Principale Shatter Me

Shatter Me

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Anno:
2016
Casa editrice:
Rizzoli
Lingua:
italian
File:
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2 comments
 
Ayotomiwa
An emotionally traumatizing book endearing with feelings of restriction , fear and yet hope. I love the life and emotions the writer brings to this book mostly about the kindness and emotions of Juliette
31 December 2020 (00:47) 
Cec368
Una trilogia distopica con storia d'amore molto particolare che vi saprà sorprendere. Peccato che il personaggio più antipatico sia proprio la protagonista ma Farà un percorso di evoluzione. l'autrice scrive bene e ci si appassiona fino alla fine. Leggere tutta la trilogia perché ne vale la pena
06 October 2021 (10:36) 

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1

Classici del giallo 0392 - Nero Wolfe e sua figlia

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2

Classici del giallo 0371 - La lega degli uomini spaventati

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264 giorni chiusa in una cella, senza contatti con il mondo, perché Juliette ha un potere terribile: se tocca una persona può ucciderla. A tenerla prigioniera è la Restaurazione, un gruppo militare che intende usarla come arma. Scappare è impensabile, finché nella cella di Juliette entra Adam, un soldato semplice che scopre di essere immune al suo tocco. Il loro incontro è la scintilla che accende una speranza, la chiave che potrebbe aprire mille porte. Perché la vita li chiama, oltre i muri della prigione.





TAHEREH MAFI ha ventotto anni. Ultima di cinque fratelli, è nata nel Connecticut e vive in California. Questo è il suo primo romanzo, i cui diritti cinematografici sono stati acquisiti dalla Twentieth Century Fox. Potete visitare il suo sito:

www.taherehbooks.com/

E il suo blog:

http://stiryourtea.blogspot.com





Shatter Me





Tahereh Mafi





Shatter Me





Traduzione di MARIELLA MARTUCCI





Titolo originale: SHATTER ME

© 2011 Tahereh Mafi

Tutti i diritti riservati

Pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2011 da HarperCollins Children’s Books, una divisione di HarperCollins Publishers, 10 East 53rd Street, New York, NY 10022

© 2012 RCS Libri S.p.A., Milano

Prima edizione Rizzoli Narrativa maggio 2012

© 2016 Rizzoli Libri S.p.A. / Rizzoli, Milano

Nuova edizione Narrativa giugno 2016

eISBN 978-88-58-68508-2

In copertina:

Illustrazione © 2012 Colin Anderson ispirata a una fotografia di Sharee Davenport

Progetto grafico di Cara E. Petrus

www.rizzoli.eu

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.

È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.





Ai miei genitori e a mio marito, perché quando vi ho detto che desideravo toccare la luna mi avete presa per mano, mi avete stretta forte e mi avete insegnato a volare.





Divergevano due strade in un bosco e io… io presi la meno battuta, e di qui tutta la differenza è venuta.

– ROBERT FROST, La strada non presa





UNO


Sono rinchiusa da 264 giorni. A tenermi compagnia ci sono solo un quade; rnetto, una penna malridotta e i numeri che mi frullano nella testa. 1 finestra. 4 pareti. 15 metri quadrati di spazio. 26 lettere di un alfabeto di cui non mi sono mai servita nel corso di 264 giorni d’isolamento.

6336 ore dall’ultima volta che ho toccato un essere umano.

«Tra poco dividerai la cella la stanza con qualcuno» hanno detto.

«Speriamo che tu ci marcisca, qui dentro Una gratificazione per la tua buona condotta» hanno detto.

«Tra psicopatici v’intenderete Basta isolamento» hanno detto.

A parlare sono stati i tirapiedi della Restaurazione. Il movimento che in teoria avrebbe dovuto soccorrere la nostra società agonizzante. Le stesse persone che mi hanno trascinata fuori dalla casa dei miei genitori e mi hanno rinchiusa in un manicomio per colpa di qualcosa che non sono in grado di controllare. A nessuno di loro è importato che non sapessi di cos’ero capace. Che non sapessi cosa stavo facendo.

Non ho idea di dove mi trovo.

So solo di essere stata costretta a montare a bordo di un furgone bianco giunto qui dopo un viaggio di 6 ore e 37 minuti. E so di essere stata ammanettata al sedile. So che c’erano anche delle cinghie, per tenermi immobile. So che i miei genitori non si sono presi il disturbo di dirmi addio. So di non aver pianto, mentre mi portavano via.

So che il cielo crolla ogni giorno.

Il sole cade nell’oceano e spruzza di marrone, rosso, giallo e arancione il mondo fuori dalla mia finestra. Un milione di foglie provenienti da centinaia di rami diversi si tuffano nel vento e fluttuano illudendosi di volare. E invece una folata ne cattura le ali avvizzite solo per costringerle verso il basso dove, dimenticate, verranno calpestate dai soldati.

Ci sono meno alberi rispetto al passato, dicono gli scienziati. Dicono che un tempo il nostro pianeta fosse verde. Che le nuvole fossero bianche. Che il sole irradiasse il giusto tipo di luce. Ma conservo ricordi sbiaditi di quel mondo. Non ricordo granché di ciò che c’era. L’unica vita che conosco è quella che mi è stata concessa. Un’eco di ciò che è stato.

Premo il palmo contro il piccolo vetro, e il freddo mi stringe la mano in un abbraccio familiare. Siamo entrambi soli, entrambi esistiamo in quanto assenza di qualcos’altro.

Impugno la penna quasi inutilizzabile; ho imparato a razionarne il poco inchiostro, e la studio. Cambio idea. Rinuncio allo sforzo che serve per annotare le cose. In fondo, avere un compagno di cella potrebbe non rivelarsi tanto male. Parlare con un essere in carne e ossa potrebbe semplificare le cose. Mi esercito a usare la voce, muovo le labbra per articolare parole familiari ma ormai sconosciute alla mia bocca. Faccio pratica per tutto il giorno.

Sono stupita di vedere che ricordo ancora come si fa a parlare.

Arrotolo il taccuino e lo ficco nel muro. Mi siedo sulle molle coperte di stoffa sopra cui sono costretta a dormire. Resto in attesa con la schiena diritta. Mi dondolo avanti e indietro, e aspetto.

Aspetto troppo a lungo e mi addormento.

Quando riapro gli occhi ho davanti a me un paio di labbra un paio di orecchie un paio di sopracciglia.

Soffoco un urlo l’impulso di scappare il terrore paralizzante che s’impossessa degli arti.

«Sei un r-r-r-r…»

«E tu una ragazza.» Inarca un sopracciglio. Allontana il viso. Ghigna ma non sorride, e io vorrei scoppiare in lacrime e lancio occhiate disperate, terrorizzate, in direzione della porta che ho tentato di aprire non so quante volte. Mi hanno rinchiusa insieme a un maschio. Un maschio.

Santo cielo.

Vogliono uccidermi.

L’hanno fatto apposta.

Per torturarmi, per darmi il tormento, per impedirmi una volta per tutte di dormire la notte. Ha le braccia tatuate dai polsi fino ai gomiti. Al sopracciglio gli manca un piercing che devono avergli sequestrato. Occhi blu scuro capelli castano scuro linea del mento spigolosa corporatura forte e snella. Bellissimo Pericoloso. Spaventoso. Terribile.

Lui scoppia a ridere, e io mi precipito giù dal letto e mi rintano in un angolo.

Studia il cuscino sottile appoggiato sul letto singolo che stamattina hanno spinto a forza nella zona sgombra della cella, il materasso striminzito e la coperta lisa che a stento potrà coprirgli il torace. Dà un’occhiata al mio letto. Dà un’occhiata al suo letto.

Li avvicina con una mano. Usando un piede sposta le due strutture metalliche dal suo lato della stanza. Si sdraia sui materassi uniti, poi afferra il mio cuscino, lo sprimaccia e se lo sistema dietro la testa. Comincio a tremare.

Mi mordo le labbra e cerco di nascondermi nell’angolino buio. Mi ha rubato il letto la coperta il cuscino.

Non ho altro che il pavimento.

Non avrò altro che il pavimento.

Non reagirò perché sono pietrificata paralizzata paranoide.

«E così sei… pazza? Per questo ti trovi qui?»

Non sono pazza.

Si solleva quanto basta per guardarmi in faccia. Scoppia a ridere di nuovo. «Mica voglio farti del male.»

Vorrei tanto credergli. Non gli credo.

«Come ti chiami?» domanda.

Non sono affari tuoi. E tu come ti chiami?

Lo sento sbuffare seccato. Lo sento rigirarsi sul letto che per metà sarebbe mio. Resto sveglia tutta la notte. Le ginocchia al mento, le braccia strette attorno al mio piccolo corpo, i lunghi capelli castani come unica tenda che mi ripari da lui.

Non riuscirò a dormire.

Non posso dormire.

Non posso ricominciare a sentire quelle urla.





DUE


Il mattino odora di pioggia. La stanza è satura del profumo di pietra bagnata, di terreno rivoltato; l’aria è umida e terrosa. Respiro a fondo, vado alla finestra in punta di piedi e schiaccio il naso contro il vetro freddo. Il respiro ne appanna la superficie. Chiudo gli occhi e ascolto il lieve picchiettio che fende il vento. Le gocce di pioggia sono le uniche a ricordarmi che le nuvole hanno un cuore che batte. E che ne ho uno anch’io. Le gocce di pioggia non smettono mai di stupirmi.

Mi stupisce il modo ostinato che hanno di cadere e inciampare l’una nell’altra, di spezzarsi le gambe e precipitare senza paracadute dal cielo per andare incontro a una fine incerta. È come se qualcuno si svuotasse le tasche senza curarsi di dove cadrà il contenuto – senza curarsi che le gocce esplodano nell’impatto col suolo, che vadano in frantumi sul selciato, che le persone maledicano tutti quei giorni in cui la pioggia osa bussare alla loro porta.

Sono una goccia di pioggia.

I miei genitori si sono svuotati le tasche in cui mi tenevano nascosta e mi hanno lasciato sulla strada a evaporare.

La finestra mi dice che non siamo lontani dalle montagne e che nei paraggi c’è senz’altro dell’acqua, anche se ormai tutto è vicino all’acqua. L’unica cosa che ignoro è in quale zona siamo. In che direzione guardiamo. Strizzo le palpebre alla luce del primo mattino; anche oggi qualcuno ha preso il sole e lo ha inchiodato al cielo. A un’altezza che diminuisce un po’ ogni giorno. Non si accorge che la sua assenza cambia le persone, che l’oscurità ci rende diversi. Assomiglia a un genitore negligente che conosce i figli solo a metà.

Un fruscio improvviso mi dice che il mio compagno di cella è sveglio.

Mi volto di scatto come se mi avessero sorpresa di nuovo a rubare del cibo. È capitato una sola volta, e quando ho detto che non era per me, i miei genitori non mi hanno creduto. Ho spiegato che mi stavo prendendo cura del gatto randagio che viveva dietro l’angolo, ma non mi ritenevano abbastanza umana perché un gatto potesse starmi a cuore. Non a me. A qualcosa qualcuno come me. Del resto, non credevano mai a quello che dicevo. È proprio per questo che mi trovo qui.

Il compagno di cella mi osserva.

Si è addormentato con addosso una T-shirt blu scuro e pantaloni cachi con tasche laterali infilati in un paio di stivali neri al polpaccio. Io invece ho addosso del cotone grezzo, e ho sul viso un colorito di rose.

Il compagno di cella mi squadra dalla testa ai piedi, e quel lento movimento d’occhi fa correre il mio cuore. Tento di afferrare i petali di rosa che mi cadono dalle guance, galleggiano intorno, poi mi rivestono di qualcosa che sembra assenza di coraggio. Smettila di guardarmi, vorrei dire. Smettila di toccarmi con gli occhi e tieni le mani lungo i fianchi e per favore per favore per favore…

«Come ti chiami?» Inclina la testa, e così spacca in due la gravità.

Resto sospesa in quest’attimo. Batto le palpebre e trattengo il respiro. Lui cambia posizione, e i miei occhi si rompono in migliaia di pezzi che rimbalzano tra le pareti catturando un milione di istantanee. Momenti, a milioni, racchiusi in uno soltanto. Immagini sfarfallanti e sbiadite dal tempo, pensieri congelati che aleggiano incerti in uno spazio morto. Un turbine di ricordi che mi trafigge l’anima. Mi ricorda una persona che conoscevo.

Il tempo di un respiro, e torno alla realtà.

Basta con i sogni a occhi aperti.

«Perché sei qui?» chiedo alle crepe nella parete di calcestruzzo. 14 crepe in 4 pareti di un migliaio di sfumature di grigio. Il pavimento, il soffitto: un’unica lastra di pietra. Il patetico telaio dei letti: vecchie tubature assemblate. La finestrella quadrata: troppo spessa per andare in frantumi. La mia speranza è esaurita. Gli occhi mi fanno male, non sanno più mettere a fuoco. Il mio dito disegna pigre traiettorie sul pavimento gelido. Sono seduta per terra, dove c’è odore di ghiaccio, di metallo, di sporco. Lui si siede di fronte a me, le gambe piegate, ha gli stivali un po’ troppo lucidi per questo posto.

«Hai paura di me» dice senza particolari inflessioni.

Stringo i pugni. «Ho paura che ti sbagli.»

Forse ho mentito, ma non sono affari suoi.

Lui sbuffa, e quel suono riecheggia nell’aria immobile che ci separa. Non alzo la testa. Non cerco il suo sguardo penetrante. Sento il sapore dell’ossigeno viziato, sprecato, e sospiro. Qualcosa di familiare, qualcosa che ho imparato a cacciare giù a forza, mi serra la gola.

2 colpi alla porta, e le emozioni si affrettano a tornare al loro posto.

Lui si alza in un lampo.

«Non è nessuno» dico. «Solo la colazione.» Dopo 264 giorni non ho ancora capito di cosa sia fatta. A giudicare dall’odore, deve contenere parecchie sostanze chimiche. Una poltiglia dal sapore estremo. O troppo dolce, o troppo salata, comunque disgustosa. Il più delle volte sono troppo affamata per preoccuparmene.

Il mio compagno di cella esita solo un istante, poi va alla porta. La apre appena e sbircia un mondo che non esiste più.

«Merda!» Lancia dentro il vassoio e si batte il palmo contro la maglietta. «Merda, merda.» Stringe il pugno e serra le mascelle. Si è scottato. Se mi avesse dato retta, lo avrei messo in guardia.

«Bisogna lasciar passare almeno tre minuti, prima di toccare il vassoio» dico al muro. Non guardo le cicatrici sbiadite che abbelliscono le mie manine, le scottature che nessuno mi ha insegnato a evitare. «Credo che lo facciano apposta» aggiungo sottovoce.

«Oh, e così oggi mi rivolgi la parola?» È arrabbiato. Ma prima che distolga lo sguardo, nei suoi occhi colgo un luccichio: è soprattutto imbarazzato. È un tipo tosto. Troppo tosto per commettere sciocchi errori davanti a una ragazza. Troppo tosto per dare a vedere di essersi fatto male.

Mi cucio le labbra e mi metto a guardare fuori dal quadratino di vetro che qui chiamano finestra. Non sono rimasti molti animali, ma ho sentito parlare di uccelli che volano. Forse un giorno potrò vederne uno. Ormai girano storie talmente fantasiose che non c’è più molto a cui credere, ma negli ultimi anni più di una persona mi ha raccontato di aver visto con i propri occhi un uccello volare. Perciò guardo fuori dalla finestra.

Oggi passerà un uccello. Sarà bianco, e in testa avrà una corona di striature dorate. Volerà. Oggi passerà un uccello. Sarà bianco, e in testa avrà una corona di striature dorate. Volerà. Oggi passerà un

La sua mano.

Su di me.

2 punte di 2 dita che sfiorano per meno di un secondo la mia spalla ricoperta di stoffa. Ogni muscolo ogni tendine si carica di tensione e si annoda saldamente alla mia spina dorsale. Sono ferma. Non mi muovo. Non respiro. Forse restando immobile riuscirò a prolungare all’infinito questa sensazione.

È da 264 giorni che nessuno mi tocca.

A volte penso che la solitudine che ho dentro finirà per esplodere lacerandomi la pelle, e altre volte dubito che abbandonarmi alle lacrime, alle urla o a una risata isterica possa essermi d’aiuto. A volte ho un bisogno così disperato di toccare di essere toccata di sentire, che ho la sensazione di essere in equilibrio sul ciglio di una scogliera, come se stessi per precipitare in un universo parallelo dove nessuno riuscirà mai a trovarmi.

Non sembra impossibile.

Ho urlato per anni, e nessuno mi ha sentito.

«Tu non hai fame?» La sua voce si è fatta più bassa, il tono un po’ preoccupato.

È da 264 giorni che muoio di fame. «No.» La parola che mi sfugge dalle labbra è poco più di un respiro spezzato, e mi volto, non dovrei ma lo faccio, e lui mi sta fissando. Mi studia. Ha le labbra socchiuse, le braccia lungo i fianchi, le ciglia che battono per la confusione.

Qualcosa mi colpisce allo stomaco.

I suoi occhi. Qualcosa nei suoi occhi.

Non è lui non è lui non è lui non è lui non è lui.

Chiudo il mondo fuori dalla porta. La chiudo a chiave. Do tutte le mandate possibili.

Sprofondo tra le pieghe dell’oscurità.

«Ehi…»

Spalanco gli occhi. 2 finestre infrante, che mi riempiono la bocca di vetro.

«Cos’è quello?» La sua voce è un tentativo fallito di piattezza, un tentativo affannoso di indifferenza.

Niente. Mi concentro sul riquadro trasparente incuneato tra me e la libertà. Ho voglia di distruggere questo mondo di calcestruzzo e di farlo scomparire. Vorrei essere più matura, migliore, più forte.

Vorrei provare rabbia rabbia rabbia.

Vorrei essere l’uccello che vola via.

Il mio compagno di cella parla di nuovo: «Cosa scrivi?»

Queste parole sono vomito.

Questa penna tremolante è il mio esofago.

Questo foglio di carta è la tazza di porcellana del mio gabinetto.

«Perché non rispondi?» Si è avvicinato troppo troppo troppo.

Nessuno si avvicina mai abbastanza.

Inspiro e aspetto che anche lui, come chiunque altro nella mia vita, si allontani. Mi concentro sulla finestra e sulla promessa di ciò che potrebbe avverarsi. La promessa di qualcosa di più grandioso, importante, di una qualche spiegazione per la follia che sento crescere nelle ossa, per la mia incapacità di fare una cosa qualunque senza rovinare tutto. Passerà un uccello. Sarà bianco, e in testa avrà una corona di striature dorate. Volerà. Passerà un uccello. Sarà

«Ehi…»

«Non puoi toccarmi» sussurro. È una bugia, ecco ciò che non dico. Può toccarmi, ecco ciò che non dirò mai. Ti prego toccami, ecco ciò che vorrei dirgli.

Quando le persone mi toccano, però, accadono delle cose. Cose strane. Cose brutte. Cose che hanno a che fare con la morte. Non ricordo il calore di un abbraccio. Nelle braccia ho il dolore di un inesorabile, gelido isolamento. Neanche mia madre poteva stringermi a sé. Mio padre non poteva riscaldare le mie mani gelate. Vivo in un mondo fatto di nulla.

Ciao.

Mondo.

Ti scorderai di me.

Toc, toc.

Il compagno di cella schizza in piedi.

È l’ora della doccia.





TRE


La porta si spalanca su un abisso. Non c’è colore, né luce, nient’altro che una promessa di altro orrore. Non una parola. Nessuna indicazione. Solo una porta spalancata che significa sempre la stessa cosa. Il mio compagno di cella ha delle domande.

«Cosa diavolo succede?» Il suo sguardo passa da me all’illusione di fuga. «Ci lasciano uscire?»

Non ci lasceranno mai uscire. «È l’ora della doccia.»

«Doccia?» Ormai ha perso qualunque inflessione, ma tradisce ancora un po’ di curiosità.

«Non c’è molto tempo» gli dico. «Dobbiamo sbrigarci.»

«Aspetta!» Fa per toccarmi il braccio, mi scosto. «È buio, là fuori. Non riusciremo a vedere dove mettiamo i piedi…»

«Veloce.» Mi concentro sul pavimento. «Aggrappati alla mia maglietta.»

«Ma che dici…»

In lontananza risuona un allarme. Un ronzio che si fa ogni secondo più vicino. Ben presto l’intera cella vibra e ingigantisce l’avvertimento, la porta inizia a richiudersi. Afferro il mio compagno di cella per la maglietta e lo trascino nelle tenebre. «Non. Dire. Niente.»

«Ma…»

«Niente» sibilo. Lo strattono, lo obbligo a starmi dietro mentre mi avventuro tentoni nel labirinto del manicomio. È una casa, un centro per giovani problematici, per i figli trascurati di famiglie allo sbando, un rifugio per persone affette da disturbi psicologici. È una prigione. Non ci danno da mangiare, non vediamo gli altri, se non quando rari sprazzi di luce s’intrufolano da quelle fessure di vetro che qui chiamano finestre. Le notti sono squarciate da grida, singhiozzi, gemiti e urla agonizzanti, dal rumore di carne e di ossa spezzate – se a forza o per scelta, non lo saprò mai. Ho trascorso i primi 3 mesi in compagnia del mio fetore. Nessuno mi ha mai detto dove fossero i bagni e le docce. Nessuno mi ha mai spiegato come funzionasse il sistema. Qui nessuno ti rivolge la parola, se non per comunicarti cattive notizie. Nessuno ti tocca, in nessun caso. I ragazzi e le ragazze non s’incontrano mai.

Mai tranne ieri.

Non può essere una coincidenza.

Gli occhi cominciano ad abituarsi al manto artificiale della notte. Faccio correre le dita sulle pareti ruvide dei corridoi, e il mio compagno di cella non apre bocca. Sono quasi fiera di lui. È più alto di me, mi supera di 20 centimetri; è prestante, robusto e, a giudicare dalla muscolatura e dalla forza, deve avere pressappoco la mia età. Il mondo non l’ha ancora spezzato. C’è così tanta libertà nell’ignoranza.

«Cos…»

Gli strattono la maglia per impedirgli di parlare. Non abbiamo ancora lasciato i corridoi. Sono quasi sicura che potrebbe farmi a pezzi con 2 dita, però mi sento stranamente protettiva nei suoi confronti. Non ha idea di quanto la sua ignoranza lo renda vulnerabile. Non immagina che qui potrebbero ucciderlo senza motivo.

Ho deciso, non voglio avere paura di lui. Ho deciso che le sue azioni sono più immature che minacciose. Ha un’aria così familiare familiare familiare. Conoscevo un ragazzo con i suoi stessi occhi blu, e adesso i ricordi mi impediscono di odiarlo. Forse mi piacerebbe avere un amico.

Altri 2 metri e la parete, da ruvida, si fa liscia, e allora svoltiamo a destra. 50 centimetri ancora e arriviamo a una porta di legno tutta schegge e con la maniglia rotta. 3 battiti del cuore per accertarsi di essere soli. 1 passo avanti per spingere la porta che si apre verso l’interno. 1 leggero cigolio, e davanti a noi si schiude un ambiente che posso solo immaginare. «Da questa parte» sussurro.

Faccio strada fino alle docce e setaccio il pavimento in cerca di un pezzetto di sapone caduto nello scolo. Ne trovo due, uno grande il doppio dell’altro. «Apri la mano» dico all’oscurità. «È scivoloso. Non farlo cadere. Di sapone ce n’è poco, siamo stati fortunati.»

Lui tace, così inizio a preoccuparmi.

«Ci sei?» Mi chiedo se non è una trappola. Se il piano non è questo. Forse l’hanno mandato perché mi ammazzi approfittando delle tenebre di questa stanzetta. Non so bene cosa intendano farmi in manicomio, non so se a loro basti tenermi rinchiusa, ma ho sempre pensato che avrebbero potuto uccidermi. Mi è sempre sembrata una opzione possibile.

Non mi sento di dire che non lo meriterei.

Ma sono qui per via di qualcosa che non avevo intenzione di fare, e a quanto pare non importa a nessuno che sia stato solo un incidente.

I miei genitori non hanno mai cercato di aiutarmi.

Non sento nessuno scroscio venire dalle docce, e il mio cuore si ferma. Questa stanza è raramente affollata, ma di solito ci sono altre persone, almeno 1 o 2. Sono giunta alla conclusione che i pazienti del manicomio o sono davvero pazzi e non riescono a trovare la strada per le docce, oppure non considerano l’igiene personale una priorità.

Inghiotto forte.

«Come ti chiami?» La sua voce spezza l’aria e insieme il mio flusso di coscienza. Avverto il suo respiro più vicino. Non so perché, ma il mio cuore prende a martellare e io non posso impedirlo. «Perché non vuoi dirmi il tuo nome?»

«Apri la mano» ordino. Ho la bocca asciutta, la voce rauca.

Lo sento avvicinarsi, e ho quasi paura di respirare. Quando le sue dita sfiorano la stoffa rigida degli unici abiti che avrò mai, però, espiro: l’importante è che non mi tocchi la pelle. L’importante è che non mi tocchi la pelle, l’importante è che non mi tocchi la pelle. A quanto pare è questo il segreto. Ho lavato così spesso la T-shirt con l’acqua gelata di questo posto che ormai ho la sensazione di indossare un sacco di tela. Gli lascio cadere in mano il pezzo più grande di sapone e indietreggio in punta di piedi. «Ora ti apro la doccia» spiego, cercando di non alzare troppo la voce per non farmi sentire dagli altri.

«Cosa ne faccio dei vestiti?» Il suo corpo è ancora troppo vicino al mio.

Batto le palpebre 1.000 volte nel buio. «Devi levarteli.»

Ride, un suono che somiglia a un respiro divertito. «No, quello lo so. Volevo sapere cosa ne faccio mentre sto sotto la doccia.»

«Cerca di non bagnarli.»

Sospira. «Quanto tempo abbiamo?»

«Due minuti.»

«Cristo, perché non hai detto nient»

Apro insieme il rubinetto della mia e della sua doccia, e i proiettili che scendono dai soffioni mezzi rotti annegano le sue lamentele. I miei gesti sono meccanici. L’ho fatto così tante volte che ho memorizzato il modo più efficace di strofinarmi, risciacquarmi e razionare il sapone in modo che basti per il corpo e i capelli. Siccome non ci sono asciugamani, il trucco sta nel cercare di non inzupparsi troppo. Altrimenti non si riesce ad asciugarsi e si passa la settimana mezzi morti di polmonite. E io lo so bene.

In 90 secondi esatti ho già strizzato i capelli e sto scivolando nei miei abiti cenciosi. Di tutto ciò che possiedo, solo le scarpe da tennis sono ancora in buone condizioni. Da queste parti non si cammina molto. Il mio compagno di cella mi imita all’istante. Sono contenta che impari alla svelta.

«Aggrappati alla mia maglietta» lo istruisco. «Dobbiamo sbrigarci.»

Per un lungo istante le sue dita mi sfiorano all’altezza dei reni; mi mordo il labbro e soffoco l’emozione scatenata da quel tocco. Per poco non m’irrigidisco. A nessuno salta mai in mente di avvicinare le mani al mio corpo.

Mi avvio in fretta per allontanarmi dalle sue dita, e lui incespica per raggiungermi.

Quando infine ci ritroviamo intrappolati fra le quattro familiari pareti della claustrofobia, il mio compagno di cella prende a fissarmi.

Mi accoccolo in un angolino. Ha ancora il mio letto, la mia coperta e il mio cuscino. Posso perdonargli l’ignoranza, ma forse è presto per diventare amici. Forse sono stata precipitosa nell’aiutarlo. Forse il suo intento è solo quello di rendermi infelice. Ma se non sto al caldo rischio di ammalarmi. Ho i capelli zuppi, e la coperta in cui ho l’abitudine di avvolgerli si trova dal suo lato della stanza. Forse ho ancora paura di lui.

Inspiro di colpo e alzo lo sguardo nella luce smorta del giorno. Mi ha poggiato due coperte sulle spalle.

La sua.

E la mia.

«Scusa se sono stato uno stronzo» sussurra alla parete. Non mi tocca, e ne sono delusa lieta. Vorrei che lo facesse. Meglio che non lo faccia. Meglio che nessuno mi tocchi.

«Mi chiamo Adam» scandisce. Si allontana per riordinare la cella. Con una mano riporta il mio letto da questa parte.

Adam.

Che bel nome. Il mio compagno di cella ha un bel nome.

È un nome che mi è sempre piaciuto, anche se non riesco a ricordare perché.

Mi arrampico senza esitazione sul materasso sfondato; sono così esausta che avverto a malapena le molle metalliche che minacciano di pungermi. Non dormo da più di 24 ore. Adam è un bel nome è tutto ciò che riesco a pensare prima che lo sfinimento paralizzi il mio corpo.





QUATTRO


Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza. Non sono pazza.

L’orrore mi apre a forza le palpebre. Sono fradicia di sudore freddo, il mio cervello nuota tra onde incancellabili di dolore. I miei occhi indugiano su cerchi neri che si dissolvono nel buio. Non so quanto ho dormito. O se ho allarmato il mio compagno di cella con i miei sogni. A volte mi capita di gridare.

Adam mi scruta.

Ansimo, ma riesco a sollevarmi e a mettermi seduta. Mi stringo nelle coperte e capisco di avergli rubato l’unica speranza che aveva di riscaldarsi. L’idea che potesse avere freddo quanto me non mi ha neanche sfiorata. Tremo, mentre il suo corpo non tradisce un solo sussulto, la sua sagoma si staglia solida sullo sfondo nero della notte. Non so cosa dire. Non c’è nulla da dire.

«In questo posto non la smettono mai di urlare, non è vero?»

Le urla sono solo l’inizio. «Già» sussurro a malapena. Un lieve rossore mi colora il viso, e sono felice che sia troppo buio perché lui lo noti. Deve aver sentito i miei lamenti.

A volte vorrei non avere bisogno di dormire. A volte penso che le cose cambierebbero se rimanessi ferma, fermissima, se non muovessi un solo muscolo. Sono convinta che, immobilizzando me stessa, posso immobilizzare il dolore. A volte non mi muovo per ore. Non mi muovo di un solo centimetro.

Nulla può andare male, se il tempo si ferma.

«Stai bene?» Adam ha l’aria preoccupata. Studio i pugni stretti che tiene lungo i fianchi, le rughe che gli solcano la fronte, la tensione nelle mascelle. La persona che, appena arrivata, mi ha rubato il letto e la coperta, stanotte si è privata di quelle stesse cose per cederle a me. Tanto impertinente e insensibile qualche ora fa, quanto premuroso e tranquillo ora. Il pensiero che questo posto possa averlo domato tanto in fretta mi atterrisce. Mi domando cosa abbia sentito mentre dormivo.

Vorrei tanto potergli risparmiare l’orrore.

Qualcosa va in pezzi; un gemito angoscioso risuona in lontananza. Queste stanze sono incassate nel calcestruzzo, hanno le mura più spesse dei pavimenti e i soffitti progettati per impedire ai rumori di scappare troppo lontano. Se posso sentirla, deve trattarsi di una pena insormontabile. Ogni notte qui ci sono rumori che non sento. Ogni notte mi chiedo se io sarò la prossima.

«Tu non sei pazza.»

Spalanco gli occhi. Adam ha raddrizzato la testa e, malgrado il sudario che ci avvolge, mostra concentrazione e sicurezza nello sguardo. Sospira. «Pensavo che qui fossero tutti matti» prosegue. «Ero certo che mi avrebbero rinchiuso insieme a uno psicopatico.»

Inalo una dose di ossigeno. «Divertente. Pensavo la stessa cosa.»

Trascorrono

1

2

3 secondi. Mi rivolge un sorriso così grande, così divertito, così piacevolmente sincero da scuotermi come un tuono. Qualcosa mi punzecchia gli occhi e mi spezza le ginocchia. È da 265 giorni che non vedo un sorriso.

Adam si alza.

Gli offro la sua coperta.

La prende, ma solo per avvolgermela ancora più stretta attorno alle spalle. D’un tratto avverto un peso sul petto. Ho i polmoni fusi tra loro, e quando Adam riprende a parlare ho appena deciso che non mi muoverò più per l’eternità.

«Cosa c’è che non va?»

I miei genitori hanno smesso di toccarmi quando ho iniziato a gattonare. Ho fatto piangere i miei compagni di classe solo prendendoli per mano. Gli insegnanti mi mettevano a lavorare da sola perché non potessi nuocere agli altri. Non ho mai avuto un amico. Non ho mai conosciuto il conforto dell’abbraccio di una madre. Non ho mai sentito la dolcezza racchiusa nel bacio di un padre. Non sono pazza. «Niente.»

Altri 5 secondi. «Posso sedermi vicino a te?»

Sarebbe meraviglioso. «No.» Riprendo a fissare la parete.

Adam contrae le mascelle, poi le rilassa. E quando lo vedo passarsi una mano tra i capelli mi accorgo che non indossa la maglietta. In questa stanza è talmente buio che riesco a scorgere solo le curve e i contorni del suo profilo; alla luce dei pochi raggi lunari che filtrano dalla finestrella, noto i muscoli delle braccia di Adam tendersi a ogni gesto, e allora mi sento avvampare. Fiamme che mi lambiscono la pelle, un’esplosione calda che mi lacera lo stomaco. Ogni centimetro del suo corpo sa di vigore, è una superficie capace – chissà come – di risplendere nell’oscurità. In diciassette anni non ho mai visto nulla di paragonabile a lui. In diciassette anni di vita non ho mai parlato con un ragazzo della mia età. Perché sono un mostro.

Chiudo gli occhi e mi cucio le palpebre.

Il suo letto cigola, le molle del materasso gemono sotto il peso di Adam che si siede. Scucio gli occhi ed esamino il pavimento. «Starai gelando.»

«No.» Un sospiro. «In realtà scotto.»

Balzo in piedi lasciando cadere le coperte. «Ti sei ammalato?» Lo studio nel tentativo di capire se ha la febbre, ma non oso avvicinarmi. «Ti senti intontito? Ti fanno male le ossa?» Mi sforzo di ricordare i sintomi che ho avuto io. Il corpo mi aveva tenuta incatenata al letto per una settimana. Non potevo far altro che strisciare fino alla porta e cadere di faccia nel cibo. Non ho idea di come sia sopravvissuta.

«Come ti chiami?»

Me lo ha già chiesto 3 volte. «Devi esserti ammalato» è l’unica risposta che so dargli.

«Non sono malato. Scotto e basta. Non dormo mai vestito.»

Le farfalle che ho nello stomaco s’incendiano. La mia carne brucia per via di un’inspiegabile mortificazione.

Non so dove guardare.

Un respiro pieno. «Ieri mi sono comportato da idiota. Ti ho trattata male e mi dispiace. Non avrei dovuto farlo.»

Trovo il coraggio di incrociare il suo sguardo.

Ha gli occhi di una perfetta sfumatura cobalto, blu come un livido che va formandosi, luminosi, profondi e risoluti. Ha mascelle solide e lineamenti scolpiti in un’espressione attenta. Deve averci rimuginato per tutta la notte.

«Non c’è problema.»

«Allora perché non mi dici il tuo nome?» Si protende verso di me, io resto immobile.

Mi sciolgo.

Mi liquefaccio. «Juliette» sussurro. «Mi chiamo Juliette.»

La linea delle sue labbra si addolcisce in un sorriso che spacca in due la mia spina dorsale. Ripete il nome come se lo rallegrasse. Lo divertisse. Lo deliziasse.

In diciassette anni nessuno ha mai pronunciato il mio nome in questo modo.





CINQUE


Non so quando ha avuto inizio. Non so perché ha avuto inizio. Ricordo solo le urla. Le urla di mia madre che si rendeva conto di non potermi più toccare. Le urla di mio padre che si rendeva conto di ciò che avevo fatto a mia madre. Le urla dei miei genitori mentre mi chiudevano in camera e mi dicevano che avrei dovuto ringraziare. Per il cibo che mi davano. Per il trattamento umano che riservavano a un essere che non poteva in alcun modo discendere da loro. Per il metro che usavano per misurare la distanza a cui dovevo tenermi.

Ho mandato in malora le loro vite, ecco ciò che mi hanno detto. Li ho privati della felicità. Distrutto ogni speranza di mia madre di avere altri figli. Se mi rendessi conto delle mie azioni, ecco ciò che mi chiedevano. Se mi rendessi conto di aver rovinato tutto. Ho cercato con tutte le mie forze di aggiustare ciò che avevo rovinato. Ho cercato di diventare ciò che desideravano, giorno dopo giorno. Ho cercato di migliorare, sempre, ma non ho mai capito come fare. Solo ora so che gli scienziati si sbagliano.

La terra è piatta.

Lo so perché sono stata gettata oltre il ciglio, e ho trascorso diciassette anni sforzandomi di restare aggrappata. Per diciassette anni ho cercato di issarmi oltre quel ciglio, ma è quasi impossibile sconfiggere la forza di gravità quando non c’è nessuno disposto a darti una mano.

Quando nessuno vuole correre il rischio di toccarti.

Oggi piove. Il calcestruzzo è ghiacciato e più duro del solito, ma preferisco queste temperature rigide all’umidità asfissiante delle giornate estive. L’estate assomiglia a una pentola elettrica che, di grado in grado, porta il mondo intero a ebollizione. Prima promette un milione di aggettivi allegri, e poi propina una cena a base di fetore e liquami. Detesto il caldo e la sporcizia appiccicosa e sudaticcia che si porta dietro. Detesto il tedio indolente di un sole troppo preso da se stesso per accorgersi del numero infinito di ore che trascorriamo in sua presenza. Il sole è una creatura arrogante, pronta a lasciarsi la terra alle spalle ogni volta che si stanca di noi.

La luna è una compagna fedele.

Non va mai via. È sempre di guardia, risoluta, ci conosce con il buio e con la luce, e come noi è in continua trasformazione. Ogni giorno è una versione diversa di se stessa. A volte tenue e pallida, altre intensa e luminosa. La luna sa cosa significa essere umani.

Insicuri. Soli. Butterati dalle imperfezioni.

Guardo fuori dalla finestra così a lungo da perdere la percezione di me. Allungo la mano per afferrare un fiocco di neve e stringo le dita attorno all’aria gelida. Il pugno resta vuoto.

E questo pugno che mi sta attaccato al polso vorrei usarlo per trapassare la finestra.

Per il solo gusto di provare qualcosa.

Per il solo gusto di sentirmi umana.

«Che ore sono?»

Batto le palpebre. La voce mi riporta di peso in un mondo che vorrei solo dimenticare. «Non lo so» rispondo. Non ho idea di che ore siano. Non ho idea di che giorno della settimana sia, né del mese, e non so neanche in quale stagione dovremmo trovarci di preciso.

Non esistono più stagioni vere e proprie.

Gli animali muoiono, gli uccelli hanno smesso di volare, i raccolti germogliano a fatica, i fiori sono quasi tutti estinti. Il tempo è inaffidabile. Certe volte, nelle giornate invernali, ci sono 33 gradi. Certe volte nevica senza motivo. Non riusciamo più a coltivare cibo, non riusciamo più a garantire agli animali i vegetali di cui si nutrono, e non riusciamo a sfamare gli esseri umani. Prima che la Restaurazione salisse al potere con la promessa di una soluzione, il tasso di mortalità della popolazione aveva raggiunto livelli allarmanti. Gli animali erano così affamati da mangiare qualunque cosa, e le persone erano così affamate da mangiare animali intossicati. Rischiavamo la morte per restare vivi. Il tempo, le piante, gli animali e la sopravvivenza della specie umana sono connessi tra loro in maniera inestricabile. Gli elementi naturali si erano dichiarati guerra perché noi avevamo abusato dell’ecosistema. Avevamo abusato dell’atmosfera. Abusato degli animali. Abusato dei nostri fratelli umani.

La Restaurazione promise di aggiustare le cose. Ma con l’avvento del regime, mentre la salute umana trovava un minimo sollievo, le armi iniziarono a seminare più morti della fame. E la situazione non fa che peggiorare.

«Juliette?»

Sollevo la testa di scatto.

Adam mi scruta guardingo, preoccupato.

Distolgo lo sguardo.

Lui si schiarisce la voce. «E quindi, uhm, ci danno da mangiare una sola volta al giorno?»

A quella domanda, gli occhi di entrambi corrono alla porticina.

Porto le ginocchia al petto e mi sistemo sul materasso. Se sto ferma, fermissima, posso quasi ignorare il metallo che affonda nella mia carne. «Non esiste una regola per il cibo» gli spiego. Con le dita traccio un motivo sulla stoffa grezza della coperta. «Di solito ci danno qualcosa al mattino, ma oltre a quello non c’è niente di garantito. Certe volte va bene.» Mi giro verso la lastra di vetro conficcata nella parete. Nella stanza filtrano dei rosa e dei rossi e io so che è il principio di un nuovo inizio. Il principio della stessa fine. Un altro giorno.

Forse oggi morirò.

Forse oggi un uccello volerà.

«Tutto qui? Aprono la porta una volta al giorno per lasciarci fare i nostri bisogni e magari, se siamo fortunati, ci danno anche da mangiare? Tutto qui?»

L’uccello sarà bianco, e in testa avrà una corona di striature dorate. Volerà. «Tutto qui.»

«Nessuna… terapia di gruppo?» Trattiene una risata.

«Quando sei arrivato ho pronunciato la prima parola dopo 264 giorni.»

Il suo silenzio parla. Il senso di colpa che inizia a pesargli sulle spalle è quasi tangibile. «Da quanto sei qui?»

Da sempre. «Non lo so.» Un rumore meccanico cigola/geme/si fa strada in lontananza. La mia vita sono 4 pareti di occasioni perdute e colate in stampi di calcestruzzo.

«E la tua famiglia?» Nella sua voce c’è un dispiacere sincero, quasi come se già conoscesse la risposta.

Ecco cosa so riguardo ai miei genitori: non ho idea di dove siano. «Perché ti trovi qui?» Parlo alle mie dita pur di non incontrare i suoi occhi; mi sono studiata le mani con tale scrupolo da conoscere con esattezza ciascuno dei bozzi tagli e lividi che mi deturpano la pelle. Mani piccole. Dita sottili. Le stringo e poi le distendo per allentare la tensione. Non ha ancora risposto.

Alzo lo sguardo.

«Non sono pazzo» si limita a dire.

«È quello che diciamo tutti.» Sollevo la testa e la scuoto in maniera impercettibile. Mi mordo il labbro. Non posso fare a meno di rubare occhiate fuori dalla finestra.

«Perché continui a guardare fuori?»

Non mi importa delle sue domande, no davvero. È soltanto strano avere qualcuno con cui parlare. È strano dover sopportare lo sforzo di muovere le labbra perché compongano le parole necessarie a spiegare le mie azioni. È da tanto tempo che nessuno si interessa a me. Che nessuno mi guarda così attentamente da chiedersi perché mai fisso fuori dalla finestra. Nessuno mi ha mai trattata da pari. Ma lui non sa che sono un mostro ho un segreto. Chissà quanto durerà, quanto passerà prima che se la dia a gambe levate pur di salvare la pelle.

Mi sono dimenticata di rispondergli, perciò Adam continua a osservarmi.

Sistemo una ciocca di capelli dietro l’orecchio, ma cambio subito idea. «Che c’è?»

I suoi occhi sono microscopi che analizzano le cellule della mia esistenza. Attenti, curiosi. «Credevo che potesse esserci un’unica ragione per rinchiudermi insieme a una ragazza, e cioè che fosse pazza. Credevo che volessero torturarmi obbligandomi a condividere la cella con una psicopatica. Ero certo che fossi la mia punizione.»

«Ecco perché mi hai rubato il letto.» Per esercitare potere. Per affermare un diritto. Per attaccare prima di essere attaccato.

Abbassa lo sguardo. Stringe e riapre i pugni, poi si gratta la nuca. «Perché mi hai aiutato? Come facevi a sapere che non ti avrei fatto del male?»

Mi conto le dita per accertarmi che siano tutte al loro posto. «Non l’ho fatto.»

«Non mi hai aiutato, oppure non sapevi se ti avrei fatto del male?»

«Adam.» Le mie labbra si curvano assecondando la forma del suo nome. Mi sorprende scoprire quanto amo il modo semplice e familiare in cui quel suono mi rotola sulla lingua.

Siede, immobile quasi quanto me. Strizza gli occhi per via di un’emozione che non so riconoscere. «Dimmi.»

«Com’è?» chiedo pronunciando ogni parola a voce più bassa della precedente. «Lì fuori.» Nel mondo reale. «È peggio che qui?»

Un dolore sciupa quei lineamenti così ben modellati. Passano alcuni battiti di cuore, prima che risponda. Sbircia fuori dalla finestra. «Onestamente? Non so se sia meglio stare qui dentro o là fuori.»

Seguo il suo sguardo fino alla lastra di vetro che ci separa dalla realtà e attendo che le sue labbra si schiudano; aspetto di sentirgli dire qualcosa. Dopodiché mi sforzo di prestare attenzione mentre le sue parole rimbalzano tra le pareti del mio cranio creando scompiglio, annebbiandomi i sensi, offuscandomi la vista, appannando la mia concentrazione.

Sapevi che era un movimento internazionale? mi chiede Adam.

Non lo sapevo, rispondo. Non gli dico che sono stata trascinata fuori di casa 3 anni fa. Non gli dico che sono stata trascinata via esattamente 7 anni dopo l’inizio della propaganda della Restaurazione, e 4 mesi dopo la sua salita al potere. Non gli dico di quanto poco sappia del nostro nuovo mondo.

Adam dice che la Restaurazione ha allungato i suoi tentacoli in ogni Paese, e che aspetta solo il momento giusto per mettere i suoi leader ai posti di comando. Dice che la superficie abitabile della terra è stata divisa in 3333 settori controllati ciascuno da una diversa Autorità.

Lo sapevi che ci hanno mentito? mi chiede Adam.

Secondo la Restaurazione occorreva assumere il controllo assoluto, occorreva salvare la società, occorreva ristabilire la pace, lo sapevi? E sapevi che secondo loro l’unico modo per ottenere la pace era eliminare tutte le voci dell’opposizione?

Lo sapevi? mi chiede Adam.

E a questo punto annuisco. A questo punto rispondo di sì.

Questa è la parte che ricordo: l’ira. Le rivolte. La violenza.

Chiudo gli occhi nel tentativo inconscio di frenare i brutti ricordi, ma fallisco. Proteste. Manifestazioni. Grida d’aiuto. Rivedo donne e bambini che muoiono di fame, case distrutte e rase al suolo, le campagne devastate dagli incendi, con i corpi putrefatti dei morti come unici frutti. Rivedo cadaveri cadaveri cadaveri, e rosso e bordeaux e marrone, e il pianeta imbrattato della sfumatura più intensa del rossetto preferito di mia madre.

Morte dovunque. Morte.

La Restaurazione fa ogni sforzo possibile per controllare la popolazione, spiega Adam. Mi racconta che la Restaurazione fa ogni sforzo possibile per combattere i ribelli che rifiutano di sottomettersi al regime.

La Restaurazione punta a imporsi come nuova forma di governo in tutte le comunità internazionali. Chissà cos’è successo alle persone che vedevo tutti i giorni. Cosa ne è stato delle loro abitazioni, dei loro genitori, dei loro figli. Chissà quanti di loro sono stati sepolti.

Quanti di loro sono stati uccisi.

«Stanno distruggendo tutto» dice Adam con improvvisa solennità. «Libri, manufatti, qualsiasi reperto della storia umana. Secondo loro, solo così potranno aggiustare la situazione; abbiamo bisogno di ripartire da zero. Dicono che non possiamo commettere gli stessi errori delle scorse generazioni.»

2 colpi alla porta ci fanno balzare in piedi, ci catapultano di nuovo in questo mondo desolato.

Adam inarca un sopracciglio. «La colazione?»

«Aspetta tre minuti» gli ricordo. Siamo bravissimi a mascherare la fame, almeno finché i colpi alla porta non annientano la nostra dignità. Ci affamano di proposito.

«Va bene.» Accenna un sorriso. «Non voglio correre il rischio di scottarmi.» Avanza verso di me provocando uno spostamento d’aria.

Sono una statua.

«Continuo a non capire» dice a voce bassissima. «Perché sei qui?»

«Perché fai tante domande?»

Si ferma a meno di trenta centimetri da me, che intanto sono a un passo dall’autocombustione. «Che sguardo profondo.» Inclina la testa. «Così sereno. Voglio sapere a cosa pensi.»

«Non dovresti.» Mi si spezza la voce. «Nemmeno mi conosci.»

Lui scoppia a ridere, e i suoi occhi si accendono di vita. «Non ti conosco.»

«No.»

Scuote la testa. Si siede sul letto. «Giusto. Certo che no.»

«Come?»

«Hai ragione.» Si riempie d’aria i polmoni. «Forse sono pazzo.»

Arretro di due passi. «Forse lo sei.»

Quando riprende a sorridere mi viene voglia di fotografarlo. Starei a guardare la curva delle sue labbra per il resto della vita. «Lo sai che non lo sono.»

«Però non vuoi dirmi perché sei qui» lo sfido.

«E tu fai lo stesso.»

M’inginocchio accanto alla porta socchiusa e tiro il vassoio all’interno. Due tazze di latta colme di una sostanza fumante non identificabile. Adam si siede di fronte a me a gambe incrociate.

«La colazione» dico. E gli allungo la sua razione.





SEI


1 parola, 2 labbra, 3 4 5 dita a formare 1 pugno. 1 angolo, 2 genitori, 3 4 5 ragioni per nascondersi. 1 bambina, 2 occhi, 3 4 17 anni di paura. Il manico di scopa rotto, un paio di visi stravolti, bisbigli rabbiosi, lucchetti alla mia porta. Guardatemi, questo avrei voluto dirvi. Parlatemi ogni tanto. Trovate una cura per queste lacrime, perché mi piacerebbe respirare per la prima volta in vita mia.

Sono trascorse due settimane. 2 settimane della solita routine, 2 settimane fatte di nient’altro che della solita routine. 2 settimane insieme al mio compagno di cella che si è avvicinato troppo e ha cercato di toccarmi che non mi tocca. Adam si sta adattando. Non si lamenta, non offre troppe informazioni di sua spontanea volontà, continua a fare troppe domande. Con me è gentile.

Siedo alla finestra e osservo la pioggia, le foglie e la neve scontrarsi. Danzare nel vento in coreografie a beneficio di masse ignare. I soldati marciano marciano marciano sotto la pioggia schiacciando sotto i piedi le foglie e la neve. Hanno mani avvolte in guanti che avvolgono fucili che potrebbero trapassare un milione di possibilità, con una sola pallottola. Non si prendono il disturbo di lasciarsi turbare dalla bellezza che scende dal cielo. Non capiscono quale libertà dia la percezione dell’universo sulla pelle. Non gli importa.

Quanto vorrei riempirmi la bocca di pioggia e le tasche di neve. Quanto vorrei seguire col dito le venature di una foglia caduta e avvertire il vento pizzicarmi il naso.

E invece devo ignorare la disperazione che mi fa stringere i pugni, e cercare con lo sguardo quell’uccello intravvisto solo nei sogni. Si racconta che un tempo gli uccelli volassero. Prima che lo strato di ozono si deteriorasse, prima che gli agenti inquinanti tramutassero gli animali in creature orribili diverse. A quanto pare, il tempo non è sempre stato così imprevedibile. A quanto pare, esistevano uccelli che si libravano in volo come aeroplani.

È strano pensare che un esserino così piccolo possa competere con qualcosa di tanto complesso come l’ingegneria umana, ma è un’eventualità troppo allettante perché si possa ignorarla. Per 10 anni ho sognato lo stesso uccello volare nello stesso cielo. Bianco, con una corona di striature dorate in testa. È l’unico sogno capace di infondermi un senso di pace.

«Cosa scrivi?»

Sollevo lo sguardo e osservo la figura imponente di Adam, quel sorriso spigliato sul suo volto. Non capisco come possa sorridere malgrado tutto. Chissà se riuscirà a conservare l’incurvatura delle labbra che pare in grado di cambiarti la vita. Chissà come si sentirà tra un mese. Il solo pensiero mi dà i brividi.

Non voglio che finisca come me. Svuotato.

«Ehi.» Prende la mia coperta dal letto, si accovaccia, e senza perdere tempo sistema l’esile panno sulle mie spalle ancora più esili. «Stai bene?»

Mi sforzo di sorridere. Decido di eludere la domanda. «Grazie per la coperta.»

Mi si siede accanto, appoggia la schiena al muro. La sua spalla dista poco pochissimo dista troppo dalla mia. Il calore del suo corpo riscalda più di quanto potrebbe mai fare la coperta. Un bisogno estremo, un desiderio disperato che mai sono riuscita a soddisfare mi fa dolere le articolazioni. Le ossa mi implorano, per ottenere qualcosa che non posso permettermi.

Toccami.

Adam sbircia il taccuino che ho in mano, la penna nel pugno. Chiudo il quaderno e lo arrotolo. Lo infilo in una fessura del muro. Studio la penna. So che mi sta fissando.

«Stai scrivendo un libro?»

«No.» Non sto scrivendo un libro.

«Forse dovresti.»

Mi volto e me ne pento all’istante. Ci separano 8 centimetri appena, e non posso muovermi perché il mio corpo è capace solo di pietrificarsi: ogni muscolo s’irrigidisce, ogni vertebra si trasforma in un blocco di ghiaccio. Trattengo il respiro; ho gli occhi sbarrati, fissi, imprigionati dall’intensità del suo sguardo. Sono ipnotizzata. Non so indietreggiare.

Oh.

Dio.

I suoi occhi.

Ho mentito a me stessa, ho deciso di negare l’impossibile.

Lo conosco lo conosco lo conosco lo conosco.

Conosco questo ragazzo che non si ricorda di me.

«Distruggeranno la nostra lingua» dice con cautela, sottovoce.

Respiro a fatica.

«Vogliono ricreare tutto daccapo» prosegue. «Vogliono riprogettare tutto. Vogliono distruggere ogni possibile causa dei nostri problemi passati. Sono convinti che serva una lingua nuova, universale.» Abbassa la voce. Abbassa lo sguardo. «Vogliono distruggere tutto. Tutte le lingue che siano mai esistite.»

«No.» Mi manca l’aria. Mi si annebbia la vista.

«Già.»

«No.» Questo non lo sapevo.

Mi guarda. «Fai bene a scrivere. Un giorno quello che stai facendo sarà illegale.»

Tremo. D’un tratto il mio corpo deve vedersela con un vortice di emozioni, il cervello è tormentato dall’idea del mondo che sto perdendo, si affligge per le parole di questo ragazzo che non si ricorda di me. Lascio cadere la penna e stringo la coperta talmente forte che rischio di lacerarla. Il ghiaccio mi trafigge la pelle, il terrore mi ostruisce le vene. Non avrei mai pensato che le cose potessero degenerare fino a questo punto. Non avrei mai pensato che la Restaurazione potesse spingersi tanto in là. Inceneriscono la cultura, la bellezza che risiede nella diversità. I nuovi cittadini del mondo non saranno altro che numeri: facilmente interscambiabili, facilmente rimovibili, facilmente annientabili in caso di disobbedienza. Abbiamo perso ogni umanità.

M’infagotto nella coperta, sono un bozzolo di tremori che non cessano di straziare il mio corpo. La mia mancanza di autocontrollo mi atterrisce. Non riesco a stare ferma.

D’un tratto sento la sua mano sulla schiena.

Percepisco il tocco attraverso gli strati di stoffa, la mia pelle avvampa, comincio a respirare così forte da far collassare i polmoni. Sono intrappolata in mezzo a correnti di confusione che si scontrano: voglio disperatamente disperatamente disperatamente stargli vicino, voglio disperatamente allontanarmi da lui. Non so come allontanarmi da lui. Non voglio allontanarmi da lui.

Non voglio che abbia paura di me.

«Ehi.» La sua voce è melodiosa melodiosa melodiosa. Le sue braccia sono più forti di tutte le ossa del mio corpo messe assieme. Adam mi attira contro il suo petto mandandomi in frantumi. Due tre quattro cinquantamila pezzi di sentimento mi pugnalano dritto al cuore, si sciolgono in gocce di miele caldo che leniscono le cicatrici dell’anima. Con la sola coperta a frapporsi tra noi, Adam mi tira ancora più vicino a sé, mi stringe più forte, e adesso riesco a sentire i battiti che gli borbottano nel petto. Le sue braccia d’acciaio sciolgono la tensione che mi annoda le membra. Il suo calore scioglie i ghiaccioli che mi puntellano dall’interno e mi fa sgelare sgelare sgelare. Batto rapidamente le palpebre, chiudo gli occhi, e quando lacrime mute iniziano a rigarmi il viso decido che l’unica cosa che voglio è restare così: noi due immobili in questo abbraccio. «Va tutto bene» sussurra Adam. «Starai bene.»

La verità è una padrona gelosa e crudele che non dorme mai, ecco ciò che non gli dico. Non starò mai bene.

Ci vuole ogni fibra spezzata del mio essere per staccarmi da lui. Lo faccio perché devo. Per il suo bene. E mentre mi allontano, un forcone invisibile mi si conficca nella schiena. Incespico nella coperta, corro il rischio di cadere, ma Adam fa per sorreggermi. «Juliette…»

«Non puoi to-toccarmi.» Ho un groppo in gola e sono costretta a stringere i pugni per impedire alle dita di tremare. «Non puoi toccarmi. Non puoi.» Ho gli occhi puntati sulla porta.

Lui si alza in piedi. «Perché?»

«Perché no» sussurro alle pareti.

«Non capisco: perché non mi parli? Te ne stai seduta in un angolo per tutto il giorno a scrivere e a guardare dappertutto tranne che dalla mia parte. Hai un mucchio di roba da dire a un pezzo di carta mentre non degni me, che sono qui, neanche di uno sguardo. Juliette, ti prego…» Fa per toccarmi il braccio, mi scosto. «Perché non mi guardi? Non voglio farti del male.»

Non ti ricordi di me. Non ricordi che abbiamo frequentato la stessa scuola per sette anni.

Non ti ricordi di me.

«Non mi conosci.» La mia voce è inespressiva, piatta; ho le braccia intorpidite, come amputate. «Sei convinto di conoscermi solo perché abbiamo condiviso la stanza per due settimane, ma in realtà non sai niente di me. Forse sono davvero pazza.»

«Non lo sei» dice a denti stretti. «Sai di non esserlo.»

«Allora forse lo sei tu» azzardo. «Perché uno di noi due dev’esserlo per forza.»

«Non è vero.»

«Dimmi perché sei qui, Adam. Cosa ci fai in un manicomio se non hai niente da spartire con un posto del genere?»

«È la stessa domanda che faccio a te da quando sono arrivato.»

«Forse fai troppe domande.»

Inspira forte. Ride di una risata amara. «Siamo le uniche due persone vive in questo posto e tu vorresti ignorarmi?»

Chiudo gli occhi, mi concentro sulla respirazione. «Puoi parlarmi. Ma non puoi toccarmi.»

7 secondi di silenzio si accodano alla conversazione. «E invece forse voglio farlo.»

15.000 sfumature diverse d’incredulità scavano dentro il mio cuore. Sono tentata di lasciarmi andare, soffro soffro soffro, muoio dalla voglia di avere ciò che non posso avere. Gli volto le spalle, ma una bugia mi sfugge di bocca e non posso impedirlo. «Forse io non voglio che tu lo faccia.»

Grugnisce. «Ti disgusto così tanto?»

Ruoto su me stessa, quelle parole mi hanno colta così alla sprovvista da farmi perdere il controllo. Adam mi fissa, ha l’espressione severa, le mascelle serrate, le mani sui fianchi. I suoi occhi sono due secchi di acqua piovana: profondi, freschi, limpidi.

Dolore.

«Non sai di che parli.» Non riesco a respirare.

«Non sei capace di rispondere a una semplice domanda, non è vero?» Scuote la testa e mi dà le spalle.

Modello un’espressione d’impassibilità, ho le braccia e le gambe piene di stucco. Non sento niente. Non sono niente. Svuotata da tutte le emozioni che non susciterò mai. Fisso una crepa vicino alla mia scarpa. La fisserò per sempre. Le coperte cadono sul pavimento. Il mondo si sfoca, le mie orecchie affidano i suoni a un’altra dimensione. Mi si chiudono gli occhi, i pensieri scivolano via, i ricordi mi prendono a calci il cuore.

Lo conosco.

Ho cercato con tutta me stessa di non pensare a lui.

Ho cercato con tutta me stessa di dimenticare il suo viso.

Ho cercato con tutta me stessa di levarmi dalla testa quegli occhi blu, ma io lo conosco lo conosco lo conosco, e sono passati tre anni dall’ultima volta che l’ho visto.

Non potrò mai dimenticare Adam.

Ma lui si è già scordato di me.





SETTE


Ricordo televisori e camini e lavelli di porcellana. Ricordo biglietti del cinema e parcheggi e SUV. Ricordo saloni di parrucchiere, vacanze, imposte di finestre, denti di leone e il profumo di vialetti appena lastricati. Ricordo pubblicità di dentifricio e donne coi tacchi alti e vecchi uomini d’affari. Ricordo postini, biblioteche, boy band, palloncini e alberi di Natale. Ricordo che avevo 10 anni quando diventò impossibile ignorare la penuria di cibo, quando i prezzi rincararono così tanto che nessuno poté più permettersi di comprare quanto bastava per sopravvivere.

Adam non mi rivolge la parola. Forse va bene così. Forse non aveva senso sperare che diventassimo amici, forse è meglio che si convinca di non piacermi affatto, piuttosto che di piacermi tantissimo. Ho l’impressione che custodisca un grande dolore, ma l’idea di scoprire i suoi segreti mi spaventa. Non vuole raccontarmi perché si trova qui. Ma a dire il vero, nemmeno io gli confido molto. Eppure eppure eppure.

La notte scorsa mi è bastato il ricordo delle sue braccia strette attorno a me per tenere a bada le grida. Il calore di un abbraccio gentile, la potenza di mani così sicure da tenere insieme tutti i miei pezzi, il sollievo provato nel liberarmi dal peso di anni e anni di solitudine. Mi ha fatto un dono che non posso ricambiare. Toccare Juliette è quasi impossibile. Non dimenticherò mai l’orrore negli occhi di mia madre, l’agonia sul viso di mio padre, la paura scolpita nelle loro espressioni. La loro figlia era è un mostro. Posseduta dal demonio. Tormentata dalle tenebre. Malvagia. Un abominio. Medicinali, esami, cure inutili. Terapie psicoanalitiche inutili. È una mina vagante, ecco ciò che dicevano gli insegnanti. Non abbiamo mai visto nulla del genere, ecco ciò che dicevano i dottori. Dovreste allontanarla da casa, ecco ciò che dicevano i poliziotti.

Non c’è problema, riposero i miei genitori. Avevo 14 anni, quando decisero di liberarsi di me. Quando restarono a guardare impassibili mentre venivo trascinata via perché mi ero macchiata di un omicidio che non credevo di poter commettere. Forse il fatto che io sia rinchiusa in cella rende il mondo un posto più sicuro. Forse, odiandomi, Adam corre meno rischi. Siede in un angolo e si tiene il viso tra i pugni.

Ferirlo era l’ultima cosa che desideravo.

Ferire l’unica persona che non ha mai voluto ferirmi era l’ultima cosa che desideravo.

La porta si spalanca, e 5 uomini fanno irruzione, ci puntano contro i fucili. Mentre Adam scatta in piedi, io resto di sasso. Mi dimentico di inspirare. È passato così tanto tempo da quando ho visto così tante persone tutte insieme, che sono stordita. Dovrei gridare.

«MANI IN ALTO, GAMBE DIVARICATE, BOCCA CHIUSA. RESTATE FERMI E NON VI SPAREREMO.»

Sono ancora impietrita. Dovrei muovermi, alzare le braccia, allargare i piedi, ricordarmi di respirare. Mi sento come se qualcuno mi stesse sgozzando.

L’uomo che abbaia ordini mi colpisce alla schiena con il calcio del fucile, e le mie ginocchia crocchiano quando urtano il pavimento. Finalmente torno a percepire il sapore dell’ossigeno, accompagnato da quello del sangue. Credo che Adam stia gridando, ma la mia attenzione è assorbita dall’agonia che mi strazia. Sono del tutto paralizzata.

«Vuoi capirlo che devi tenere la bocca CHIUSA?» Sbircio di lato; Adam ha una canna di fucile a 5 centimetri dal viso.

«IN PIEDI.» Uno stivale con la punta rinforzata si abbatte sulle mie costole cavandone un rumore sordo. Deglutisco i singhiozzi strozzati che minacciano di soffocarmi. «Ho detto IN PIEDI.» Un altro calcio, più forte, più rapido, più vigoroso, stavolta in pancia. Non riesco neanche a urlare.

Alzati Juliette. Alzati. Se non lo fai spareranno ad Adam.

Mi tiro sulle ginocchia e incespico nel tentativo di mantenere l’equilibrio e non ricadere contro il muro alle mie spalle. Sollevare le mani è una tortura più grande di quanto mi aspettassi. I miei organi sono inanimati, le ossa spezzate, la pelle è un colino forato da spilli e aghi di dolore. Finalmente sono venuti a uccidermi. Ecco perché hanno messo Adam in cella con me. Perché sto per andare via. Adam è qui perché io sto per andarmene, perché si sono dimenticati di uccidermi per tempo, perché gli istanti della mia vita sono giunti al termine, perché il mondo ha già tollerato per diciassette anni la mia presenza. Ora mi faranno fuori.

Mi sono sempre domandata come sarebbe successo. Chissà se questo renderà felici i miei genitori.

Qualcuno ride. «Be’, dimmi tu se non sei una stronzetta.»

Non so neanche se si stia rivolgendo a me. Fatico a concentrarmi sul tenere le mani in alto.

«Non piange nemmeno» aggiunge qualcuno. «Di solito le ragazze invocano pietà, a questo punto.»

Inizio a confondere le pareti col soffitto. Chissà quanto a lungo riuscirò a trattenere il respiro. Non riesco a capire le parole non riesco a distinguere i suoni il sangue affluisce veloce alla testa e le labbra sono due blocchi di calcestruzzo che non riesco a schiudere neanche un po’. Ho un’arma puntata alla schiena e avanzo incespicando. La stanza si capovolge. Mi trascino in una direzione che non riesco a decifrare.

Spero che mi uccidano presto.





OTTO


Impiego due giorni per riaprire gli occhi. Accanto a me ci sono una ciotola d’acqua e una di cibo freddo che svuoto con mani tremanti. Un dolore sordo si fa strada nelle mie ossa, un’arsura disperata mi brucia la gola. Non credo di avere nulla di rotto, ma mi basta dare un’occhiata sotto la maglia per avere la prova che il dolore era reale. I lividi sono fiori scoloriti, gialli e blu, uno strazio al tatto e lenti a guarire.

Adam non c’è. Sono sola in un cubo di solitudine, 4 pareti che non misurano più di 3 metri ciascuna; l’unica presa d’aria è una fessura nella porta. Non appena do sfogo all’immaginazione che mi terrorizza, però, la pesante porta di metallo si spalanca di colpo. Una sentinella con due fucili a tracolla mi squadra dalla testa ai piedi.

«Alzati.»

Questa volta non esito. Spero che almeno Adam sia al sicuro.

Spero che non faccia la mia stessa fine.

«Seguimi.» La sentinella ha una voce ferma e profonda, gli occhi grigi e imperscrutabili. Sembra avere all’incirca 25 anni, ha i capelli biondi rasati sui lati e sulla nuca, le maniche della camicia arrotolate fino alle spalle e sugli avambracci tatuaggi militari simili a quelli di Adam.

Oh.

Dio.

No.

Adam affianca la sentinella bionda e mi indica uno stretto corridoio con il proprio fucile. «Muoviti.»

Adam mi sta puntando un’arma al petto.

Adam mi sta puntando un’arma al petto. Adam mi sta puntando un’arma al petto. I suoi occhi mi sono sconosciuti, vitrei e distanti, lontani, lontanissimi. Sono un ammasso di novocaina. Sono intontita: un mondo fatto di nulla, privato di qualunque emozione o sentimento. Sono un sussurro mai pronunciato. Adam è un soldato. Adam desidera la mia morte. Ora che ogni sensazione è amputata, ora che il dolore è un urlo distante e sconnesso dal mio corpo, lo fisso apertamente. I miei piedi avanzano per inerzia; le mie labbra restano serrate perché incapaci di trovare parole adatte al momento.

La morte sarebbe una liberazione gradita dalle gioie terrene che ho conosciuto.

Non so per quanto cammino prima che l’ennesimo colpo alla schiena mi scaraventi a terra. Batto le palpebre, investita da una luce abbagliante cui non sono più abituata. Mi lacrimano gli occhi, ma aguzzo la vista nel tentativo di scorgere qualcosa malgrado le lampade al neon accecanti. Intravvedo a malapena.

«Juliette Ferrars.» Il mio nome risuona nella stanza. Qualcuno mi tiene inchiodata al pavimento premendomi lo stivale contro la schiena, perciò non riesco a sollevare la testa per vedere chi parla. «Weston, abbassa le luci e lasciala andare. Voglio guardarla in faccia.» L’ordine è freddo, duro come l’acciaio, minacciosamente pacato; risulta efficace senza alcuno sforzo.

L’illuminazione viene abbassata a un livello tollerabile. Ho ancora l’orma dello stivale impressa sulla schiena, ma almeno non ho più la suola addosso. Sollevo la testa. La prima cosa che mi colpisce è la sua età. Deve avere pochi anni più di me.

È chiaro che occupa una posizione di comando, anche se ignoro quale. Ha la pelle impeccabile, senza la minima imperfezione, e le mascelle affilate e possenti.

È bellissimo.

Ha un ghigno volutamente malvagio. Siede all’estremità della sala vuota, su quello che crede un trono, ma che in realtà è una semplice sedia. Indossa un completo stirato alla perfezione, ha i capelli biondi pettinati con cura ed è circondato da soldati che gli fanno da guardie del corpo.

Lo odio.

«Sei cocciuta.» Ha gli occhi di un verde quasi trasparente. «Ti rifiuti sempre di collaborare. Sei stata sgarbata persino con il tuo compagno di cella.»

Senza volerlo sussulto. Il tradimento brucia e mi fa arrossire il collo. A sorpresa Occhi Verdi sembra divertito, e la cosa mi mortifica. «Questo sì che è interessante.» Schiocca le dita. «Kent, fa’ un passo avanti per piacere.»

Alla vista di Adam mi si ferma il cuore. Kent. Si chiama Adam Kent.

Sono in fiamme, dalla testa ai piedi. Adam si affianca a Occhi Verdi, si limita a salutarlo con un deciso cenno del capo. Il suo superiore non è così importante come crede di essere, forse.

«Signore» dice Adam.

Il mio cervello è una matassa di pensieri: impossibile trovare il bandolo della pazzia che va aggrovigliandosi. Dovevo intuirlo. Avevo già sentito parlare di soldati che s’infiltravano tra la gente comune e riferivano alle autorità ogni comportamento sospetto. Le sparizioni di civili erano all’ordine del giorno. E nessuno faceva mai ritorno.

Eppure non riesco ancora a capire perché abbiano mandato Adam a spiarmi.

«A quanto pare hai fatto colpo.»

Osservo con maggiore attenzione l’uomo sulla sedia e mi accorgo che ha la giacca adorna di mostrine colorate. Souvenir militari. Su una di esse è inciso il suo cognome: Warner. Adam tace. Non guarda verso di me. Sta diritto, 1 metro e 80 di muscoli magnifici asciutti, il profilo marcato e definito. Le stesse braccia che mi hanno tenuta stretta, ora sono fondine di armi letali.

«Nulla da dire, in merito?» Warner scocca un’occhiata ad Adam, poi volta la testa verso di me.

Trova la situazione divertente.

Adam serra le mascelle. «Signore.»

«Ovvio.» D’un tratto Warner sembra annoiato. «Perché dovresti avere qualcosa da dire?»

«Mi ucciderete?» Le parole mi sfuggono di bocca prima che possa accorgermene, e il calcio di un’arma si abbatte di nuovo sulla mia colonna vertebrale. Crollo a terra con un gemito spezzato, ansimo sul pavimento lurido.

«Non era necessario, Roland.» La voce di Warner trasuda falso disappunto. «Al suo posto mi domanderei la stessa cosa, suppongo.» Una pausa. «Juliette?»

Riesco a sollevare la testa.

«Ho una proposta da farti.»





NOVE


Non sono certa di aver sentito bene.

«Tu hai qualcosa che voglio.» Warner mi tiene gli occhi puntati addosso.

«Non capisco» dico.

Respira a fondo, si alza e inizia a misurare a grandi passi la stanza. Adam non è ancora stato congedato. «Tu sei, se così possiamo dire, un mio pallino.» Warner sorride tra sé. «Ho studiato a lungo la tua documentazione.»

Il suo incedere pomposo e arrogante mi infastidisce. Vorrei cancellargli quel ghigno dalla faccia.

Warner si ferma. «Ti voglio nella mia squadra.»

«Cosa?» Un sussurro sorpreso.

«Siamo nel bel mezzo di una guerra» dice Warner con una punta d’impazienza. «Credo che tu sia in grado di fare due più due da sola.»

«Io non…»

«Conosco il tuo segreto, Juliette. So perché ti trovi qui. La tua vita è interamente documentata da certificati ospedalieri, esposti alle autorità, cause legali intricate, petizioni pubbliche che invocano la tua reclusione.» Fa una pausa lunga quanto basta perché l’orrore che ho in gola mi soffochi. «Ho riflettuto a lungo, ma volevo essere sicuro che non fossi davvero psicotica. L’isolamento non lasciava presagire nulla di buono, anche se te la sei cavata piuttosto bene, mi pare.» Il suo sorriso dice che dovrei essergli grata per questo elogio. «Ho mandato Adam come precauzione estrema. Volevo verificare il tuo equilibrio, e accertarmi che fossi in possesso di basilari capacità di comunicazione e interazione con gli altri. E devo ammettere che sono molto soddisfatto del risultato.»

Ho la sensazione che qualcuno mi stia scuoiando.

«Sembra che Adam sia stato fin troppo bravo; ha recitato la parte in maniera eccelsa. È un ottimo soldato. Uno dei migliori, a dirla tutta.» Warner rivolge un’occhiata ad Adam, poi un sorriso a me. «Ma non preoccuparti, non sa di cosa sei capace. Non ancora.»

Mi aggrappo al panico, ingoio l’inquietudine, m’impongo di non guardare nella sua direzione ma non ci riesco non ci riesco non ci riesco. I nostri occhi si incontrano, però Adam distoglie lo sguardo così in fretta da farmi dubitare che sia successo per davvero.

Sono un mostro.

«Non sono crudele come credi» prosegue Warner con una certa cadenza musicale. «Se desideri così tanto la sua compagnia, posso assegnarlo a te come…» indica alternativamente me ed Adam, «… incarico permanente.»

«No» mormoro.

Warner incurva le labbra in un ghigno indifferente. «Oh sì. Ma attenta, signorina. Se fai qualcosa di… cattivo sarà costretto a spararti.»

Pinze tagliacavi aprono buchi nel mio cuore. Le parole di Warner non provocano alcuna reazione in Adam. Sta svolgendo un lavoro. Sono soltanto un numero, una missione, un oggetto rimpiazzabile con facilità; non sono neanche un ricordo nella sua mente. Non sono niente. Non mi aspettavo che il suo tradimento mi gettasse in un tale stato di prostrazione.

«Se accetti» riprende Warner interrompendo i miei pensieri, «vivrai come me. Sarai una di noi, e non una di loro. La tua vita cambierà per sempre.»

«E se non accetto?» chiedo impedendo alla paura di incrinarmi la voce.

Warner appare genuinamente deluso. Congiunge le mani in segno d’incredulità. «In realtà non hai scelta. Se sarai al mio fianco, avrai il tuo tornaconto.» Serra le labbra. «Se invece scegli di disobbedire… be’ credo che tu sia più carina con tutte le parti del corpo intatte, non trovi?»

Respiro con tanto affanno da tremare. «Vuoi che torturi delle persone per conto tuo?»

Un sorriso radioso gli illumina il viso. «Sarebbe magnifico.»

Il mondo sta sanguinando. Warner si rivolge ad Adam senza darmi il tempo di formulare una risposta. «Ti prego, mostrale cosa si sta perdendo.»

Adam impiega un istante di troppo per rispondere. «Signore?»

«È un ordine, soldato.» Warner non mi toglie gli occhi di dosso, si sforza di non dare a vedere quanto si sta divertendo. «Per adesso, preferirei finirla qui. La ragazza è un po’ troppo irruente per i miei gusti.»

«Non potete toccarmi» sibilo.

«Sbagliato» cantilena lui. Getta ad Adam un paio di guanti neri. «Ti serviranno questi» gli sussurra in tono cospiratorio.

«Sei un mostro.» La mia voce è serafica, se paragonata all’improvvisa furia che sento montarmi dentro. «Perché non mi uccidi e la fai finita?»

«Mia cara, sarebbe un tale spreco.» Si avvicina, e mi accorgo che ha prudentemente protetto le mani con un paio di guanti di pelle bianca. Si china e mi solleva il mento con un dito. «Senza contare che sarebbe un peccato rinunciare a questo bel visino.»

Cerco di ritrarmi, ma lo stivale con la punta rinforzata che già mi ha colpito alla schiena torna alla carica; Warner mi prende il viso tra le mani. Soffoco un urlo. «Non opporre resistenza, tesoro. Non farai altro che complicarti la vita.»

«Spero che tu marcisca all’inferno.»

Warner contrae le mascelle. Un singolo gesto gli basta per dissuadere chi sta per spararmi, o prendermi a calci la milza, o spaccarmi il cranio, chissà. «Ti batti per la squadra sbagliata.» Si raddrizza. «Ma su questo possiamo lavorare. Adam» chiama. «Non perderla d’occhio. La affido a te.»

«Sì, signore.»





DIECI


Adam infila i guanti, ma non mi tocca. «Lascia che si alzi, Roland. Ora me ne occupo io.»

Lo stivale scompare. Mi trascino, ho lo sguardo perso nel vuoto. Non voglio pensare all’orrore che mi attende. Qualcuno mi assesta un calcio alle ginocchia e per poco non mi rispedisce a terra. «Continua a camminare» ringhia una voce alle mie spalle. Mi guardo attorno e mi accorgo che Adam si è allontanato. È lui che devo seguire.

Quando torniamo nella familiare cecità dei corridoi del manicomio Adam si ferma.

«Juliette.» Un unico sussurro capace di trasformare in aria le mie articolazioni.

Non rispondo.

«Dammi la mano» dice.

«Mai» riesco a ribattere tra una mezza boccata di ossigeno e l’altra. «Mai.»

Un sospiro triste. Lo sento scivolare nelle tenebre, e un attimo più tardi il suo corpo è accanto al mio, tanto vicino da disarmarmi. Adam mi poggia una mano all’altezza dei reni, mi guida lungo i corridoi verso una meta ignota. Ogni centimetro della mia pelle è arrossito. Devo sforzarmi di tenere la schiena diritta e di non abbandonarmi tra le sue braccia.

Camminiamo più di quanto mi aspettassi. E quando Adam infine parla, sospetto che ci siamo. «Stiamo per uscire» mi sussurra all’orecchio. Stringo i pugni per tenere a bada i sussulti che intralciano il battito del mio cuore. Sono così distratta dal suono della sua voce che faccio fatica a capire il senso delle sue parole. «Pensavo dovessi saperlo.»

Mi limito a rispondergli con un respiro rumoroso. Non esco da quasi un anno. Mi sento pervadere da un’eccitazione dolorosa, ma è trascorsa una vita dall’ultima volta in cui ho sentito la luce naturale sulla pelle, e non so se riuscirò a sopportarla. Non ho altra scelta.

La prima cosa che mi colpisce è l’aria.

La nostra atmosfera ne è carente, ma dopo aver vissuto per mesi in un angolo di calcestruzzo, persino l’ossigeno scadente di questa nostra Terra che muore ha il sapore del paradiso. Ne inalo il più possibile. Mi riempio i polmoni. Cammino nella brezza leggera e afferro una manciata di vento che mi passa tra le dita.

Una gioia che mi è sconosciuta.

L’aria è pungente, gelida. Un tuffo rinfrescante in un nulla palpabile che mi pizzica gli occhi e mi morde la pelle. Il sole è alto, si riflette sulle chiazze di neve che ghiacciano il terreno e acceca. La luce intensa mi preme sugli occhi costringendomi a socchiuderli, ma i raggi caldi mi avvolgono come una giacca cucita su misura, come l’abbraccio di una creatura sovrumana. Potrei restare immobile in questo istante per sempre. Per un secondo che dura quanto l’eternità, mi sento libera.

Il tocco di Adam mi riporta di colpo alla realtà. Trasalisco, lui mi afferra per la vita. Imploro le mie ossa perché smettano di tremare. «Stai bene?» I suoi occhi mi sorprendono. Sono come li ricordavo, blu, e come abissi oceanici, senza fondo. Mi cinge con delicatezza.

«Non voglio che mi tocchi» mento.

«Non hai altra scelta» risponde senza guardarmi.

«Io ho sempre una scelta.»

Si passa una mano tra i capelli e deglutisce il nulla. «Seguimi.»

Ci troviamo in uno spazio vuoto, un acro deserto di foglie secche e alberi morenti che si abbeverano a piccoli sorsi dalle pozze di neve sciolta. Il panorama è sfigurato dalla guerra e dall’incuria, ma è ciò che di più bello abbia mai visto da parecchio tempo a questa parte. Quando Adam apre lo sportello di un’auto, i soldati interrompono la marcia per fermarsi e studiarci.

In realtà non si tratta di un’auto. È un carro armato.

Ne osservo la massiccia struttura metallica, e mentre provo a salire a bordo mi ritrovo Adam alle spalle. Mi solleva prendendomi per i fianchi, mi fa accomodare lasciandomi senza fiato. Ci dirigiamo in silenzio verso una meta ignota.

Non mi perdo nulla di ciò che scorre fuori dal finestrino.

Bevo, mangio, assimilo ogni dettaglio infinitesimale nascosto tra i rottami, all’orizzonte, nelle case abbandonate e tra le carcasse di metallo e i frammenti di vetro disseminati dappertutto. Il mondo, orfano di vegetazione e calore, sembra nudo. Non ci sono cartelli stradali né segnali di stop; non servono. Non esiste trasporto pubblico. Si sa che adesso le vetture sono costruite da un’unica compagnia e vendute a un prezzo assurdo.

Pochissimi hanno una via di fuga.

I miei genitori La popolazione è stata distribuita nelle zone ancora vivibili del Paese. La spina dorsale del paesaggio è costituita da edifici industriali: scatole metalliche di forma rettangolare, alte, zeppe di macchinari che servono per rafforzare l’esercito, rafforzare la Restaurazione, annientare massicce porzioni di civiltà.

Carbonio/Catrame/Acciaio

Grigio/Nero/Argento

Il cielo è insudiciato da tinte fosche che sgocciolano dentro la poltiglia che un tempo era neve. I cumuli di immondizia sono dovunque, macchie di erba ingiallita fanno capolino in mezzo alla devastazione.

Le case del vecchio mondo sono state abbandonate: finestre infrante e tetti collassati, facciate un tempo rosse, verdi e blu sono ormai sbiadite in sfumature che meglio si addicono al nostro futuro radioso. Vedo i comprensori costruiti senza criterio sulla landa desolata e inizio a ricordare. Dovevano essere temporanei. La loro edificazione era iniziata pochi mesi prima che m’internassero. Stando ai proclami della Restaurazione, quei minuscoli e freddi quartieri sarebbero serviti fino a quando i dettagli del nuovo programma non fossero stati stabiliti. Fino a quando l’intera popolazione non fosse stata sottomessa. Fino a quando le persone non avessero smesso di protestare e si fossero rese conto che il cambiamento era un bene per loro, un bene per i loro figli, un bene per il loro futuro.

Ricordo che c’erano delle regole.

Basta fantasie pericolose, basta prescrizioni mediche. Le nuove generazioni sarebbero state generate solo da individui in salute. Gli ammalati dovevano essere rinchiusi. Gli anziani sterminati. Gli individui disturbati ceduti ai manicomi. Solo i forti dovevano sopravvivere.

Sì.

Certo. Basta lingue insulse e storie insulse e dipinti insulsi su mensole insulse. Basta Natale, basta Hanukkah, Ramadan o Diwali. Basta chiacchiere sulla religione, sul credo, sulle convinzioni personali. Erano le opinioni personali a ucciderci, ecco ciò che dicevano.

Convincimenti priorità preferenze pregiudizi e ideologie ci dividevano. Ci illudevano. Ci distruggevano.

Bisogni egoistici, necessità e desideri dovevano essere eliminati. Si dovevano estirpare dal comportamento umano l’avidità, l’indulgenza e l’ingordigia. La soluzione stava nell’autocontrollo, nel minimalismo, in condizioni di vita moderate; in una lingua semplice e in un dizionario nuovo di zecca colmo di parole comprensibili a tutti.

Questo ci avrebbe salvato, questo avrebbe salvato i nostri figli e la razza umana, ecco ciò che dicevano.

Restaurare l’uguaglianza. Restaurare l’umanità. Restaurare la speranza, il risanamento e la felicità.

SALVACI!

UNISCITI A NOI!

RESTAURA LA SOCIETÀ!

I manifesti sono ancora affissi ai muri.

Il vento ne sferza i resti sbrindellati, ma rimangono fissati saldamente alle strutture d’acciaio e di calcestruzzo contro cui sbattono. Certi sono ancora incollati a pali della luce incoronati da altoparlanti. Altoparlanti che aggiornano le persone circa i pericoli imminenti che, senz’altro, le circondano.

Però regna un silenzio inquietante.

I pedoni avanzano al freddo e al gelo diretti in fabbrica, o alla ricerca di cibo per le famiglie. In questo mondo la speranza sgorga come sangue dalla canna di una pistola.

A nessuno interessa più il pensiero.

Un tempo la gente chiedeva speranza. Voleva credere che le cose potessero migliorare. Voleva credere che fosse possibile tornare a occuparsi solo di gossip e vacanze, di dove andare il sabato sera. Così, quando la Restaurazione promise un futuro troppo perfetto per essere verosimile, la società lo accettò per disperazione. Stavamo vendendo l’anima a un movimento che intendeva approfittarsi della nostra ignoranza. Della nostra paura. Ma non ce ne rendevamo conto.

Se la paura paralizza la maggioranza della popolazione civile impedendole di protestare, però, questo non vuol dire che non esista una minoranza che non si lascia atterrire. Persone che aspettano il momento adatto. Persone che hanno già cominciato a reagire.

Spero che non sia troppo tardi per reagire.

Esamino ogni ramo tremulo, ogni soldato imponente, ogni finestra. I miei occhi sono borseggiatori di professione, arraffano tutto ciò che possono e lo stipano nella mia mente.

Perdo il conto dei minuti.

Ci fermiamo di fronte a una struttura 10 volte più grande del manicomio, in una zona sospettosamente centrale. Ha l’aspetto di un edificio qualunque; l’unica caratteristica appariscente sono le dimensioni: 4 mura lisce incorporate in lastre di metallo grigio; finestre crepate che scandiscono 15 piani di altezza. È spoglio e privo di targhe, di insegne, di qualunque cosa possa svelarne l’identità.

Un quartier generale mimetizzato tra le masse.

L’interno del carro armato è un guazzabuglio di leve e di pulsanti, ma Adam apre lo sportello prima che io abbia il tempo di capire come azionarli. Mi solleva e mi depone in strada; sono certa che riesca a sentire il mio cuore, considerato quanto mi batte forte. Dopo avermi aiutata, però, continua a tenermi le mani sui fianchi.

Lo guardo.

Mi fissa, ha la fronte corrugata, le labbra le labbra le labbra sono due linee di frustrazione saldate l’una all’altra.

Indietreggio, e le 10.000 particelle che si trovavano fra di noi vanno in frantumi. Lui abbassa lo sguardo. Mi dà le spalle. Sospira e stringe i pugni con fare incerto. «Da questa parte.» Fa un cenno verso l’edificio.

Lo seguo all’interno.





UNDICI


Sono così pronta per un orrore inimmaginabile, che la realtà è quasi peggio. Le pareti trasudano denaro sporco, i pavimenti di marmo devono essere costati quanto una provvista annuale di cibo, e i mobili di lusso e i tappeti persiani quanto cure mediche da centinaia di migliaia di dollari. Avverto il calore artificiale che si riversa nell’ambiente attraverso i condotti d’areazione e penso ai bambini che chiedono acqua potabile. Guardo i lampadari di cristallo e sento le madri che invocano pietà. Osservo un mondo superficiale nel bel mezzo di una realtà terrificante, e non riesco a muovermi.

Fatico a respirare.

In quanti sono morti, per sostenere questo sfarzo? Quanti hanno perduto la casa, i figli e gli ultimi cinque dollari in banca in cambio di promesse promesse promesse una valanga di promesse? Ci avevano promesso, la Restaurazione aveva promesso un futuro migliore. Che le cose si sarebbero sistemate, che avremmo recuperato il mondo che conoscevamo – un mondo di appuntamenti romantici al cinema, matrimoni primaverili e feste in onore di nascituri. La Restaurazione sosteneva che avremmo riavuto le nostre abitazioni, la nostra salute, il nostro futuro sostenibile.

E invece ci hanno portato via tutto.

Si sono presi tutto. La mia vita. Il mio futuro. La mia salute mentale. La mia libertà.

Hanno riempito il mondo di armi puntate alla fronte, e sorriso mentre facevano fuoco per 16 volte, 16 candeline proiettate nel nostro futuro. Hanno ammazzato chi era abbastanza forte da ribellarsi, e rinchiuso chi era troppo diverso per dimostrarsi all’altezza delle loro utopiche aspettative. Gente come me.

E qui c’è la prova della loro corruzione.

Sto sudando freddo, mi tremano le dita per il disgusto, le gambe non reggono il peso dello sperpero dello sperpero dello sperpero dello sperpero egoista racchiuso tra queste 4 mura. Non vedo altro che rosso. Sangue. Schizzato sulle pareti, sui tappeti, che gocciola dai lampadari.

«Juliette…»

Crollo.

Sono in ginocchio, oppressa dal dolore che tante volte ho sopportato, gonfia di singhiozzi che non posso più trattenere. La mia dignità si scioglie tra le lacrime, l’agonia di quest’ultima settimana mi dilania la pelle.

Non so più respirare.

Non riesco a risucchiare l’ossigeno che mi circonda, sono in preda ai conati, sento voci e vedo volti che non riconosco, frammenti di parole che l’inquietudine distorce, pensieri talmente confusi che presto mi chiedo se sono sveglia, o se ho perso conoscenza.

Forse sono ufficialmente impazzita.

Vengo sollevata da terra. Adam mi porta in braccio come se fossi un sacco di piume e si fa largo tra i soldati che, richiamati dal trambusto, sono accorsi per dare un’occhiata; so che non dovrei desiderare ciò che sta accadendo, ma per un istante non me ne curo. Voglio dimenticare che dovrei odiare Adam, colui che mi ha tradita e che lavora per gli stessi individui che stanno cercando di annientare il poco di umanità che ancora resiste.

Affondo il viso nella morbida stoffa della sua divisa, premo la guancia contro la maglia, contro il petto, e inspiro quel suo profumo che sa di forza e coraggio, che ha l’odore del mondo che annega sotto la pioggia. Voglio rimanere tra le sue braccia per sempre sempre sempre sempre. Quanto vorrei potergli sfiorare la pelle, quanto vorrei che non ci fossero barriere tra di noi.

La realtà mi schiaffeggia in pieno viso. La mortificazione mi confonde, una terribile umiliazione annebbia le mie capacità di giudizio; trasudo rossore. Mi aggrappo alla maglia di Adam.

«Uccidimi» dico. «Sei armato…» Cerco di divincolarmi, ma lui non allenta la presa. A dispetto dell’espressione neutrale, sta serrando le mascelle e irrigidendo i muscoli delle braccia. «Uccidimi e basta» lo imploro.

«Juliette.» Nella sua voce ferma spicca una nota di disperazione. «Ti prego.»

Sono di nuovo frastornata. Impotente. Mi sciolgo, sento la vita fluire via dagli arti e abbandonarmi.

Siamo davanti a una porta.

Adam striscia una tessera magnetica in un lettore di vetro nero posto accanto alla maniglia, e la porta di acciaio inossidabile si apre scorrendo.

Entriamo.

Ci ritroviamo in una stanza. Non ci sono altre persone.

«Per favore non lasciarmi andare mettimi giù» gli dico.

Al centro c’è un letto matrimoniale, il pavimento è rivestito da una moquette sontuosa; lungo una delle pareti c’è un guardaroba, dal soffitto pendono lampadari scintillanti. Una bellezza corrotta che ferisce i miei occhi. Adam mi adagia sul materasso soffice e arretra di un passo.

«Credo che resterai qui per un po’» si limita a dire.

Serro le palpebre. Non voglio pensare all’inesorabile agonia che mi attende. «Per favore» gli dico. «Vorrei restare sola.»

Un sospiro penoso. «Impossibile.»

«Cosa intendi dire?» Mi volto di scatto verso di lui.

«Devo sorvegliarti, Juliette.» Sussurra il mio nome. Il mio cuore il mio cuore il mio cuore. «Warner vuole che tu capisca cosa ti sta offrendo, ma ti considera ancora… una minaccia. Ti ha assegnata a me. Non posso andarmene.»

Non so se essere eccitata o terrorizzata. Sono terrorizzata. «Devi vivere con me?»

«Io vivo in caserma, dall’altra parte dell’edificio. Insieme al resto dei soldati. Però sì.» Si schiarisce la voce. Non mi guarda. «Mi trasferirò qui.»

Un dolore mi prende lo stomaco e mi snerva. Vorrei odiarlo, giudicarlo, urlare di qui all’eternità. Ma non ce la faccio, perché ogni volta che lo guardo vedo solo un ragazzino di 8 anni che non ricorda di essere stata la persona più gentile che io abbia mai conosciuto.

Mi rifiuto di credere che tutto ciò stia accadendo per davvero.

Chiudo gli occhi e mi accoccolo in posizione fetale.

«Devi vestirti» dice Adam dopo un istante.

Sollevo la testa. Lo guardo perplessa. «Sono già vestita.»

Adam si sforza di non fare troppo rumore mentre si schiarisce di nuovo la gola. «Il bagno è da quella parte.» Indica una porta e scatena la mia curiosità. Ho sentito parlare di persone che hanno il bagno in camera. Immagino che il bagno non si trovi propriamente nella stanza, ma nelle immediate vicinanze. Così scendo dal letto e seguo il dito di Adam. Mentre apro la porta, eccolo ricominciare. «Puoi farti la doccia e cambiarti. Il bagno è l’unico posto in cui non sono state installate delle videocamere di sorveglianza» aggiunge con voce malferma.

Nella mia stanza ci sono delle videocamere.

Ovvio.

«Lì troverai dei vestiti.» Indica l’armadio. Tutto a un tratto sembra a disagio.

«E tu non puoi andare via?» chiedo.

Si gratta la testa e si siede sul letto. Sospira. «Warner ti aspetta per cena. Devi prepararti.»

«Cena?» I miei occhi devono sembrare due lune.

Adam si è rabbuiato. «Già.»

«Non vuole farmi del male?» Mi vergogno del sollievo che lascio trapelare, per l’imprevisto allentarsi della tensione, per la paura che scopro di aver covato finora. «Vuole offrirmi la cena?» Sono affamata, il mio stomaco è un buco agonizzante, muoio di fame muoio di fame muoio di fame Non immagino che sapore possa avere il cibo vero.

L’espressione di Adam è tornata imperscrutabile. «Faresti meglio a sbrigarti. Ti faccio vedere come funziona tutto.»

Entra nel bagno prima che io abbia il tempo di protestare, così lo seguo. Lascia la porta aperta e si ferma al centro del piccolo ambiente; non capisco perché, ma mi sta dando le spalle. «Lo so come si usa un bagno» dico. Un tempo abitavo in una casa normale. Un tempo avevo una famiglia.

Mi sento sopraffare dal panico quando Adam si volta, lentamente. Solleva la testa e si guarda attorno. Poi mi fissa a occhi stretti, la fronte corrugata. Stringe il pugno destro e si porta l’indice sinistro alle labbra. Mi sta dicendo di stare zitta. Ogni organo del mio corpo crolla sul pavimento.

Sapevo che stava per succedere qualcosa, ma non immaginavo che Adam ne sarebbe stato l’artefice. Non sospettavo che sarebbe stato lui a farmi del male, a torturarmi, a farmi desiderare la morte più di quanto non abbia fatto finora, da sola. Mi accorgo di aver iniziato a piangere perché mi sento frignare e avverto alcune lacrime corrermi silenziose sul viso. Una parte di me si vergogna si vergogna si vergogna di questa mia debolezza, un’altra parte non se ne cura. Sono tentata di supplicare, d’implorare pietà, di rubargli la pistola e di spararmi. La dignità è tutto ciò che mi resta.

Di fronte a quell’improvvisa crisi di nervi Adam sgrana gli occhi e spalanca la bocca. «No, Dio, Juliette… non volevo…» Impreca a fior di labbra. Si colpisce la fronte col pugno, si volta sospirando e prende a camminare avanti e indietro per la piccola stanza. Impreca di nuovo.

Infila la porta senza voltarsi.





DODICI


Mi ci vogliono cinque minuti abbondanti sotto lo scroscio d’acqua calda, due saponette alla lavanda, un flacone di shampoo specifico per i miei capelli e asciugamani soffici e sontuosi in cui avvolgermi per cominciare a capire.

Vogliono che dimentichi.

Pensano di poter lavare via i miei ricordi, la mia lealtà, le mie necessità con un paio di pasti caldi e una camera con vista panoramica. Credono che mi venda per così poco.

Warner non sembra capire che crescere senza niente non mi è mai pesato. Non ho mai desiderato vestiti, scarpe perfette né beni di lusso. Non ho mai desiderato di ricoprirmi di seta. L’unica cosa che desideravo era di poter toccare un altro essere umano con le mani, e soprattutto con il cuore. Conosco il mondo e la sua scarsa compassione, il suo giudizio severo e spiacevole, il suo sguardo algido e risentito. Ci sono cresciuta in mezzo.

Ho avuto tutto il tempo che volevo per ascoltare.

Per guardare.

Per studiare le persone, i luoghi e le alternative. Non dovevo far altro che aprire gli occhi. Non dovevo far altro che aprire un libro e vedere le storie che sanguinavano una pagina dopo l’altra. Vedere i ricordi impressi sulla carta.

Ho trascorso un’esistenza intera fra le pagine dei libri.

In mancanza di relazioni umane, ho stretto legami con personaggi di carta. Ho sperimentato l’amore e la perdita per mezzo di storie ambientate nel passato; ho vissuto l’adolescenza di riflesso. Il mio mondo è una ragnatela intricata di parole che connettono arto con arto, osso con tendine, pensieri con immagini. Sono una creatura fatta di lettere, un personaggio disegnato da frasi, il prodotto di una fantasia scaturita dalla narrativa.

Vogliono cancellare ogni segno d’interpunzione dalla mia vita, e non credo di poterglielo lasciar fare.

M’infilo i vecchi vestiti, e tornando nella camera in punta di piedi la trovo deserta. Adam è andato via malgrado avesse detto che sarebbe rimasto. Non capisco lui non capisco le sue azioni non capisco la mia delusione. Vorrei non amare la freschezza sulla pelle, questo sentirmi perfettamente pulita dopo molto tempo; non so spiegarmi perché non mi sono ancora guardata allo specchio, per quale motivo temo ciò che potrei vedere, come mai dubito di poter riconoscere il viso che mi troverò davanti.

Apro l’armadio.

È zeppo di vestiti, scarpe, magliette, pantaloni e dei più svariati capi d’abbigliamento; colori talmente vivaci da ferire lo sguardo, stoffe di cui finora avevo solo sentito parlare e che ho quasi paura di sfiorare. Le taglie sono perfette.

Mi stavano aspettando.

Mi piovono dei mattoni in testa.

Sono stata trascurata abbandonata esiliata e trascinata fuori di casa. Sono stata malmenata pungolata esaminata e sbattuta in una cella. Sono stata studiata. Sono stata ridotta alla fame. Sono stata tentata con l’amicizia per poi essere tradita e intrappolata in un incubo per il quale ci si aspetta che sia grata. I miei genitori. Gli insegnanti. Adam. Warner. La Restaurazione. Mi considerano tutti sacrificabile.

Per loro sono una bambola che si può vestire a piacimento e obbligare a prostrarsi.

Ma si sbagliano.

«Warner ti sta aspettando.»

Mi volto di scatto e, in preda a un panico che mi artiglia il cuore, urto di schiena contro l’armadio chiudendone le ante. Quando mi accorgo che sulla porta c’è Adam ritrovo l’equilibrio e accantono lo spavento. Lui apre la bocca, ma non emette alcun suono. Alla fine si avvicina tanto da potermi toccare.

Mi scansa e riapre l’armadio dove sono custodite solo cose che mi provocano imbarazzo. «È tutto tuo» dice senza guardarmi, sfiorando con le dita l’orlo di un vestito viola, un color prugna così vivo che viene voglia di addentarlo.

«Ho già dei vestiti.» Liscio con le mani le grinze dei miei abiti sporchi e logori.

Quando Adam infine si decide a guardarmi, eccolo inarcare le sopracciglia e schiudere le labbra. Mi domando se questa reazione dipenda dal viso che ho riportato alla luce lavandomi, e arrossisco nella speranza che l’espressione di Adam non sia di repulsione. Non so perché, ma m’importa.

Abbassa di nuovo lo sguardo. Sospira. «Ti aspetto fuori.»

Osservo il vestito viola su cui sono impresse le impronte digitali di Adam Studio l’interno dell’armadio per un istante, poi mi allontano. Pettino i capelli bagnati con dita ansiose e mi preparo mentalmente a quello che mi aspetta.

Io sono Juliette.

Sono una ragazza.

Non appartengo a nessuno.

E non m’importa quale aspetto Warner abbia deciso d’impormi.

Esco dalla camera, e Adam mi fissa per un millesimo di secondo. Si gratta la nuca e tace. Scuote la testa. Si avvia. Non dovrei, ma mi accorgo che non ha provato a toccarmi. Non ho idea di cosa mi aspetti, non immagino come potrebbe essere la mia vita qui, e ogni raffinatissimo dettaglio, ogni accessorio sfarzoso, ogni inutile dipinto, decorazione, illuminazione, sfumatura di colore in cui m’imbatto mi conficca un chiodo nello stomaco. Spero che vada tutto in fiamme.

Seguo Adam lungo un corridoio rivestito di moquette fino a un ascensore di vetro. Adam striscia in un lettore la stessa tessera magnetica usata per aprire la porta di camera mia ed entriamo. Non mi ero neanche accorta di essere salita fin quassù in ascensore. Sono quasi felice quando mi rendo conto di aver fatto una pessima impressione al mio arrivo. Spero di deludere Warner in qualunque, possibile modo.

La sala da pranzo è talmente grande che potrebbe ospitare migliaia di orfani. E invece, a occupare il locale ci sono sette tavoli da banchetto ricoperti da tovaglie drappeggiate di seta azzurra, vasi di cristallo stracolmi di orchidee e gigli, coppe di vetro piene di gerani. È incantevole. Chissà da dove arrivano i fiori. Devono essere finti. È impossibile che siano veri. Sono anni che non vedo un fiore vero.

Warner è seduto al tavolo centrale, a capotavola. Non appena mi vede Adam, si alza. Di riflesso tutti i presenti si alzano. Pur senza volerlo, noto che il posto alla destra di Warner e quello alla sua sinistra sono vuoti e mi fermo.

Passo rapidamente in rassegna gli ospiti e mi accorgo di essere l’unica donna.

Adam mi sfiora con tre dita, tra le scapole. Sussulto, e riprendo a camminare con passo svelto. Warner mi sorride, scosta la sedia alla sua sinistra e mi fa cenno di accomodarmi. Eseguo.

Adam occupa la sedia di fronte, ma cerco di non guardarlo.

«Sai, cara nel tuo armadio ci sono dei vestiti.» Warner torna a sedersi; i presenti lo imitano e si rituffano nel flusso delle chiacchiere. Malgrado Warner sia voltato quasi del tutto verso di me, l’unica persona di cui avverto la presenza è quella che mi sta di fronte.

Mi concentro sul piatto vuoto che dista 5 centimetri dalle mie dita. Lascio cadere le mani in grembo. «E devi smetterla di portare scarpe da ginnastica» prosegue Warner lanciandomi un’altra occhiata, poi mi versa qualcosa nel bicchiere. Sembra acqua. Ho così tanta sete che potrei bere una cascata intera.

Odio il suo sorriso.

Le persone odiose sembrano persone qualunque finché non sorridono. Finché non si voltano a guardarti e, servendosi della bocca e dei denti, non ti rivolgono qualcosa di troppo passivo persino per essere preso a pugni.

«Juliette?»

Prendo fiato troppo in fretta. Un colpo di tosse mi risale la gola. I suoi occhi verdi e vitrei scintillano.

«Non hai fame?» Parole che grondano zucchero. Quando Warner mi sfiora il polso con la mano guantata mi ritraggo così in fretta da correre il rischio di slogarlo.

Potrei mangiare tutti i presenti. «No, grazie.»

Si lecca il labbro inferiore e sorride. «Tesoro, non confondere la stupidità col coraggio. So che digiuni da giorni.»

La pazienza ha un limite. «Preferirei morire piuttosto che mangiare il tuo cibo e farmi chiamare tesoro da te» gli dico. Serro le mascelle.

Adam lascia cadere la forchetta nel piatto.

Warner gli rivolge un’occhiata, e quando torna a interessarsi a me la sua espressione si è indurita. Sostiene il mio sguardo per pochi, interminabili secondi, dopodiché estrae una pistola dalla tasca della giacca. Spara.

Tutti gli ospiti urlano e s’immobilizzano.

Il cuore mi balza in gola sbattendo le ali.

Lentamente, molto lentamente, seguo la traiettoria del colpo. Il proiettile ha trapassato una portata a base di carne. Il vassoio su cui era appoggiata è stato proiettato dall’altro lato della sala, dove adesso giace fumando appena; il cibo è ammucchiato a meno di 30 centimetri dagli ospiti. Warner ha sparato senza guardare. Avrebbe potuto uccidere qualcuno. Devo fare appello a tutto il coraggio che ho in corpo per restare immobile.

Warner mi lancia la pistola nel piatto. Il silenzio nel salone è tale che lo sferragliare della pistola riecheggia nell’universo. «Fa’ attenzione a ciò che dici, Juliette. Mi basta una parola per complicarti non poco la vita.»

Batto le palpebre.

Adam mi avvicina un piatto colmo di cibo; i suoi occhi comunicano una forza che, come un attizzatoio rovente, mi brucia la pelle. Quando sollevo lo sguardo, lui solleva impercettibilmente la testa. Mi sta implorando.

Prendo la forchetta.

A Warner non sfugge un solo movimento. Si schiarisce la voce troppo rumorosamente. Ride nient’affatto divertito e taglia la carne che ha nel piatto. «Devo far fare tutto ad Adam?»

«Prego?»

«A quanto pare dai retta soltanto a lui.» Parla con fare disinvolto, ma la rigidità delle sue mascelle è inequivocabile. Si rivolge ad Adam. «Mi meraviglio che tu non le abbia detto di cambiarsi come ti avevo chiesto.»

Adam si siede più dritto. «L’ho fatto, signore.»

«Mi piacciono i vestiti che ho» dico. Vorrei darti un pugno in un occhio, ecco ciò che invece taccio.

Sul viso di Warner riaffiora un sorriso strisciante. «Nessuno ti ha chiesto cosa ti piace, tesoro. Adesso mangia. Quando sei al mio fianco devi apparire al meglio.»





TREDICI


Warner insiste per riaccompagnarmi in camera. Dopo cena Adam si è dileguato insieme a un gruppetto di soldati. È scomparso senza degnarmi di una parola né di un’occhiata, e ora non so cosa aspettarmi. So solo che tutto ciò che ho da perdere è la vita.

«Non voglio che mi odi» dice Warner mentre ci avviamo all’ascensore. «Sarò tuo nemico solo se mi costringerai a esserlo.»

«Saremo nemici per sempre.» La mia voce è fatta di schegge di ghiaccio. Le parole mi si sciolgono sulla lingua. «Non diventerò mai quello che vuoi.»

Warner preme il tasto di chiamata e sospira. «Sono certo che cambierai idea.» Mi rivolge un sorrisetto. È davvero un peccato che un aspetto così bello sia rovinato da una personalità tanto miserabile. «Juliette, tu e io, insieme, potremmo essere inarrestabili.»

Avverto il peso dei suoi occhi su ogni punto del corpo, ma non gli darò la soddisfazione di guardarlo. «No, grazie.»

Entriamo nell’ascensore. Le pareti di vetro consentono di vedere il mondo che sfreccia via un piano dopo l’altro, e fanno di noi due uno spettacolo per le persone accanto a cui sfiliamo. In questo edificio non esistono segreti.

Warner mi tocca il gomito, io mi ritraggo. «Dovresti ripensarci» dice piano.

«Come ci sei arrivato?» Le porte dell’ascensore si spalancano con uno scampanellio, ma non mi muovo. Alla fine la curiosità si fa incontenibile, così mi volto. Esamino le sue mani prudentemente fasciate di cuoio, le maniche spesse, linde e lunghe. Persino il colletto della camicia è alto e regale. Warner è vestito in maniera impeccabile dalla testa ai piedi; è interamente coperto, tranne il volto. Pur volendo, non riuscirei a toccarlo.

Si sta proteggendo.

Da me.

«Magari domani sera potremmo chiacchierare un po’.» Solleva un sopracciglio e mi offre il braccio. Fingo di non essermene accorta, esco dall’