razzo esploso o il richiamo di una grossa partita di Tesla. D’altro canto, le aziende di Musk hanno già ottenuto molto più di quanto i detrattori credessero possibile, e nei momenti di massima vulnerabilità la sua promessa per il futuro genera ottimismo anche nei cuori più induriti. «Per me Elon è un esempio lampante di come la Silicon Valley potrebbe riuscire a reinventarsi e a tornare rilevante, smettendola con queste IPO accelerate e con i miglioramenti progressivi dei prodotti», ha dichiarato Edward Jung, noto programmatore e inventore. «Quelle cose sono importanti, ma non bastano. Dobbiamo valutare modelli diversi, di lungo periodo, in cui la tecnologia sia più integrata.» L’integrazione di cui parla Jung – la fusione armonica di software, elettronica, materiali avanzati e potenza di calcolo – sembra essere il talento peculiare di Musk. Non è difficile immaginare che possa usarlo per aprire la strada a un’era di macchine straordinarie e per trasformare sogni fantascientifici in realtà.


  In questo senso Musk somiglia molto più a Thomas Edison che a Howard Hughes. È un inventore, una celebrità del business, un industriale capace di trasformare grandi idee in grandi prodotti. Dà lavoro a migliaia di persone per forgiare il metallo nelle fabbriche americane, in un’epoca in cui si riteneva che fosse impossibile. Nato in Sudafrica, oggi Musk è l’industriale più innovativo d’America, la mente più estrosa e la persona che ha più probabilità di aiutare la Silicon Valley a ritrovare l’ambizione. Grazie a Musk, tra dieci anni gli americani potrebbero avere l’autostrada più moderna del mondo: un sistema di trasporti articolato su migliaia di stazioni di ricarica alimentate a energia solare e frequentate da auto elettriche. A quell’epoca SpaceX potrebbe già far decollare un razzo al giorno, portando cose e persone in decine di habitat e preparandosi a viaggi più lunghi, verso Marte. Questi progressi sono simultaneamente difficili da immaginare e apparentemente inevitabili, purché Musk riesca a comprare il tempo necessario per farli funzionare. Come afferma l’ex moglie Justine: «Fa quello che vuole, ed è spietato. È il mondo di Elon, e tutti noi ci viviamo dentro.»


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  L’AFRICA


  IL MONDO SENTÌ PARLARE PER LA PRIMA VOLTA DI ELON MUSK NEL 1984.


  La rivista di settore sudafricana PC and Office Technology pubblicò le 167 linee di codice sorgente di un videogioco programmato da Musk, intitolato Blastar, ambientato nello spazio e ispirato alla fantascienza. Era un’epoca in cui i primi utenti dei computer dovevano digitare i comandi per dare istruzioni alla macchina. In quel contesto, il gioco di Musk non brillava per originalità ma sorpassava certamente le capacità del dodicenne medio. La sua pubblicazione fruttò a Musk cinquecento dollari e fornì i primi indizi sul suo carattere. L’articolo su Blastar, a pagina 69 della rivista, riferisce che il ragazzo voleva farsi chiamare E. R. Musk, un nome da scrittore di sci-fi, e che gli frullavano già in testa visioni di grandi conquiste. La breve descrizione afferma: «In questo gioco si deve distruggere un’astronave aliena che trasporta letali bombe all’idrogeno e status beam machines. Questo gioco fa buon uso di sprite e animazione, e in questo senso vale la pena di leggere il codice.» (Al momento della stesura di queste pagine, neanche Internet sa cosa siano le «status beam machines».)


  Un ragazzo che fantastica di guerre stellari e battaglie tra il bene e il male non è niente di speciale. Un ragazzo che prende sul serio queste fantasie è già più interessante. Così era per il giovane Elon Musk, che sull’orlo della pubertà aveva fuso fantasia e realtà fino al punto di non riuscire più a separarle nella mente. Era giunto a considerare il destino dell’uomo nell’universo come una responsabilità personale. Se ciò richiedeva di sviluppare fonti energetiche più pulite o costruire astronavi per estendere l’habitat della specie umana, così avrebbe fatto. Avrebbe trovato un modo per far succedere quelle cose. «Forse ho letto troppi fumetti da ragazzo», commenta. «Nei fumetti c’è sempre un mondo da salvare. Sembra che si debba cercare di rendere il mondo un posto migliore, perché il contrario non avrebbe senso.»


  Intorno ai quattordici anni, Musk ebbe una vera e propria crisi esistenziale. Cercò di reagire come molti adolescenti svegli: rivolgendosi ai testi filosofici e religiosi. Studiò una manciata di ideologie e si ritrovò più o meno al punto di partenza, a seguire le lezioni della fantascienza apprese da uno dei libri che l’hanno influenzato di più: Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams. «Quel libro ci spiega che una delle cose più difficili è scoprire quali sono le domande giuste da fare», osserva Musk. «Una volta capita la domanda, poi la risposta è relativamente facile. Sono giunto alla conclusione che dovremmo davvero aspirare a incrementare la portata e l’ampiezza della coscienza umana per capire meglio quali domande fare.» L’adolescente Musk giunse così al suo iper-razionale mission statement: «L’unica cosa sensata da fare è impegnarsi per una consapevolezza collettiva più profonda.»


  È facile individuare le origini di questa ricerca di significato. Nato nel 1971, Musk è cresciuto a Pretoria, una grande città nella regione nordorientale del Sudafrica, a un’ora di macchina da Johannesburg. Lo spettro dell’apartheid è rimasto presente per tutta la sua infanzia, e spesso il Sudafrica era agitato da tensioni e violenze. C’erano scontri fra bianchi e neri, e fra neri di tribù diverse. Musk compì quattro anni pochi giorni dopo la rivolta di Soweto, in cui centinaia di studenti neri morirono durante una manifestazione contro i decreti del governo bianco. Per anni il Sudafrica fu sottoposto a sanzioni internazionali a causa delle sue politiche razziste. Musk ebbe il lusso di poter viaggiare all’estero durante l’infanzia e poté farsi un’idea di come gli stranieri vedevano il Sudafrica.


  Ma ad avere un impatto ancora maggiore sulla personalità di Musk fu la cultura bianca Afrikaner diffusa a Pretoria e dintorni. Era un’ideologia che celebrava la virilità estrema e in cui gli atleti erano oggetto di un vero culto. Musk godeva di certi privilegi, ma la sua personalità riservata e le inclinazioni intellettuali erano in netto contrasto con gli atteggiamenti prevalenti all’epoca. Il suo sospetto che qualcosa fosse andato storto nel mondo riceveva continue conferme; e fin quasi dalla prima infanzia Musk meditava di scappare, sognava un luogo che gli permettesse di esprimere la sua personalità e realizzare i suoi obiettivi. Vedeva l’America nella sua forma più stereotipata, come la terra delle opportunità e il palcoscenico migliore per trasformare i sogni in realtà. Ecco come un ragazzino sudafricano solitario e allampanato, che diceva in tutta sincerità di voler perseguire «la consapevolezza collettiva», ha finito col diventare il capitano d’industria più avventuroso d’America.


  L’arrivo negli Stati Uniti, poco dopo i vent’anni, segnò un ritorno alle radici ancestrali. Le ricerche genealogiche suggeriscono che alcuni antenati dal cognome svizzero-tedesco di Haldeman, dal lato materno della famiglia di Musk, avessero lasciato l’Europa per New York durante la Rivoluzione americana. Da New York si erano sparpagliati nelle praterie del Midwest, soprattutto in Illinois e Minnesota. «Abbiamo antenati che hanno combattuto da entrambi i lati della Guerra civile, a quanto pare, ed erano una famiglia di agricoltori», riferisce Scott Haldeman, zio di Musk e storico ufficioso di famiglia.


  Per tutta l’infanzia Musk fu preso in giro dai coetanei per il nome insolito che portava. Lo eredita dal bisnonno John Elon Haldeman, nato nel 18721 e cresciuto in Illinois prima di trasferirsi nel Minnesota, dove conobbe la moglie, Almeda Jane Norman, che aveva cinque anni meno di lui. Nel 1902 la coppia si stabilì in un capanno di tronchi nella città di Pequot, al centro del Minnesota, e lì nacque il figlio Joshua Norman Haldeman, il nonno di Musk. Sarebbe diventato un uomo eccentrico ed eccezionale e un punto di riferimento per Musk.*


  Joshua Norman Haldeman è descritto come un ragazzo atletico e autosufficiente. Nel 1907 la famiglia si trasferì nelle praterie del Saskatchewan, e il padre morì poco dopo, quando Joshua aveva appena sette anni, lasciando al figlio il compito di contribuire a mandare avanti la casa. Il ragazzo si dedicò alla vita di campagna e iniziò a praticare il rodeo, la boxe e il wrestling. Aveva domato cavalli selvatici per gli allevatori della zona, facendosi male più di una volta, e organizzò uno dei primi rodei del Canada. Le foto di famiglia lo ritraggono con un paio di sovrapantaloni in pelle, intento a dimostrare la sua bravura con il lazo. Da ragazzo se ne andò da casa per diplomarsi alla Palmer School of Chiropractic nell’Iowa e poi tornò nel Saskatchewan per diventare agricoltore.


  Durante la Depressione, negli anni Trenta, Haldeman versò in difficoltà economiche. Non riuscì a pagare le rate dei prestiti bancari per l’acquisto delle macchine agricole e gli furono requisiti duemila ettari di terra. «Da allora in poi papà smise di credere alle banche e decise di tenersi stretti i soldi», racconta Scott Haldeman, che si è diplomato in chiropratica alla stessa scuola del padre ed è diventato uno dei maggiori esperti mondiali di dolore spinale. Dopo aver perso la fattoria intorno al 1934, Haldeman condusse una sorta di esistenza nomadica che suo nipote avrebbe replicato in Canada decenni dopo. Alto un metro e novanta, trovò impieghi temporanei come carpentiere e cavaliere di rodeo prima di dedicarsi all’attività di chiropratico.**


  Nel 1948, dopo aver sposato un’insegnante di danza canadese, Winnifred Josephine Fletcher detta Wyn, Haldeman dirigeva uno studio di chiropratica ben avviato. Quell’anno la famiglia, che comprendeva già un figlio e una figlia, accolse altre due gemelle, Kaye e Maye, la madre di Musk. I bambini vivevano in una casa di tre piani con venti stanze e uno studio di danza in cui Wyn continuava a tenere corsi. Sempre in cerca di qualcosa di nuovo da fare, Haldeman aveva imparato a pilotare e si era comprato un aereo. La famiglia acquistò una certa notorietà quando si sparse la voce che Haldeman e sua moglie mettevano i bambini nel retro del monomotore e partivano per escursioni in tutto il Nordamerica. Haldeman usava spesso l’aereo per andare ai comizi politici e ai convegni di chiropratica, e in seguito scrisse con la moglie un libro intitolato The Flying Haldemans: Pity the Poor Private Pilot (Gli Haldeman volanti: il povero pilota privato).


  La vita sembrava andare a gonfie vele quando, nel 1950, Haldeman decise di mollare tutto. Il medico e uomo politico lamentava da tempo l’ingerenza del governo nella vita degli individui e considerava troppo invadente la burocrazia canadese. In casa sua proibiva le parolacce, il fumo, la Coca-Cola e la farina bianca, e si diceva convinto che il carattere morale dei canadesi avesse iniziato a declinare. Era inoltre animato da una sete inestinguibile di avventura. E così, nell’arco di alcuni mesi, la famiglia vendette la casa e gli studi di danza e chiropratica e decise di trasferirsi in Sudafrica, un Paese in cui Haldeman non era mai stato. Scott Haldeman ricorda di aver aiutato suo padre a smontare l’aeroplano di famiglia, un Bellanca Cruisair del 1948, per caricarlo in una serie di casse e spedirlo in Africa. All’arrivo la famiglia ricostruì l’aereo e lo usò per girare il Sudafrica alla ricerca di un posto adatto in cui vivere, e alla fine si stabilì a Pretoria, dove Haldeman aprì un nuovo studio di chiropratica.


  Lo spirito di avventura della famiglia sembrava non conoscere confini. Nel 1952 Joshua e Wyn fecero un viaggio di 35.000 km andata e ritorno con il loro aereo, sorvolando l’Africa e arrivando in Scozia e Norvegia. Wyn servì da navigatrice e, pur non avendo la licenza da pilota, a volte prendeva i comandi. La coppia superò se stessa nel 1954, volando per 50.000 km andata e ritorno dall’Australia. I giornali scrissero di loro, e si ritiene che siano tuttora gli unici piloti privati ad aver mai raggiunto l’Australia dall’Africa a bordo di un monomotore.***


  Quando non erano in volo, gli Haldeman partivano per spedizioni di un mese nel bush per trovare la Città Perduta del Deserto del Kalahari, una presunta città abbandonata in Sudafrica. Una foto di famiglia scattata durante una di quelle escursioni mostra i cinque figli in mezzo al bush sudafricano, radunati intorno a un pentolone di metallo appeso sopra le braci di un fuoco da campo. I bambini siedono con aria rilassata su seggioline pieghevoli, a gambe incrociate, a leggere libri. Dietro di loro si stagliano la fusoliera rossa del Bellanca, una tenda e un’automobile. La tranquillità della scena non lascia sospettare quanto quei viaggi fossero irti di pericoli. Una volta il camion della famiglia colpì un tronco e il parafango si conficcò nel radiatore. Restarono bloccati in mezzo al nulla senza mezzi di comunicazione, e Joshua lavorò tre giorni per riparare il camion mentre il resto della famiglia andava a caccia per procurarsi il cibo. Quando i genitori partivano per i loro lunghissimi voli, i figli restavano a casa. Scott Haldeman non ricorda una sola occasione in cui suo padre abbia messo piede nella sua scuola, benché il figlio fosse capitano della squadra di rugby e studente modello. «Per lui era già tutto previsto», spiega Scott Haldeman. «Ci convinceva che eravamo capaci di qualsiasi cosa. Devi solo prendere una decisione e poi agire. In quel senso mio padre sarebbe molto orgoglioso di Elon.»


  Haldeman morì nel 1974 a settantadue anni. Si stava esercitando ad atterrare con l’aereo e non vide un cavo fissato tra due pali. Il cavo si impigliò tra le ruote dell’aereo e lo fece girare in aria, e Haldeman si ruppe il collo. Elon era ancora piccolo, ma per tutta l’infanzia sentì magnificare le imprese del nonno e dovette sorbirsi un’infinità di diapositive che documentavano i suoi viaggi e le sue escursioni nel bush. «Mia nonna raccontava di tutte le volte in cui lei e il nonno avevano rischiato di morire durante i viaggi», ricorda Musk. «Volavano su un aereo letteralmente senza strumentazione di bordo, non c’era neppure la radio, e avevano mappe stradali anziché mappe aeree, e alcune non erano neppure corrette. Mio nonno aveva quel profondo desiderio di avventura, voleva esplorare il mondo, fare pazzie.» Elon è convinto di aver ereditato dal nonno la sua spiccata tolleranza al rischio. Molti anni dopo l’ultima serie di diapositive, Elon ha cercato di trovare e comprare il Bellanca rosso, ma non è riuscito a rintracciarlo.


  Maye Musk, la madre di Elon, idolatrava i suoi genitori. Da ragazzina era considerata una secchiona: amava la matematica e le scienze e prendeva buoni voti. A quindici anni, però, la gente aveva iniziato ad accorgersi di altre sue qualità. Maye era bellissima: alta, con i capelli biondo cenere, gli zigomi alti e lineamenti spigolosi che non la facevano passare inosservata. Un’amica di famiglia dirigeva una scuola per modelle, e Maye seguì alcuni corsi. Nel weekend partecipava a sfilate e servizi fotografici, ogni tanto andava a qualche evento a casa di un senatore o un ambasciatore, e arrivò in finale al concorso di Miss Sudafrica. (Ha continuato a fare la modella fin dopo i sessant’anni; è apparsa in copertina su riviste come New York ed Elle e nei videoclip di Beyoncé.)


  Maye e il padre di Elon, Errol Musk, sono cresciuti nello stesso quartiere. Si sono conosciuti quando Maye, nata nel 1948, aveva circa undici anni. Errol era un ragazzino pieno di amici e Maye era una nerd, ma lui aveva una cotta per lei da anni. «Si è innamorato delle mie gambe e dei miei denti», racconta Maye. I due ebbero una relazione tira-e-molla per tutti gli anni dell’università. E secondo Maye, Errol impiegò sette anni a convincerla a sposarlo. «Non la smetteva mai di chiedermelo.»


  Il matrimonio fu complicato fin dall’inizio. Maye restò incinta durante la luna di miele e partorì Elon il 28 giugno 1971, nove mesi e due giorni dopo il matrimonio. La coppia non era felice, ma si costruì un’esistenza dignitosa a Pretoria. Errol lavorava come ingegnere meccanico ed elettronico e dirigeva grandi progetti come palazzi di uffici, centri commerciali, quartieri residenziali e una base dell’aeronautica, mentre Maye aprì uno studio come dietologa. Poco più di un anno dopo la nascita di Elon arrivò suo fratello Kimbal, e poco dopo la sorella Tosca.


  Elon mostrava tutti i tratti di un bambino curioso e pieno di energia. Imparava in fretta, e Maye, come molte madri, definisce suo figlio brillante e precoce. «Sembrava capire le cose più in fretta degli altri bambini», racconta. A lasciarla perplessa era il fatto che, di tanto in tanto, Elon sembrava cadere in una trance: aveva lo sguardo perso nel vuoto e non prestava ascolto a chi gli rivolgeva la parola. Succedeva così spesso che i genitori e i medici temevano che Elon fosse sordo. «A volte non ti sentiva proprio», spiega Maye. I dottori lo sottoposero a una batteria di esami e decisero di asportargli le adenoidi, un’operazione che nei bambini può migliorare l’udito. «Be’, non è cambiato niente», racconta Maye. Il disturbo di Elon aveva più a che fare con il cablaggio della sua mente che con gli ingranaggi del suo sistema uditivo. «Si rinchiude nel suo cervello e capisci che è in un altro mondo», dice Maye. «Lo fa ancora oggi. Ormai lo lascio stare, perché so che sta progettando un nuovo razzo o qualcosa del genere.»


  Gli altri bambini non reagivano bene a quelle fughe mentali. Si poteva saltellare accanto a Musk o gridargli in faccia e lui non se ne accorgeva neppure. Le persone che aveva intorno lo giudicavano maleducato o molto eccentrico. «Penso che Elon sia sempre stato un po’ diverso, un po’ nerd», spiega Maye. «Questo non lo rendeva simpatico ai coetanei.»


  Per Musk quei momenti di riflessione erano molto piacevoli. A cinque o sei anni aveva trovato un modo per chiudere fuori il mondo e dedicare tutte le sue risorse mentali a un unico argomento. Questa abilità derivava anche dal modo in cui funzionava la sua psiche, che favoriva gli stimoli visivi. Riusciva a costruire immagini mentali di una chiarezza e con un livello di dettaglio che oggi assoceremmo a un progetto ingegneristico generato da un software. «A quanto pare, le parti del cervello solitamente riservate all’elaborazione delle immagini – all’interpretazione dei dati che arrivano dagli occhi – vengono sopraffatte dai processi interiori di pensiero», dice Musk. «Non riesco più a farlo così bene, perché oggi troppi stimoli richiamano la mia attenzione, ma da bambino mi succedeva spesso. Quella grossa parte del cervello che serve a incamerare le immagini viene adibita al pensiero.» I computer suddividono le operazioni più complesse tra due tipi di chip: i chip grafici, che elaborano le immagini prodotte da uno stream televisivo o da un videogioco, e i chip di calcolo, che gestiscono le attività basilari e le operazioni matematiche. Con il tempo, Musk si è convinto che il suo cervello possieda l’equivalente di un chip grafico, che gli permette di vedere oggetti nel mondo, replicarli nella mente e immaginare come potrebbero cambiare o comportarsi interagendo con altri oggetti. «Per immagini e numeri, so elaborare i collegamenti tra loro e le relazioni algoritmiche», spiega Musk. «Accelerazione, momento, energia cinetica: l’influenza degli oggetti su questo genere di fattori mi appare in modo molto vivido.»


  L’aspetto più sorprendente del carattere di Elon da bambino era la passione per la lettura. Fin da piccolissimo sembrava che avesse sempre un libro in mano. «Non era insolito che leggesse per dieci ore al giorno», ricorda Kimbal. «Nel weekend leggeva due libri al giorno.» Capitava spesso che la famiglia uscisse a fare shopping salvo accorgersi, a metà del giro, che Elon era sparito. Maye o Kimbal entravano nella libreria più vicina e trovavano Elon nascosto in fondo, seduto a terra a leggere, in uno dei suoi stati di trance.


  Più grandicello, Elon iniziò ad andare in libreria da solo quando usciva da scuola, alle due del pomeriggio; restava lì fino alle sei, quando i genitori tornavano dal lavoro. Divorava romanzi, fumetti e saggistica. «A volte mi cacciavano dal negozio, ma di solito no», racconta. Tra i suoi libri preferiti cita Il signore degli anelli, la saga della Fondazione di Asimov e La luna è una severa maestra di Robert Heinlein, oltre alla Guida galattica per autostoppisti. «A un certo punto avevo letto tutti i libri della biblioteca scolastica e di quella del quartiere. Ero in terza o quarta elementare. Ho cercato di convincere il bibliotecario a ordinare nuovi libri per me. Poi ho iniziato a leggere l’Encyclopaedia Britannica. È stato utilissimo. Non puoi sapere cosa non sai. Ti rendi conto che c’è tutto un mondo là fuori.»


  In realtà Elon divorò due intere enciclopedie: un’impresa che non lo aiutò a farsi nuovi amici. Avendo una memoria fotografica diventò a sua volta un’enciclopedia ambulante, con il classico atteggiamento da saputello. Al tavolo della cena, se Tosca si domandava a voce alta quanto la Luna distasse dalla Terra, Elon snocciolava la misurazione esatta al perigeo e all’apogeo. «Se avevamo una domanda, Tosca diceva sempre: “Basta chiederlo al genio”», ricorda Maye. «Potevamo fargli qualsiasi domanda. Ricordava tutto.» Elon cementava la sua reputazione di topo di biblioteca con le scarse capacità atletiche: «Non è un tipo molto sportivo», dice Maye.


  Maye racconta che una sera Elon stava giocando fuori casa con i fratelli e i cugini. Quando uno di loro disse di avere paura del buio, Elon gli fece osservare che «il buio non è altro che l’assenza di luce», il che non bastò a rassicurare il bambino spaventato. L’abitudine di correggere gli altri e i modi spicci non lo rendevano simpatico ai coetanei e lo facevano sentire ancora più isolato. Elon pensava sinceramente che gli altri fossero felici di sentir rimarcare i loro errori di ragionamento. «Ai bambini non piace quel genere di risposte», spiega Maye. «Dicevano: “Elon, non vogliamo più giocare con te.” A me che ero sua madre dispiaceva molto, perché penso che volesse degli amici. Kimbal e Tosca portavano gli amici a casa, ed Elon no, e chiedeva di giocare con loro. Ma era imbarazzante.» Maye chiese a Kimbal e Tosca di includere Elon, e loro risposero come rispondono i bambini: «Ma mamma, con lui non ci si diverte.» Crescendo, tuttavia, Elon sarebbe rimasto profondamente affezionato ai fratelli e ai cugini, i figli della sorella di sua madre. A scuola stava sulle sue, ma in famiglia era estroverso e alla fine acquisì il ruolo di anziano del gruppo e istigatore di marachelle.


  Per un po’, la vita in casa Musk filò liscia. La famiglia possedeva una delle case più grandi di Pretoria, grazie al successo dello studio di progettazione di Errol. C’è un ritratto dei tre figli scattato quando Elon aveva circa otto anni: tre bambini biondi e sani seduti su una veranda di mattoni sullo sfondo delle famose jacarande viola di Pretoria. Elon ha le guance paffute e un largo sorriso.


  Poi, poco dopo quella foto, la famiglia si spaccò. I genitori si separarono e divorziarono nel giro di un anno. Maye andò a vivere con i bambini nella casa per le vacanze di famiglia a Durban, sulla costa orientale del Sudafrica. Dopo un paio d’anni Elon decise che voleva andare a vivere con il padre. «Mio padre era triste e solo, mia madre aveva tre figli e lui nessuno. Mi sembrava ingiusto.» Alcuni membri della famiglia hanno creduto a questa versione dei fatti – che la natura razionale di Elon l’avesse spinto a quella decisione – mentre altri sostengono che la madre di suo padre, Cora, avesse esercitato molte pressioni sul ragazzo. «Non capivo perché volesse andarsene da quella casa che avevo costruito per lui; eravamo davvero felici lì», racconta Maye. «Ma Elon ha le sue idee.» Justine Musk, l’ex moglie di Elon e madre dei suoi cinque figli, ipotizza che Elon si identificasse più con il maschio alfa della casa e non fosse turbato dall’aspetto emotivo della decisione. «Non penso fosse particolarmente legato a nessuno dei due genitori», dice Justine, che definisce il clan Musk complessivamente freddo e poco affettuoso. In seguito anche Kimbal scelse di vivere con Errol, dicendo semplicemente che per natura un figlio maschio preferisce vivere con il padre.


  Ogni volta che salta fuori l’argomento Errol, i parenti di Elon diventano taciturni. Concordano tutti sul fatto che Errol non sia un uomo piacevole da avere accanto, ma preferiscono non scendere nei dettagli. Nel frattempo Errol si è risposato ed Elon ha due sorellastre più giovani, nei cui confronti è molto protettivo. Elon e i suoi fratelli sembrano decisi a non parlare male di Errol in pubblico per rispetto nei confronti delle sorelle.


  I fatti nudi e crudi sono i seguenti: il lato della famiglia di Errol ha profonde radici sudafricane. Il clan Musk vive nel Paese da almeno duecento anni ed è apparso nel primo elenco telefonico di Pretoria. Il padre di Errol, Walter Henry James Musk, era un sergente dell’esercito. «Ricordo che non parlava quasi mai», racconta Elon. «Beveva whisky, era scorbutico ed era molto bravo a fare i cruciverba.» Cora Amelia Musk, la madre di Errol, era nata in Inghilterra da una famiglia celebre per le doti intellettuali. Gradiva le attenzioni e adorava i nipoti. «La nonna aveva una personalità dominante ed era una donna molto intraprendente», ricorda Kimbal. «Ci ha influenzati molto.» Elon era particolarmente legato a Cora, o Nana, come la chiamava. «Dopo il divorzio si è presa cura di me. Veniva a prendermi a scuola e giocavamo a Scarabeo, quel genere di cose.»


  In superficie, la vita a casa di Errol sembrava bellissima. Errol aveva molti libri da far leggere a Elon, e soldi a sufficienza per comprargli un computer e per esaudire altri suoi desideri. Portò con sé i ragazzi in vari viaggi all’estero. «Fu un periodo divertentissimo», ricorda Kimbal. «Ho molti bei ricordi.» Errol impressionava i ragazzi con il suo intelletto e impartiva loro alcune lezioni pratiche. «Era un ingegnere di grande talento», spiega Elon. «Conosceva il funzionamento di ogni oggetto fisico.» Elon e Kimbal visitavano i cantieri di Errol e imparavano a posare i mattoni, a installare le tubature, a montare le finestre e ad allacciare un impianto elettrico. «Ci siamo divertiti molto», commenta Elon.


  Kimbal definisce Errol «molto presente e molto esigente». Metteva a sedere Elon e Kimbal e faceva loro una predica di tre o quattro ore senza lasciare loro la possibilità di aprire bocca. Sembrava che si divertisse a mostrarsi severo e a rendere meno divertenti possibile i comuni passatempi infantili. Di tanto in tanto Elon cercava di convincere il padre a trasferirsi in America, e spesso si diceva intenzionato a vivere negli Stati Uniti da grande. Errol ne approfittò per insegnargli una lezione: congedò la servitù e costrinse Elon a fare tutte le faccende di casa, per fargli capire cosa significasse «giocare a fare l’americano.»


  Elon e Kimbal hanno scelto di non parlarne, ma è evidente che quegli anni trascorsi con il padre sono stati segnati da esperienze terribili. Entrambi affermano di aver subito qualche forma di tortura psicologica. «Nel suo cervello avvengono strane reazioni chimiche», dice Kimbal. «E sono certo che io ed Elon le abbiamo ereditate. È stata un’infanzia molto difficile dal punto di vista emotivo, ma ci ha trasformati nelle persone che siamo oggi.» Maye si è irrigidita quando abbiamo iniziato a parlare di Errol. «Nessuno va d’accordo con lui», ha risposto. «Non è gentile con nessuno. Non voglio raccontare aneddoti perché sarebbero orrendi. Insomma, sono cose di cui non si parla. Riguardano figli e nipoti.»


  Quando gli ho chiesto di parlare di Elon, Errol mi ha risposto via email: «Elon era un bambino molto indipendente e determinato quando viveva con me. Amava l’informatica quando ancora nessuno in Sudafrica sapeva cosa fosse, e quando aveva dodici anni tutti hanno scoperto quant’era bravo. Durante l’infanzia e l’adolescenza, le attività di Elon e suo fratello Kimbal erano così numerose e variegate che è difficile menzionarne solo una; hanno viaggiato molto con me, in Sudafrica e nel resto del mondo; dai sei anni in poi hanno visitato ripetutamente tutti i continenti. Elon, suo fratello e sua sorella erano e continuano a essere figli esemplari, i migliori che un padre potrebbe desiderare. Sono molto orgoglioso dei successi di Elon.»


  Errol ha messo in copia Elon in questa email, ed Elon mi ha chiesto di non scrivere più a suo padre, la cui opinione sugli eventi passati è, a suo giudizio, inattendibile. «È un tipo strano», mi ha detto. Ma quando gli ho chiesto informazioni più precise, ha preferito restare sul vago. «Possiamo certamente dire che non ho avuto un’infanzia felice», mi ha risposto. «Può sembrare felice, e non è stata completamente priva di felicità, ma non è stata un’infanzia felice. Ho sofferto moltissimo. Lui è molto bravo a farti soffrire, questo è certo. È capace di prendere qualsiasi situazione, per quanto bella possa essere, e renderla brutta. Non è un uomo felice. Non so… cazzo… non so come si faccia a diventare come lui. Se te lo dicessi ora causerei troppi danni.» Elon e Justine hanno deciso che i loro figli non avranno il permesso di incontrare Errol.


  Intorno ai dieci anni Elon vide un computer per la prima volta, al centro commerciale Sandton City di Johannesburg. «C’era un negozio di elettronica che vendeva per lo più impianti stereo, ma poi, in un angolo, hanno iniziato a esporre alcuni computer», ricorda. Restò meravigliato – «Mi sono detto: Accidenti! Porco cazzo!» – da quella macchina che poteva essere programmata per obbedire agli umani. «Dovevo averlo assolutamente, e ho tormentato mio padre finché non me l’ha comprato.» Ben presto si ritrovò in casa un Commodore VIC-20, un personal computer molto diffuso negli anni Ottanta. Il computer di Elon arrivò con 5 Kb di memoria e un manuale sul linguaggio di programmazione Basic. «In teoria ci volevano sei mesi per seguire tutto il corso», ricorda Elon. «Ma io mi sono fissato, non ho dormito per tre giorni e l’ho completato. Mi sembrava la cosa più affascinante che avessi mai visto.» Pur essendo un ingegnere, il padre di Musk era piuttosto luddista e scettico sui computer. «Diceva che servivano solo a giocare, e che non sarebbero mai stati in grado di fare il lavoro di un ingegnere. “Se lo dici tu”, ho risposto.»


  Nonostante la passione per lo studio e i computer, Elon partiva spesso per qualche avventura con Kimbal e i cugini (i figli di Kaye) Russ, Lyndon e Peter Rive. Un anno provarono a vendere uova di Pasqua porta a porta nel quartiere. Le uova non erano ben decorate, ma i ragazzi riuscirono a smerciarle ai vicini ricchi con un forte ricarico sul prezzo d’acquisto. Elon dirigeva anche gli esperimenti con gli esplosivi e i razzi. In Sudafrica non era disponibile il kit Estes per costruire razzi, che all’epoca era popolare tra gli hobbisti, quindi Elon creava da solo i composti chimici e li inseriva in un cilindro di metallo. «È sorprendente la quantità di cose che puoi far esplodere. Salnitro, zolfo e carbone sono gli ingredienti fondamentali della polvere da sparo, e unendo un acido forte a una base forte si rilascia molta energia. Cloro in grani e liquido per i freni: una reazione impressionante. Sono fortunato ad avere ancora tutte le dita.» Quando non maneggiavano esplosivi, i ragazzi si mettevano vari strati di vestiti e un paio di occhialoni e si sparavano addosso con il fucile a pallettoni. Elon e Kimbal facevano gare di motocross sulla sabbia, finché un giorno Kimbal cadde dalla moto sbattendo contro una recinzione di filo spinato.


  Col passare degli anni i cugini presero più sul serio le loro iniziative imprenditoriali, e a un certo punto cercarono persino di aprire una sala giochi. All’insaputa dei genitori trovarono il posto giusto, ottennero un prestito e iniziarono a chiedere i permessi per aprire il locale. Alla fine dovettero trovare un maggiorenne che firmasse un documento, e né il padre dei Rive né Errol accettarono di farlo. Ci sarebbe voluta una ventina d’anni, ma alla fine Elon e i Rive sarebbero diventati soci in affari.


  Le imprese più audaci dei ragazzi furono forse i viaggi tra Pretoria e Johan